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un pollo vivo dalla fiera PDF Stampa E-mail
Scritto da Gaia Tarini   
Venerdì 04 Novembre 2011 00:00


M. ha portato a casa un pollo dalla fiera. Ha ancora un cordino attorno al collo come un guinzaglio e se ne sta nella vasca da bagno, mi guarda perplesso. Per un po’ rimango in piedi a fare pipì e non mi accorgo del suo sguardo, finché non fa un frullare di ali brevissimo, quasi impercettibile, e mi si interrompe il getto a metà. Ci osserviamo per qualche secondo con intenzioni uguali: nessuno dei due capisce cosa ci faccia l’altro lì. Forse lui non sa neppure perché si è perso e dove l’hanno portato. Mi tiro su i pantaloni. Esco in corridoio come una bestia e faccio delle falcate più lunghe dei miei passi. Cerco M. che sta sbucciando dei cipollotti vicino i fornelli sopra la stufa, gli chiedo cosa ci fa lì quel pollo. “L’ho comprato da un contadino che ne vendeva, – mi dice – se tutto va bene ce lo mangiamo per cena.” Mi tocco la nuca come sempre quando sono in imbarazzo e sento i capelli che stanno ricrescendo; tra poco sarà quel giorno dell’anno in cui mi sveglio e non posso più aspettare: stanno diventando troppo lunghi, devo andare dal barbiere. Vado sempre nello stesso posto anche se li tagliano male; sempre troppo lunghi o troppo corti e mai come li vorrei. Continuo ad andarci perché mi piace l’odore di quel posto e lì nessuno parla mai a voce troppo alta. Si fanno male le cose, ad urlare. Porto M. in bagno tirandolo per il gomito. Il pollo è sempre nella vasca, forse più terrorizzato di prima. Ci guarda coi suoi occhi laterali cercando di intuire le nostre mosse. Sul collo gli mancano varie manciate di piume, non capisco se è per lo stress o per la giovane età. Sembra essere un ragazzino autistico infilato nella nostra vasca da bagno ancora vestito, vestito con un abito elegante e un cappello a cilindro, una forchetta nel taschino. Un ragazzino che non parla la nostra lingua. M. non ha mai tirato il collo ad un pollo e io mai lo farò. Restiamo sulla porta, il pollo ci guarda immobile, con le zampe ferme sulla ghisa scura della vasca, col suo naso duro e la sua espressione stupida e altera insieme. “Riportalo indietro”, dico ad M.
Vedo M. dalla finestra della mia stanza che tiene il pollo tra le braccia come un cestino: il guinzaglio pende tra le sue gambe che fanno fatica a non inciampare. Lo carica sul carretto e quando mette in moto guardo le sue piume sul sentiero davanti casa. Lo riporta al mercato e non ne parliamo mai più.

 

 

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