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La pelle dell’aglio [parte terza] PDF Stampa E-mail
Scritto da Darío Polonara   
Martedì 10 Maggio 2011 00:00

Quando il sole iniziò a filtrare nella capanna mi alzai senza far rumore. Uscii, mi accertai che non ci fosse movimento in casa, montai a cavallo e procedetti al galoppo, come un automa o un robot che ha ricevuto un ordine impossibile da ignorare. Arrivai a destinazione, presi il binocolo e misi a fuoco i cani. Erano ancora vivi, tutti e tre, e credo che quella fu la scintilla finale. Mi mancano le parole per descrivere l'espressione di quegli animali, devastati in maniera così incomprensibile. Non esiste alcuna cultura né usanza in base alla quale si possa accettare. Scesi dal cavallo e lo legai a un palo della luce. Camminai un po’ e trovai un luogo nascosto dal quale potevo osservare più chiaramente i movimenti all’interno della casa. Arrivato a quel punto probabilmente non mi importava più nulla. Verso mezzogiorno vidi i tre uomini uscire di casa. Uno si diresse verso un minuscolo capanno e ne uscì con quattro cani. Lo vidi mentre dava loro da mangiare del pane. Poi i tre uomini si radunarono e si allontanarono portando con sé i cani e i fucili. Mezz’ora più tardi scavalcai la recinzione, senza paura. Piangendo, mi avvicinai ai cani appesi e riuscii a salvarne due. Il terzo morì fra le mie braccia: aveva il corpo completamente contratto; il rantolo finale fu straziante. I cani sopravvissuti erano distrutti, sembrava che volessero solo smettere di respirare, quasi maledicendo il proprio inevitabile istinto di sopravvivenza: faticavano a reggersi in piedi, le zampe posteriori gli tremavano, e mi guardavano con una debolezza struggente; piagnucolavano come se mi volessero ringraziare per averli salvati dall'inferno. Io non ero più in me, non avevo mai provato un dolore così lacerante. Mi chiedevo come potessero esistere persone così spietate, così bastarde. Mi chiedevo se fosse giusto che quegli assassini potessero contare sulla protezione della legge. Come se non bastasse, facendo un giro attorno alla casa scoprii altri quattro cadaveri di cani: due di essi, era evidente dai segni sul collo, erano stati impiccati. Non sapevo bene cosa fosse successo agli altri due, ma sicuramente, da quello che mi aveva detto mio suocero, gli avevano iniettato candeggina. Sembrava che fossero stati spellati vivi, i corpi in una posizione che mostrava fino a che punto avevano sofferto: erano corpi completamente contratti, in totale tensione, pervasi di follia. Credo che quello fu il momento in cui iniziai a schiumare di rabbia.
Entrai in un piccolo capanno di fianco alla casa e trovai alcuni bidoni di nafta, che portai dentro, insieme a un’ascia affilata. Ai cani che avevo salvato diedi da mangiare, da bere, e li feci riposare su materassi di foglie improvvisati. Quindi cercai le armi in giro per la casa e credo di ricordare di aver selezionato, con la tranquillità tipica della pazzia, le tre che mi sembravano più adatte, tre pistole a tamburo sei colpi. Le caricai e mi riempii le tasche di proiettili.
Ciò che successe più tardi lo seppi solo qualche giorno dopo attraverso i giornali. Secondo gli investigatori, io avevo ucciso i cacciatori mano a mano che entravano in casa. Il primo a cadere era stato il più vecchio, che era preso tre pallottole in testa, quindi era entrato il figlio maggiore, a cui era toccata la stessa sorte del padre, con in più un colpo al cuore. Il terzo aveva lasciato per sempre questo mondo con un colpo proprio in mezzo alle sopracciglia. Secondo i periti, l’assassino (cioè io), non contento di vedere i tre cacciatori già morti, aveva assestato più di sessanta colpi di accetta al corpo di ognuno di essi, compiendo una carneficina spaventosa. Per finire, secondo il giornale, l’assassino aveva dato fuoco alla casa con dentro i cadaveri e se ne era andato alla guida dell’auto di una delle vittime, con dentro i cani che l’uomo ha detto di aver salvato dalla tortura, auto poi ritrovata parcheggiata davanti all’entrata di un ambulatorio veterinario, con un messaggio sul volante che chiedeva di prendersi cura degli animali, insieme a cinquecento euro. Infine l’assassino si era costituito.
Deve essere andata così allora: mi sono costituito. Perché io non mi ricordo di come sia andata a finire. Ero stato io a commettere tutte le atrocità di cui parlava il giornale? Era possibile? Che mostro ero diventato? Continuavo ad essere, una volta entrato nella prigione modello di Barcellona, l'assassino descritto dai giornali? Nessuno può dirlo. Mi avevano dato l’ergastolo e lo avevo accettato senza difendermi. Sapevo di essere colpevole, anche se mi era difficile riconoscermi nell’assassino famoso per la propria brutalità di cui parlavano i mezzi di comunicazione. Ciò che sapevo era che quei cani impiccati meritavano vendetta. La mia era stata una violenza, sebbene atroce, giustificata non dalla farsa della società degli uomini, ma dalla giustizia della natura. La mia giustizia.
Rimasi in carcere più di quattro anni. Quattro anni durante i quali la cosa più importante che feci fu imparare l’inglese alla perfezione e leggere per tre volte la bibliografia completa di William Faulkner e Francis Scott Fitzgerald in lingua originale, un vecchio desiderio a lungo posticipato. Finché un giorno, preso dalla noia, mi suicidai senza rimpianti.

[fine]

[DarìoPolonaraSite | traduzione di Matteo Camporesi]

 

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