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La pelle dell’aglio [parte seconda] PDF Stampa E-mail
Scritto da Darío Polonara   
Lunedì 18 Aprile 2011 00:00


Quando decisi di tornare a casa, tirai fuori il binocolo e lasciai avanzare il cavallo da solo, mentre osservavo il paesaggio. Andava tutto bene, finché a un certo punto notai qualcosa di strano in lontananza, vicino ad una casa che si trovava a circa trecento metri dalla mia posizione. Frenai il cavallo, esitai brevemente, e poi mi avvicinai lentamente alla recinzione che delimitava la casa, e guardai nuovamente con il binocolo. Provai un terrore istantaneo, che credetti capace di annientarmi. Distolsi lo sguardo, chiusi gli occhi e li riaprii varie volte, quindi guardai di nuovo. Iniziai a piangere ancor prima di rendermi conto che stavo provando una sensazione definita: tre cani galgo erano appesi a un albero. Compresi che erano vivi perché muovevano ancora le zampe posteriori, cosa che mi sembrò strana. Attorno ai cani appesi c’erano tre uomini intenti a fare qualcosa, completamente indifferenti alla tortura a cui erano sottoposti i cani. Aguzzai l’udito e ascoltai i guaiti imploranti degli animali torturati. Non ci capivo niente, pensai che sarei impazzito; il mio corpo, ricordo, si irrigidì e venne percorso da un fremito di energia sconosciuta, che attivò qualcosa di inspiegabile dentro di me. Quando mi risvegliai nella stanza della capanna seppi che il cavallo era tornato da solo, con me svenuto sulla groppa. La mia ragazza e i suoi genitori mi tempestarono di domande per sapere cosa era successo. Mi toccai la testa per rimetterla in ordine e raccontai ciò che avevo visto. Nessuno dei tre si mostrò sorpreso dalla descrizione della scena, quindi ne dedussi che non si trattava di una novità. “Cosa significa questa follia?” domandai. “Meglio non saperlo”, disse mio suocero, e lasciò la capanna assieme alla moglie.

La mia ragazza cercava di consolarmi, ma sembrava impossibile. Nella mia testa si era prodotto un clic indefinibile. L’immagine dei cani impiccati mi aveva invaso la mente e non riuscivo a sopportarlo. All’improvviso mi alzai bruscamente e corsi verso la casa. Chiesi a mio suocero, anzi glielo imposi, di spiegarmi il significato di quei cani impiccati. Tornò a ripetermi che non era il caso di occuparsene, ma insistetti tanto che mi invitò a sedermi. Sua moglie preparò del caffè, ci sedemmo tutti e quattro attorno al tavolo e mio suocero mi mise al corrente della situazione.

I cani che avevo visto erano cani da caccia. I loro padroni, quando li ritenevano ormai inutili per cacciare, cosa che avveniva fra i due e i tre anni di vita degli animali, li uccidevano, o nel migliore dei casi li abbandonavano al proprio destino. La cosa peggiore, quella che mi fece uscire di senno, erano le diverse modalità che avevano per liberarsi di loro. Una di queste era buttarli vivi dentro un pozzo e lasciarli lì dentro fino a farli morire di fame; un’altra era bruciarli vivi; un’altra, imperdonabile, iniettargli candeggina. Ce n’erano alcuni che, nella loro bestialità, avevano la pietà di sparargli, ma erano in pochi, perché la maggior parte dei “galgueros”, come si fanno chiamare coloro che cacciano con i galgo, ritengono che il cane non valga il prezzo di un proiettile. Per loro il cane è un oggetto, uno strumento, e in quanto tale, quando non è più in grado di svolgere la propria funzione, va eliminato. Tuttavia, la pratica che mostrava in maniera più evidente la crudeltà di questi malati di mente era l’impiccagione (ciò a cui avevo assistito io). Si legano i cani a un albero, in modo tale che possano a malapena sostenersi sulle zampe posteriori. In questo modo l’animale cerca di appoggiarsi come può per non morire, e la sofferenza viene prolungata, finché alla fine la stanchezza non lo vince e lo sfinisce. L’agonia può durare vari giorni. Questa pratica viene cinicamente definita “suonare il piano”. Anche se mio suocero si rendeva conto che stavo perdendo la testa, continuò dicendomi che erano migliaia i cani galgo che morivano in Spagna ogni anno, e che lui aveva denunciato questa crudeltà assieme ad alcuni vicini ma non era successo niente, perché la tortura sugli animali era una pratica radicata in Spagna, a cui difficilmente la legge poteva opporsi. “A noi spagnoli piace uccidere gli animali. La gente si diverte. È l’eredità che ci ha lasciato Roma”, mi disse. Infine mi parlò dei cacciatori della casa vicino alla quale avevo visto i cani, un uomo anziano (vedovo) e i suoi due figli, persone brusche, i cui rapporti con l’esterno erano rari o inesistenti, che vivevano della caccia e della produzione di ciliegie. Quando terminò di parlare mi chiese di tranquillizzarmi. Risposi ad alta voce che mi sentivo infinitamente depresso e che avevo voglia di morire. I tre si preoccuparono e cercarono di distrarmi, ma ormai era tardi. Il mio sguardo si era fissato in un vuoto dal quale era impossibile uscire, la mia bocca si era tesa per sempre, e nella mia mente stava iniziando una battaglia. A mezzanotte andai a letto; la mia ragazza piangeva nel vedermi così strano, e mi disse che, se avessi voluto, la mattina seguente saremmo tornati a Barcellona. Non risposi e mi voltai dall’altra parte. Lei si addormentò e io rimasi, credo di ricordare, in posizione fetale, a occhi sbarrati, fino alle 5 del mattino.

[DarìoPolonaraSite | traduzione di Matteo Camporesi]

 

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