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È necessario premettere che un tempo ero un uomo di pace innata. In generale odiavo più di quanto amassi, questo sì, come tutte le persone, ma mai in vita mia avevo picchiato né ero stato picchiato da qualcuno. Da bambino mi ero reso conto che la violenza fisica non faceva per me, pensavo che fosse assurdo ferire o essere ferito, che non ci fosse alcun conflitto che non si potesse risolvere a parole. Ad esempio, che senso aveva dare uno schiaffo ad un bambino perché pensava e diceva che ero un idiota, se in ogni caso avrebbe continuato a pensarlo e a dirlo? In seguito, durante la giovinezza, mi resi conto che alcuni tipi di violenza sono giustificabili, perfino ragionevoli, soprattutto quando la compiono coloro che sono oppressi dalla società. In sintesi: nessuno che mi avesse conosciuto in precedenza avrebbe potuto dire che ero una persona violenta. Nessuno. Ciononostante, dentro di me avevo sempre saputo che il limite che separa la pace dalla guerra è fragile come la pelle dell’aglio, perché la verità è che l’uomo è un animale di poco valore, condannato a disfarsi di ciò che non gli fa comodo, un animale solo. Stavamo assieme da più di un anno, quindi non aveva senso continuare a trovare scuse per evitare di conoscere la sua famiglia. Era venuto il momento. Inoltre si trattava di una buona occasione per fuggire dalla città: Barcellona mi risultava fastidiosa d’estate, a causa dello sciame infantile, insopportabile e volgare dei turisti. Comprammo i biglietti del bus e partimmo verso Villatobas, un paese a circa 80 chilometri da Toledo, dove era nata la mia ragazza e dove vivevano i suoi genitori, in una casa di campagna.
La campagna consisteva in dieci ettari di terreno: c’erano una casa familiare, un magazzino, e una specie di capanna, nella quale ci sistemammo io e la mia ragazza. C’era una piscina di dieci metri per cinque. C’era un orto. C’erano galline, cani, gatti, maiali, capre, due cavalli e tre asini. Con i miei suoceri virtuali andammo subito d’accordo. Scoprii che erano persone aperte, con le quali si poteva parlare di qualsiasi cosa. Lui era architetto e lei professoressa di matematica. Fu un sollievo sapere che non avrei dovuto far ricorso all’apparenza. Il giorno seguente mi svegliai all’alba, uscii dalla capanna, e provai qualcosa di simile, credo, alla felicità: animali, natura, un silenzio tranquillizzante. Cosa potevo chiedere di più? Avevo trovato, senza volerlo, ciò che stavo cercando. Notai un certo movimento nella casa della famiglia. Entrai nella capanna, svegliai la mia ragazza e facemmo l’amore per una mezz’ora; poi mi feci una doccia, mi cambiai, e mi avvicinai lentamente alla casa, circondato dai cani festanti. Passai due ore conversando piacevolmente con i miei suoceri. Parlai dell’Argentina, parlai di tristezze e malinconie, mentre mangiavo una magnifica torta al cioccolato preparata da mia suocera. Quando comparve la mia ragazza, mio suocero mi fece cenno di accompagnarlo nella stanza dove c’era la biblioteca. Mi disse che c’erano più di tremila volumi, compresa tutta la bibliografia latinoamericana più importante. Rimasi senza parole. Passammo più di un’ora conversando di letteratura. Avevamo gusti simili riguardo a vari autori. La mia sensazione di felicità, di pace assoluta, cresceva sempre di più. A sera mi sentivo già a casa. Il giorno seguente cucinai asado all’argentina e preparai chimichurri. Nel pomeriggio feci provare loro il mate, che avevo previdentemente portato con me.
Era tutto in ordine.
Il terzo giorno la mia ragazza volle andare in paese, per incontrare alcune vecchie amiche. Faceva molto caldo, così decisi di non accompagnarla. Andò con sua madre, e io rimasi con mio suocero. Lo aiutai nell’orto, raccolsi gli escrementi dei cavalli, le uova delle galline, innaffiai le piante che circondavano la casa, parlammo di tango, di altri tipi di società; cercai di fargli capire chi ero. Di pomeriggio rimasi due ore in acqua. Giocai con i cani, accarezzai i gatti, spazzolai gli asini e i cavalli. Verso sera chiesi a mio suocero il permesso di montare un cavallo. Mi chiese se lo avessi già fatto, e gli risposi di sì. “Di sicuro non ti puoi perdere, perché se sciogli le briglie al cavallo, lui torna da solo a casa, ovunque tu sia”, mi disse, e ciò era fantastico, perché mi consentiva di andare dove volevo. Presi un binocolo che avevo visto nella capanna, mi preparai una canna e partii al trotto leggero. Seguii sentieri battuti e scoprii altre case, altri campi. La pace del cavallo e l’hashish mi avevano svuotato del tutto la mente, rilassandola, e tutto mi sembrava bellissimo. Non so quanto tempo passai a vagabondare, forse molto, non ricordo. Il paesaggio mi sembrava piano, monotono, di un verde infinito.
[DarìoPolonaraSite | traduzione di Matteo Camporesi] |