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Il piccolo Évariste, nel 1820, era un bambino solitario e problematico. Tutti lo prendevano in giro perché il suo cognome si pronunciava come la marca di sigarette. Hei Évariste, ce l’hai una paglia? Ahahahahahaa! - lo schernivano. Hei Évariste, fabbricami una sigaretta, ahhahaha! – lo irridevano, basandosi sul fatto che al tempo si prendeva il tabacco e le cartine e si fabbricavano le sigarette da soli. Allora i giovani dicevano “fabbricare” invece di “fare su”. Per questo il piccolo Évariste diventò un genio della matematica e un abile intagliatore di legno. Portava sempre il suo coltellino svizzero con sé. Un po’ più grandicello, a quindici anni, fu convocato dal re che voleva fargli i complimenti per aver risolto un problema che assillava la matematica da millenni, cioè determinare un metodo generale per scoprire se una equazione è risolvibile o meno con operazioni quali somma, sottrazione, moltiplicazione, divisione, elevazione di potenza ed estrazione di radice, ma le guardie notarono l’oggetto contundente e lo misero in galera. Quivi il piccolo genio, irriso dai secondini con frasi tipo Évariste, fatti una paglia prima dell’impiccagione ahahahah!, scrisse la sua grande opera sulla teoria delle equazioni che propose prima a Cauchy, che gli disse di no, poi a Fourier, che gli disse di sì poi però morì e si portò nella tomba tutto il megaprogetto del tabagist.. ehm di Évariste. Uscito dal carcere, a vent’anni, si innamorò di una tabaccaia e morì in duello per difendere il suo onore e una partita di toscanelli. Si racconta che l’ultimo desiderio di Évariste sul letto di morte fu la prima sigaretta della sua vita. Tossì, prima di spegnersi.
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