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Espiazione – Battelground [V] PDF Stampa E-mail
Scritto da Dogon   
Venerdì 08 Aprile 2011 00:00

 


Buona è certo la via dei sensi, da essa solo passa la vita, da essa solo e grazie a essa solo vi sono avvenimenti che ci investono e fanno le nostre giornate sorprendenti e inattese. Vivere non è ovvio, mia cara. C’è anche un gran soffrire al colmo della gioia. Un sentimento di voler andarsene per sempre, come capitasse una coincidenza d’orari alla stazione, e saliti su un treno che deraglia consumare un biglietto di sola andata. Non più rivenire al corpo. Come delle animelle esplose. Partite, per sempre, al massimo lasciando un traccia col rosa d’un rossetto ad uno specchio inviso, un messaggio in codice: LEI S’ADONA ALL’ESTASI PER APPROFONDIRE ARGOMENTI.
Negli eccessi di orgasmi estatici reiterati scopro che il soffio che ci respira non è sufficiente ad attingere alle soglie più intense del piacere. C’è sempre quel pene incapace che eiaculando smorza la salita, arresta l’intensificarsi, sbrodola lattiginoso tra le cosce. Non so se anche per te sia la stessa cosa, ma quando l’orgasmo invade ogni più sottile tensione della mia carne in solluccheri, mi sembra che di colpo io mi stacchi dal mio proprio corpo, e lo vedo muoversi sotto le prese calde, violente, avvolgenti d’un altro corpo che mi lavora, m’impasta, succhia, lecca, tasta e palpa. E qui sento salire la vertigine e il pensiero farsi ricco di immagini che m’invadono la calotta cranica, e vedo altre me stesse che tutte allo stesso tempo si stanno facendo fottere da altri maschi. La mia vertigine mi sdoppia, poi mi moltiplica forsennatamente. Non son più io che sono, ma è qualcosa di più plurale e astratto che si fa spazio, e amplifica a tal punto quello che dicevo me stessa, che non posso che dirla dio.
Poi dopo questa prima fase, che solitamente è raggiunta quando mi si sollettica il clitoride con la lingua, ne sopraggiunge un’ulteriore, dove ho l’impressione di ridiventare me stessa, ma trovandomi nel mezzo d’una vastità spaziale che mi circonda vuota, che mi sembra d’esser sospesa a mezz’aria in un deserto senza neppure un clima precisabile. Un cielo senza stelle. Un suolo senza orme. Tutto è niente. Ed io debbo come avanzare in questo infinito luogo che si nientifica, sospinta dal solletichio orgasmico che mi fa andare.
E passo attraverso due monti che si stagliano l’uno di fronte all’altro, e nel mezzo è una via strettissima nella quale mi infilo per passare, e le voci che mi parlano, chiamano Symphyse Pubienne. Le voci mi sussurrano all’orecchio, mentre m’incammino per una sorta di labirinto cartilagineo, che questo luogo ha molto a che fare col clitoride, che un tempo quella cartilagine la si donava in sacrificio inseme ad altri incensi e spezie ad una dea dal nome Kama, che quel pertugio cartilagineo permetteva di conoscere il piacere che prova un sasso ad essere accarezzato e corroso dal mare, e altre stramberie del genere, a cui do meno caso possibile, anche perchè quelle voci mi spaventano a morte.
Poi accedo di grado in grado, ad altri stati di coscienza ulteriori. E dopo questi primi due cieli, riesco ad attingerne di ulteriori solo se il mio partner è all’altezza del mio desiderio. Cosa che, te l’ho sicuramente già detto in qualche altra eventualità, non è facile da trovare.
Con altre ragazze non riesco ad andare oltre al quarto orgasmo. Con degli uomini mi è capitato di montare fino al settimo cielo. Con le ragazze però c’è un altro aspetto che bisogna tener presente. È che sebbene si raggiunga solo il quarto orgasmo, il percorso che ci accompagna verso questo quarto orgasmo ha qualcosa di meno violento. Con l’uomo si tratta quasi d’esserne rapita, presa, lesa, violata, deposseduta di sé; con la donna invece sembra si metta in scena un gioco innocente che ci permette di conoscerci a fondo. Con un uomo raccogli i risultati, con una donna apprendi a conoscere il tuo corpo. L’amore con una donna è autoriflessivo: lei tocca tutti quei punti più insospettati, infilando la lingua e le dita a titillare fin le tube di Falloppio, e queste sorprese, queste carezze nuove, che toccan e ci fa conoscere zone erogene che ancora non erano state battute, ci insegnano zone nuove, nuove tecniche con le quali maneggiare e destreggiare il proprio corpo. Così si impara l’arte di poter godere della violenza mascolina. Quando quello t’assale e prendre e stringe soffocante, sembra che ti porti via come un colpo di vento, un guizzo a filo d’acqua, e in quell’istante non c’è il tempo di sentirsi godere, ma si gode con talmente tanta sopresa e impreparazione che ci si brucia il desiderio. Bisogna premunirsi, e quando quello t’assale, allora a te di rallentargli la corsa e l'assalto, gestendo con lentezza e leggerezza e infinito tatto quel suo dardo sbridellato che vorrebbe infilarci in qualsiasi pertuggio del corpo per sborrarci quella loro brodaglia colloidale magari in pieno viso, semplici ricettacoli di sperma. Non tanto prendere in mano le redini della situazione e farsi più forti di lui, ma esser in grado di accogliere tutto il suo assalto, in tutta la sua violenza e possanza, smorzandone il ritmo. Cercando di ritardare il rischio d’una eciucolatio precox col quale non solo non monti di cieli e orgasmi, ma ti prende un tal odio per quel partner incompetente che lo vedi bene conficcato all’inferno con il pene reciso e le palle infilate in bocca a gonfiarli le guance come suonasse una tromba impersonata dal suo proprio pene sanguinilento. I miei amanti mi temono per cose del genere. Mi è già capitato di mordere il prepuzio di qualcuno che tentava di prendersi troppe libertà nei miei confronti e non pensava che al suo di godere e per nulla anche al mio, credo che se non ha visto la morte in persona, almeno in figura credo se la sia trovata di fronte. Ma ci son quelle volte in cui tra l’assalitore e tu che devi giostrare la sua furia si combina una concomitanza di amorosi sensi, e in quelle rare occasioni è possibile elevarsi fin dove il desiderio al colmo della sua espressione ha sollevato tutto l’essere verso una soglia in cui non sono io a godere e non è il moi partner a godere, ma entrambi, conchiusi in una amplesso sincrono, diamo vita ad un istante di bellezza pura. La carne e l’anima si sono così compenetrate l’una nell’altra che il derma imperlato di sudore somiglia ad un mosaico nel quale appare, rifatta in ogni singola goccia, la dimensione sovrumana del Cielo e della Terra confusi in una zona mediana, che è la soglia della sospensione. Arrivata a quel culmine, io e il mio partner, emettendo un grido di goduria che straripa direttamente dal fondo del pneuma, ci ritroviamo di colpo catapultati nei nostri corpi, come fuoriuscendo da una bolla di pienezza, e a quel punto sentiamo rifluire attraverso i nostri sospiri la fatica e la magnificenza di questi nostri corpi, nei quali è sigillato il segreto intimo del cosmo intero. Io, poi non mi perdo d’animo, e ancora aletante e umida, infliggo al moi partner una definitiva fellatio, che lo mette fuor di sé à jamais.
Ma parlandoti di queste cose intime, che solo a te posso raccontare con tanto candore e senza il bisogno di dover arrossire e vergognarsi del proprio piacere, non ti ho detto nulla di come è andata a finire con Joseph. Ma te ne parlerò un’altra volta, ora non ho proprio voglia di ripensare a quelle sue considerazioni sull’umanità. Sto sorseggiando una tisana che la mia picola cuginetta Panacea ha raccolto oggi in giardino. È proprio una graziosissima bambina, ha negli occhi quella sorta di ottusa cecità e vigore che distingue il tempo della sua età. Corre e non smette di correre da tutte le parti, e chiedere cos’è questo e cos’è quello, e perchè sì e perchè no, trepidante quando si prepara una passeggiata fuori città. E te la procurerò questa tisana, chiederò a Chaniwa di metterne a seccare delle bustine, e te le manderò per espresso. Il suo effeto è veramente benefico. Ti rilassa completamente la tensione intrascapolare, poi ti distende tutti i muscoli trapezoidali dietro la nuca, e ti sommerge la sensazione d’una sonnolenza, che però è attiva, che non dorme, ma sogna ad occhi aperti. Solo che non è come in sogno, non c’è l’incoscienza del dormiente. Ma una coscienza risvegliata che contempla assorta il divenire degli accidenti, delle immagini che ti pensano. Ma basta, mi sembra d’annoiarti con questi dettagli. Avrei voluto anche parlarti di René, alla fine Simone ha avuto modo di presentarci, ma sarà per una prossima volta. Ora devo proprio lasciarti, sono quasi le cinque e io alle sette devo essere puntuale al corso di Mibu-kyogen. Spero di poterti scrivere già stanotte. Tanto sarà un’altra delle mie notti di veglia. A presto mia cara, e ricordati di ringraziare Cassandra da parte mia, per quelle parole cha ha aggiunto in calce alla lettera che ho ricevuto stamattina. Io non avrò modo di reincontrarla prima che lei riparta, quindi ringraziala sinceramente da parte mia e falle avere il cartoncino che allego a questa lettera. Niente da nasconderti, certamente, dentro il cartoncino ho scritto un souvenir, o come dire, una poesia, di cui lei è stata mia musa, perchè m’ha persmesso di ricordarmi di quelle serate stupende che abbiamo passato come in esilio, con lei che più bella tra tutte le figlie del Duca de Priamo mi sobillava sul lobo dell'orecchio tra le sue due labbra strette delle seducenti profezie.
Ma so che moriresti comunque dalla voglia di leggere questo mio cartoncino, e che ti arrischieresti fino a staccarne il sigillo in ceralacca, così nella stessa lettera ti faccio avere un po’ della mia lacca rosa all’aroma di Papa Meilland, e la copia d’un mio vecchio sigillo cilindrico. Ora devo proprio andare, vedo Claire e Solange che mi fanno dei gesti prepotenti e mi ricordano che il tempo passa, ed io devo proprio andare. Un bacione a te e al rosa.

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