Uova PDF Stampa E-mail
Scritto da Marta Casarini   
Mercoledì 23 Marzo 2011 00:00

La prima cosa che chiedi è il peggio.  La linea di demarcazione tra quello che puoi aspettarti e ciò a cui non puoi scampare. Il mio peggio è stato: "forse te le dobbiamo togliere tutte e due".
Accanto a me è arrivata Sadia, che si teneva la pancia, ha chiesto un catino e poi ha vomitato. L'hanno portata su presto, su nella sala del peggio, e dopo due giorni stringeva tra le mani un Tupperware pieno di polpettine fritte, che sapeva di capelli dopo una serata fuori. Le prendeva una a una, stringendole tra le dita un momento, appiattendole tra i polpastrelli dando a ognuna una forma di mondo, prima di annusarle un po' e masticarle piano, come si colgono farfalle. Ogni tanto mi guardava, ma io non dicevo niente. Veniva a trovarla suo fratello, con le mani che sapevano di arancia e gli occhi puntati sulla flebo che gocciolava limpidume. So che era suo fratello perché ho sentito che diceva "sista". Ma io l'arabo non l'ho studiato.  Forse "sista" in arabo vuol dire "fai presto", o "arance" oppure "andiamo via, che qui non ti curano bene". Io ho solo studiato l'inglese e non ho nessuno che mi porti polpettine. Mangio intere gamelle di orribile pastina che invece di essere cotta nel brodo galleggia in un olio che può esser di semi, o di palma o di colza o di Opel Agila, certo non di oliva.
Se ne mangio una ogni sera forse il peggio non succederà e me ne toglieranno solo una.
La notte ascolto David Bowie, ascolto "Life on Mars". A un certo punto lui scaglia un braccio al cielo, anche se non è che se senti uno cantare sei sicuro che in quel punto lì lo alzi davvero, però per me sì.  Quando dice: "teic a luc et ze SEEEEEEEEILOOOOOORS faitin in ze dens oool", il braccio lo alzo anch'io e chiudo gli occhi, parto per Marte, mi appendo ai neon del soffitto e non sono mica più lì. Mi lancio, con una capriola vado in Marocco, se mi va. E le ho ancora tutte e due, non me ne tolgono nessuna.  Il peggio allora sarebbe solo dover tornare indietro, o non muovermi mai.
Sadia una notte mi vede cantare. Io nel buio divento rossa, e David Bowie chiude il suo occhio chiaro e scuote la testa, imbarazzato per me. Poi non riesco più a dormire. La mattina dopo mi tocca andare dentro un tubo, mi tocca la TAC e, gente, se un giorno tocca anche a voi, speriamo di no, vi avverto subito che a un certo punto dentro 'sto tubo vi viene una pipì che potreste dissetare lo Zimbabwe e una cacca da concimare il Punjab. Così Sadia non la vedo per un po', perché passo il mattino nel tubo e il pomeriggio seduta sul cesso a invocare gli dei.
Temo il momento in cui ci rivedremo, fa peggio la possibilità di un tumore o la certezza di una figuraccia?
Poi penso: "ok, ma tanto cosa mi potrebbe dire? Non capirei. Non capirebbe. Io sono solo qui con le mie ovaie che han pensato bene di far le stronze e impazzire, deformandosi in dervisci rotanti che vorticano i loro ventagli di cellule come le cinesi gli ombrellini. Lei ha solo le sue polpettine, suo fratello, e un catino di cartone che porta la firma delle sue viscere".
Però, anche se faccio la spavalda, quando la reincontro sento tremare le ginocchia e vorrei montare sulla prima barella e partire per ovunque, per le montagne rocciose e trasformarmi in iguana delle pietre, per Vienna e legarmi alla ruota del Prater, per la sala del peggio, per dopo, quando forse non ne avrò più due, pur di non vederla e dover condividere la mia notturna vita aliena.
Mi sorride e dice: "wot du iu ev?" Cos'ho?
"ai ev somzin ai donnò" Qualcosa che non so. "Ho un'ovaia che non funziona, dosen uork".
"Hai un'uova?"
"Mmmh...un'uova, sì".
"Ah, fanno male uova? Non mangiare. Che mangiare hai fatto con uova?"
"Uh, ah... io... so fare le frittate con le uova, le omelette".
"Ah, good. E poi?"
"E poi a volte le rassodo e le metto in mezzo all'erbazzone".
"What?"
"Erbazzone is a salad cake, salata, con gli spinaci".
"Popeye?"
"Yes! Come fai a conoscere Braccio di ferro?"
"Io vengo da Casablanca, mica da Marte".
Mi aggrappo al lenzuolo e mi faccio male alle dita da tanto lo stringo, chirurgo portami via, ingoio un fiammifero e prendo fuoco, mi mordo il labbro ne esce erba putrida, punto un piede e
"anche a me piace David Bowie, sai?"
"E a me le polpette".
"Allora ne vuoi una?"
"Sì".
"Tu ci sei mai stata in Marocco?"
"No".
"E in Inghilterra?"
"Sì".
"Ti piace roba inglese?"
"Oh, sì. I Beatles, Virginia Woolf, gli autobus, i pub, il mettere piede per la prima volta a Piccadilly Circus e sentire di poter mandare affanculo il buddismo e la scuola dell'obbligo, perché eccola qui, tutta l'istruzione e la felicità. Mi piace anche la loro roba da mangiare".
"Anche i piselli fluorescenti?"
"Sì. Anche il pesce ustionante come magma in imbarazzo che s'impiastra con l'inchiostro del Times? Sì".
"Anche loro erbazòne pieno di manzo ghiacciato che come lo addenti risolvi in un boccone l'annosa questione di riscaldamento globale?"
"Sì".
"Anche a me".
Poi stiamo in silenzio penzolando gli alluci alla fine del letto, come se con l'unghia potessimo affondare nel Tamigi, invece che nel peggio.
"E tu cos'hai?"
"Io ho un Tupperware pieno di polpette. Un fratello che mi chiama sista, che vuol dire piccolina, e ho un vestito nuovo, a casa".
"No, dicevo... che malattia hai?"
"Anch'io le uova".
"Te le hanno tolte tutte e due?"
"No, a me una sola".
"Ah".
"Non fa male. Fa solo un poco paura prima. Sai dopo il check in, compri tante caramelle e giornali in duty free, e fai finta di essere ancora con piedi per terra e invece sei già in aria, perché pensi al volo? Noi con uova così. Prima pensi già, sei già partito, e quando parti ormai è fatta, paura non c'è, c'è solo fatto".
"Ah".
Deve vedermi solo i capelli, la riga storta, deve intuire il peggio perché poi mi dice:
"E poi io ho voglia di viaggiare, e tu?"
"Anch'io, sai?"
Così chiudiamo gli occhi, appoggiamo la testa al cuscino, e andiamo via.

 

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