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Non so esattamente dove sia il reparto di ostetricia dell’Ospedale Civile di Gorizia, ma posso dire con buona approssimazione di essere nato a qualche decina di metri dal confine con la Slovenia, dodici anni e un paio di settimane prima che si potesse parlare di un confine tra Italia e Slovenia. Quando sono nato io c’era la Yugoslavia. Una presenza strana, alla fine degli anni ’70, un nemico con cui era possibile parlare, dal quale andare a comprare scarpe da ginnastica di marca spendendo poco, dove pranzare bene a un buon prezzo, sorridendo – a volte con scherno – ogni volta che si cambiavano le lire in dinari: da un giorno all’altro aumentavano gli zeri, che crescevano come funghi dopo la pioggia, gli stessi funghi che si andavano a raccogliere di là, perché di qua non si poteva. Dalla cucina di casa mia si vedeva il monte Sabotino, in Yugoslavia, con la scritta “Naš Tito”, “Nostro Tito”, fatta – pensavo io – con le stesse pietre bianche che compongono la scritta “Hollywood” sulle colline di Los Angeles. La scritta “Naš Tito” era stata eretta con blocchi di granito nello stesso anno della mia nascita, in occasione di un convegno del partito unico yugoslavo: i giovani socialisti abbracciavano così idealmente il loro Maresciallo. Tito morì circa un mese prima del mio secondo compleanno, ma la scritta rimase là per molto tempo ancora. Faceva parte del panorama rassicurante che si vedeva dalla veranda della mia cucina: subito in basso il cortile dove giocavo a calcio, poco più in là l’orto della “vecchia”, nel quale finivano spesso i palloni, e a causa del quale finivano spesso le nostre partite, ancora più in là il condominio dove abitava la mia amica Emanuela, così simile al mio. Ma l’ultima cosa che si vedeva era la scritta: “Naš Tito”, Tito è morto, evviva Tito. Poi, il cielo.
Non basta studiare le guerre per capire cosa sono. Avevo già sentito parlare di un bel po’ di guerre, prima su tutte la Grande Guerra, che, dall’enfasi che ci mettevano a raccontarcela, io pensavo che si fosse combattuta solo a Gorizia, Città Sacra alla Patria, sul monte Sabotino e sugli argini dell’Isonzo, Sacro alla Patria anch’esso. Ma, fondamentalmente, associavo la parola “guerra” a “brutto”: un accoppiamento manicheo ma efficace per un ragazzino, considerando che, a Gorizia, parlando di quella Guerra, aggettivi come “glorioso” ed “eroico” erano sempre pronti a fare capolino e, quando si rimaneva in pochi, prendevano proprio la scena. Io, forse perché ho sempre mal sopportato paura, dolore e altre cose “brutte”, non capivo come quegli aggettivi potessero essere associati a morte, distruzione, bombe e fango. Mio padre, ogni tanto, intonava “O Gorizia, tu sei maledetta”, per motivi personali, ovviamente, non legati alla Guerra: si è sempre sentito strappato dalla sua terra, mio padre, e portato lì, in esilio dalla Calabria ai confini orientali dell’impero. Il 17 gennaio 1991 avevo dodici anni e mezzo, e ho visto la diretta che annunciava l’inizio delle operazioni della Guerra del Golfo, che poi venne chiamata “prima” per distinguerla dalle altre. Non fu mai “grande”, ma del resto era un’operazione, una parola che a me faceva venire in mente chirurghi esperti, rapidi e veloci. E l’aspetto che assumeva il televisore durante le dirette della CNN mi ricordava il monitor di un elettroencefalogramma. Erano lucine su uno schermo. Era molto più angosciante, per me, vedere i servizi al telegiornale con le persone che in Italia facevano le scorte di acqua minerale, scatolame e pasta. Mi chiedevo perché, e notavo con tranquillità le misurate spese dei miei. Ciononostante, il giorno dopo la diretta di Studio Aperto, a scuola c’era una visibile eccitazione. Un po’ perché ero in terza media – e alle medie c’è sempre una visibile eccitazione – un po’ perché si parlava di una guerra nel presente, che stava accadendo mentre noi eravamo impegnati nell’analisi logica. Quel giorno scrissi solo “guerra” sulla mia Smemoranda rossa, come se fosse stato un appunto qualsiasi. Il fatto è che non sapevo ancora di cosa si trattasse. Il 21 gennaio capii che la pensavo come Cocciolone, che interrogato dai suoi rapitori dopo l’abbattimento del suo aereo, dichiarava: “La guerra è una cosa brutta”. Io, intanto, avevo guardato a lungo i titoli dei quotidiani di quei giorni, e mi sembravano degni di quelli storici, all’epoca degli scoppi della prima e della seconda guerra mondiale. Stavo vivendo una guerra, quindi. Ma le vere preoccupazioni erano sempre altre, i compiti in classe, l’essere accettati, e anche il mondo intorno a me sembrava quello di prima: il telegiornale non mostrava più persone che facevano scorte da bunker, le lucine rimasero tali, tutto tornò placidamente normale. Forse ci dimenticammo anche di Cocciolone, non ricordo.
Nel frattempo il resto del mondo si disgregava. Come una perturbazione – parola che sentivo pronunciare solo al meteo, mentre un uomo in divisa muoveva calmo le mani su una proiezione che raffigurava l’Europa, con linee, numeri, cerchi – qualcosa si spostò da est a ovest, rapidamente. E si diffuse un altro tipo di nervosismo, come un vento fastidioso, destinato a cozzare a pochi metri dal luogo in cui ero nato. Un mese prima del compimento del mio tredicesimo anno di età erano evidenti i segni di crisi della Yugoslavia: Croati e Sloveni manifestavano volontà di indipendenza, come era successo nel mese precedente in Lettonia ed Estonia, a mia totale insaputa, e come stava accadendo nel resto dell’ex-Unione Sovietica: di quello, chissà perché, sapevo un po’ di più. I primi segnali di ciò che sarebbe accaduto li lessi sul viso rugoso della donna che aiutava mia madre nelle pulizie di casa. Il volto di Lojzka era sempre stato compunto e serio, ma mai triste: in quei giorni di quindici anni fa le sue rughe erano il corrispettivo epidermico dell’incrinata unità dei popoli slavi del sud, e il fatto che la scritta inneggiante a Tito fosse ancora là, ben visibile dalla cucina, era pura scenografia. Mia madre chiedeva a Lojzka “come va”, e lei diceva “non bene”. Capii poi che non era la paura per la fine del grande sogno titino quella che traspariva sul viso della donna, ma un timore più concreto, vicino, palpabile e, allo stesso tempo, universale. Si sentiva, nell’aria, la tensione, la violenza, forse anche i primi odi tra vicini di casa. Io questo non lo potevo capire, perché da qualche settimana non si andava più in Yugoslavia a fare il pranzo della domenica, in qualche “gostilna”, e le scarpe da ginnastica – le Adidas modello “Gazelle”, che adesso furoreggiano – non le compravo più nel grande magazzino di Nova Gorica, dietro casa, in un altro paese, oltre quella che ancora qualcuno chiamava “la cortina di ferro”. Ma l’unica cosa metallica tra Italia e Yugoslavia, tra Occidente e Oriente, era la rete da giardino che divideva in due la piazza della Transalpina a Gorizia, un di qua e un di là netto e preciso come può essere la divisione tra gli orti di due vicini di casa. Mio padre però sapeva di più, o quanto meno, poteva sentire di più. In quel periodo lavorava all’ufficio transiti del Confine di Sant’Andrea, in locali grigi, dove io andavo ogni tanto a giocare con timbri e posta pneumatica. Mia madre chiedeva a mio padre “come va”, mio padre rispondeva “non bene”. Sul volto di mio padre, tuttavia, le poche rughe che c’erano allora non presero altre forme, se non quelle di una preoccupazione simile a quella che gli avevo visto addosso quando la sinistra continuava a perdere le elezioni, quando tornava stanco e insoddisfatto dall’ufficio, quando io rientravo a casa tardi le prime volte, soddisfatto, ma pronto ai rimproveri.
Nel frattempo compii tredici anni. Forse per festeggiare andai a mangiare una pizza con i miei compagni di scuola, non lo so. Ricordo però benissimo che le voci di un’indipendenza slovena iniziavano a prendere forma, e anche io le percepivo. In quel momento la parola “Slovenia” e le sue derivazioni iniziarono a cozzare nel mio cervello con “Yugoslavia”, amichevolmente detta “Yugo” dai goriziani, che, sempre amichevolmente, chiamavano i suoi abitanti “s-ciavi”. Sapevo che la Slovenia era parte della Yugoslavia, ma me l’immaginavo come una regione. E se il Friuli Venezia-Giulia avesse deciso di rendersi autonomo dall’Italia?, pensavo. Evidentemente lo pensava anche Umberto Bossi, che però aspettò cinque anni e qualche mese prima di andare alle sacre sorgenti del Po (la sacralità dei corsi d’acqua torna, l’idea di Patria, invece, è relativa) e riempire l’ampolla d’acqua. La sostituzione ufficiale della parola “Yugoslavia” ci fu il 25 giugno 1991, quando Slovenia e Croazia si proclamarono repubbliche indipendenti. Ci furono nuove bandiere ai valichi di frontiera, ma io non le vidi mai, perché non mi avvicinavo al confine. Mio padre, invece, continuava a lavorarci. Sentii anche io qualcosa nell’aria un giorno, quando mio padre tornò dall’ufficio e disse che, per fare un breve tratto a piedi, gli avevano fatto mettere un giubbotto antiproiettile. Per me, tredicenne, un giubbotto antiproiettile si indossava nei film. Era una specie di corazza da supereroe, qualcosa che ti permetteva, dopo avere ricevuto delle pistolettate, di alzarti in piedi, sfoderare un sorriso strafottente e uccidere il tuo nemico, ignaro della protezione che indossavi. Ma pur sempre di pistolettate si trattava. Contro mio padre? E perché? Lì mi preoccupai, e sentii qualcosa vicino, potenzialmente pericoloso: non si trattava di lucine su uno schermo, né di titoli sui giornali. La guerra era mio padre con indosso, anche solo per dieci minuti, un giubbotto antiproiettile.
Il 28 giugno del 1389 la Serbia venne sconfitta nella battaglia di Kosovo Polije, e iniziò la sua dominazione ottomana. Il 28 giugno del 1914 Gavrilo Princip uccise a Sarajevo Francesco Ferdinando d’Austria e la moglie Sofia, e iniziò la Prima Guerra Mondiale. Il 28 giugno 1991 l’esercito federale yugoslavo attaccò le piccole repubbliche di Croazia e Slovenia.
Ho un ricordo confuso di quei giorni, perché la mia memoria è ormai occupata da un solo evento. Eravamo in cucina, la stessa da cui vedevo la scritta “Naš Tito”, che stava ancora là, oltre le case simili alle mie, sul monte Sabotino. Stavamo cenando, e probabilmente i miei parlavano di quello che stava succedendo pochi metri più in là, a est. Lojzka da qualche giorno non veniva più ad aiutare mia madre con i lavori di casa, ma credo si telefonassero: “non bene”, diceva forse la donna a mia madre. A un certo punto si iniziarono a sentire, lontano, dei crepitii, come di fuochi d’artificio, ma più secchi, dei petardi senza eco. E sentendoli non si riuscivano a immaginare luci colorate: quando si sentono fuochi d’artificio inaspettati, li si cerca per un attimo nel cielo. Quelli anche nel suono avevano qualcosa di crudo e cupo. “Sparano a Casa Rossa”, disse mio padre, nominando il primo valico confinario nel quale aveva prestato servizio, e nel quale forse aveva canticchiato per la prima volta la nota canzone su Gorizia. Io sarei nato otto anni dopo. Il ricordo successivo è quello di un odore acre che lentamente entrava nella cucina di casa. Eravamo abituati ai miasmi delle fritture di quelli del piano di sotto, alla passione per il cavolfiore di altri vicini, ma quello era un odore strano, alieno, lontano dalla nostra sensibilità. Piano piano la veranda della cucina venne invasa da un fumo nero e sottile, ma persistente. Non ricordo il rumore dell’esplosione del carro armato, il cui fumo arrivò fino alla nostra tavola, ma ho ancora nelle narici quell’odore forte e violento. Se ne potevo sentire l’odore dalla mia cucina, la guerra era ancora più vicina della scritta sul monte Sabotino.
Il sette luglio di quell’anno la guerra in Slovenia finì. Ci furono poche decine di morti. E la piccola repubblica della ex-Yugoslavia, indipendente, divenne il cuscinetto per evitare il contatto diretto con altri orrori, che ci arrivavano di nuovo sotto forma di lucine sullo schermo, di titoli di giornale, ma non di odori. Solo una volta mi resi conto della guerra che continuava a esserci, poco più in là. Quando iniziarono i bombardamenti Nato su Belgrado, nel marzo del 1999. Un pomeriggio sentii un rombo nel cielo, poi un altro, e un altro ancora. Mi affacciai dalla stessa veranda, ma la guerra, quella volta, non si fece vedere. Gli aerei che partivano dalla base di Aviano erano già transitati nel cielo, tentai di scovarli per qualche secondo, col naso all’insù e lo sguardo smarrito, come se cercassi fuochi d’artificio inaspettati. L’aria era tersa, senza alcun odore. E un condominio azzurro carta da zucchero era stato costruito sull’orto della vecchia, terreno sepolcrale dei nostri palloni, e mi impediva la vista della casa di Emanuela, che non abitava più lì da anni, e della scritta “Naš Tito”.
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