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Lui continuava a uscire ogni mattina ma tornava più tardi o non tornava per giorni o per settimane e quando tornava era un’apparizione e aveva un odore diverso. Lei lo accompagnava – lui, che era sempre andato ovunque da solo – e ripeteva, Va tutto bene, anche quando nessuno le aveva chiesto: Come vanno le cose? Ma era rassicurante sentirla così, dava un significato diverso ai silenzi e a certe parole che avevo intuito; e poi c’era Ginia che mi faceva compagnia e a volte si fermava a dormire, potevo mangiare quando volevo e guardare i film in seconda serata. La libertà mi faceva girare la testa: non sapevo come riempire quei vuoti che non conoscevo, e capivo che c’era qualcosa di profondamente sbagliato, che certi orari e certi momenti non erano fatti per me, non ancora, mi andavano larghi come le scarpe che a volte rubavo a mia madre, o i suoi reggiseni. Non ero riuscita a salutarlo, quando se n’era andato per l’ultima volta stavo ancora dormendo; ho pensato che ci sarebbe stata un’altra occasione e, per un po’, ho fatto finta di niente, ho aspettato. Un giorno che ero più triste degli altri le ho chiesto: Ma quando ritorna? E lei mi ha risposto: Il giorno del mais. Si è voltata e ha nascosto il viso dietro alle mani come in quel gioco, cucù? Ma non le ha più aperte. Ha preso un bicchiere dal lavandino, non l’ha nemmeno sciacquato: Ho sete, ha detto, l’ha riempito e ha bevuto in un sorso, strizzando gli occhi e la bocca. Se non l’avessi assaggiato una volta, quel vino, avrei creduto che fosse aspro come le pesche quando non sono mature – un pomeriggio che ero a casa da sola con Ginia mi ha fatto chiudere gli occhi e aprire la bocca per poi infilarci le dita che sapevano di sale e di amaro ma in fondo era buono, quel gusto, mi ha messo sulla lingua lo zucchero, il pepe, la noce moscata, mi ha detto: Indovina? E poi ancora origano e peperoncino: Indovina? Latte e succo di frutta e, alla fine, un po’ di quel vino. Era un miscuglio di miele e di acini gonfi e di qualcosa di adulto che non conoscevo; le ho detto: Ancora, ridendo, tendendo la lingua. Me l’ha toccata con la punta della sua lingua che sapeva di assenza di ogni sapore. Che schifo!, ho gridato, mi sono asciugata dalla sua saliva con il maglione. Ho cercato sul dizionario e nell’enciclopedia. Il mais è: un cereale con infiorescenza a pannocchia. Il mais è: semi commestibili e gialli. Ogni parola ne conteneva almeno un’altra che non conoscevo, e allora ho telefonato a Ginia, le ho chiesto di accompagnarmi al supermercato; volevo vedere il mais da vicino ma non gliel’ho confessato, balbettavo cercando una spiegazione e lei, ridendo, mi ha detto: Va bene. Quando ci siamo incontrate mi ha sfiorato la schiena come se avessi qualcosa, un insetto o un capello o una macchia, mi ha pizzicata tra una scapola e l’altra e mi ha chiesto: Ti sono venute? E io non capivo che cosa, ho risposto: Eh?, che vuole dire no oppure sì o non so o non sono sicura. Tra gli scaffali ho cercato e trovato una scatoletta rotonda, mentre Ginia ha preso una confezione di pannolini da donna, mi ha spinto il gomito contro e mi ha detto: Non vergognarti, non c’era bisogno di comperare altro. Che cosa hai preso?, mi ha chiesto. Del mais? Ho annuito e sorriso come se avessi avuto un segreto al quale non davo importanza anche se mi brillava negli occhi, ho deciso che avrei domandato a mia madre di queste cose che arriveranno o verranno, e chissà se andranno via come ha fatto mio padre. Di notte, ho sollevato il coperchio di latta e i chicchi erano gialli e dolci e croccanti. Li ho mangiati uno alla volta e ho domandato: È questo il giorno che aspetto? Ascoltavo le ombre e tutte sembravano lui, lo trovavo anche nel canto degli ubriachi e nel cinguettio degli ultimi uccelli. Sei tu? Nessuno ha risposto, solo la notte è venuta a trovarmi e mi ha addormentata. Il giorno del mais. Pensavo: il mais, dove cresce? Il mais cresce in campagna, in pianura. Doveva trattarsi di una di quelle sagre alle quali andavamo d’estate. Nel giorno del mais ci sarebbero stati lunghi tavoli e panche, tovaglie cerate a quadretti, bicchieri di plastica e tendoni da circo a spicchi come le mele, un uomo in grembiule a rosolare pannocchie nel burro; un altro avrebbe venduto ciambelle coperte di zucchero a velo. Ci sarebbe stata una giostra con i cavalli e io avrei trovato un gettone per terra e l’avrei pulito alitandoci sopra per inumidire la crosta di giorni e di notti, di sole e di pioggia. Avrei scelto il cavallo più bello e l’avrei montato stringendo la pancia cava con le ginocchia abbronzate – il giorno del mais doveva essere per forza d’estate – poi lui sarebbe arrivato, l’avrei salutato puntando i piedi dentro alle staffe per darmi lo slancio e saltare e corrergli incontro ma lui mi avrebbe fermata con un sorriso, mi avrebbe aspettata e poi avrebbe fatto un giro di giostra con me, stringendomi per sollevarmi e farmi prendere la pelliccia sempre per prima, avremmo potuto girare e girare senza pagare neanche una lira. Ne ho parlato con Ginia un pomeriggio che fuori pioveva e non c’era niente alla televisione. Sua madre ci ha portato un bicchiere di latte a testa e poi è uscita dicendo: Fate le brave; noi siamo rimaste sedute per terra a guardarci la punta del naso. Certo che sei proprio noiosa, mi ha detto spingendomi via. Io ho alzato le spalle e le ho detto: È come se fossi piena di paura e mi fa pure male la pancia, potresti pensare a qualcosa anche tu. Allora ha deciso: Se io ti racconto un segreto e tu mi racconti un segreto restiamo amiche per sempre. Va bene, comincia; No, prima tu; L’idea è stata mia e io decido, ha detto, fissandomi dritta senza abbassare lo sguardo. Allora le ho parlato di lei e di lui e del poco che mi ricordavo del giorno in cui non era tornato – non era nemmeno un vero ricordo, l’avevo ricostruito prendendo pezzi di altre giornate e mettendoli insieme; nessuno mi aveva avvertita: Stai attenta, oggi non è come ieri e domani sarà ancora diverso, non ci avevo prestato attenzione. Le ho detto anche questo, alla fine, voleva la verità e i miei segreti, e io la sua amicizia per sempre che credo che fosse almeno fino alla fine della scuola media. Mi sono nascosta la testa tra le ginocchia e quando mi ha chiesto: Ma torna, tuo padre? Le ho ripetuto le stesse parole che aveva detto mia madre: Il giorno del mais. Mi sento che si sta avvicinando, le ho detto, lei ha alzato gli occhi e ha cominciato a gridare, insultarmi, a tirarmi i capelli. Si è messa in piedi e ha dondolato la testa; poi si è sfilata la maglia e, Guarda, mi ha detto, indicando qualcosa sotto le ascelle. Non vedo niente, ho confessato; ormai mi aveva dato della cretina e della deficiente. C’erano puntini rossi, come qualcosa che stesse spingendo la pelle: mi sono avvicinata e le ho chiesto: Fa male? E lei mi ha spiegato che si era dovuta togliere i peli e che aveva iniziato a usare il deodorante. Mi ha mostrato lo stick con la palla rotonda e bagnata e mi ha domandato: E tu? Non mi sembra, ho risposto, ma mi stringevo da sola e quasi sentivo qualcosa affondarmi radici e spuntare. Ginia mi ha sollevato la felpa sopra la testa e mentre gridavo, Così non respiro, non vedo!, lei ha controllato e ha esultato: Ne hai due da una parte, due peli! Ho cercato di darle un calcio ma lei mi ha bloccato la gamba in mezzo alle sue, l’ha stretta forte, e allora ho iniziato a stringere anch’io per non esser da meno. Mi teneva ancora alte le braccia e rideva, Hai le tette più grandi di me!, e per il freddo e per la vergogna mi sono sentita come se avessi due nodi davanti. Cercavo di liberarmi e lei cercava di liberarsi e siamo cadute sdraiate senza mollare la presa. Ho gridato, Lasciami andare!, ma c’era qualcosa in quello stringere che mi assomigliava e faceva sudare. Ho ripetuto, Lasciami andare, ma senza ingannare neanche me stessa; lei mi ha risposto e la sentivo lontana: Mai, mai, tu devi restare – in quel momento la mia pancia era un lago e lei un sassolino e c’erano i cerchi nell’acqua e il centro del cerchio più stretto ero io. Mi ha detto, Ti amo o Ti odio o entrambe le cose e io non ho nemmeno sentito – ero già in bagno e cercavo allo specchio indizi del fatto che avevo capito che il giorno del mai non sarebbe arrivato.
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