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Marching to the killing rhythm PDF Stampa E-mail
Scritto da Marco Mazzucchelli   
Mercoledì 23 Febbraio 2011 00:00


Una sgradevole sensazione, come se fossi stato narcotizzato, trasportato e lasciato a smaltire l’ineluttabile nevrosi sui sedili posteriori di un auto. Aprire gli occhi, mettere a fuoco lentamente il buio e i lampioni del parcheggio deserto, soffermarmi sulle gocce di pioggia sul finestrino appannato e unto. Socchiudere la portiera, calare le gambe fuori nel fresco della notte. Ritornare bipede e camminare come dopo anni. Mi sto alzando da un divano di pelle in questo modo e un nuvolo di domande arriva a bussare insistente dietro la mia fronte. Sono in quella fase dove non riesco ancora a capire dove mi trovo.
Nella stanza ci sono giubbotti di squadre di football, quadri raffiguranti gente tremendamente benestante. Alcune persone chiacchierano in posti e posture non convenzionali, oscure successioni di stanze mi suggeriscono la possibilità di trovarmi ad una festa. Calpesto senza volerlo qualche bicchiere rotto sul parquet a liste larghe, cammino sotto il fuoco dello sguardo di chi è appoggiato alle mensole con il gomito. Mi lascio guidare. Indifferente nelle gambe, lungo percorsi che ho la sensazione di conoscere. Mi passo una mano tra i capelli ed è una cosa che faccio unicamente quando sono a mio agio. Le ascelle sono perfettamente asciutte, non come se fossi in presenza di individui sconosciuti. È come se fossi inconsciamente consapevole che il mio ruolo qui dentro sia universalmente riconosciuto come mio-e-di-nessun-altro. Come se la mia presenza, qui e in questo momento, avesse un chiaro, e da tutti accettato, significato. Eppure la mia memoria di superficie non ha ricordi recenti di questi spazi. Eppure i volti i cui sguardi sostengo con sicurezza - ogni secondo di più – rinnovata, non mi sono familiari e il mio avambraccio non è vittima di impulsi inconsci all'accennare qualsiasi tipo di saluto.
Nella casa aleggia un lezzo di banale stile Mies Van Der Rohe. Il salotto ruota attorno a due coppie di copie di omonime sedie datate 1957, e ciò che ne segue è un intersecarsi di legno  e pietra levigata geometricamente su più piani concettuali, senza che tutto questo dia vita a un'armonia abitativa che possa in qualche modo influire positivamente sul karma degli occupanti. Lastre parallelepipede proiettano ombre dal soffitto e chi vi sosta sotto viene ostilmente influenzato dalla cupa vicinanza sessuale degli angoli formati dal negativo incastonarsi delle pareti. Il camino è squadrato e il danzare del fuoco è artificialmente regolare. Oltre l’oscurità di un locale secondario si intravede salire l'asse monolitica di un corrimano in mogano che cela la sua estremità superiore nel buio del piano superiore.
Non si sente nessun suono animalesco provenire da quelle stanze, di norma sede naturale degli accoppiamenti dei cosiddetti “animali da festa”. Nessun esemplare più sfortunato e rancoroso della stessa specie, volge sguardi invidiosi verso le scale, rivolti oltre il soffitto, come ad aiutare la percezione uditiva.
Lunghi tappeti di raso porpora mi portano su di un piano adiacente oltre le pareti di vetro, fino a posare i miei sandali sul giardino esterno, spazio dedicato all'evidente celebrarsi di effimeri festini privati. L'alito caldo delle notti d'estate mi sbuffa veloce e fastidiosamente sul volto, penetra nella mia camicia aperta sul torace e la gonfia sulla schiena, quasi mi spettina. L'acqua della piscina è così calma che l’istinto di provare a tagliarne la superficie con il mio coltello a serramanico è irresistibile ma, date le ancora poco note coordinate della mia presenza in questa esperienza, il mio istinto di sopravvivenza mi impone dei rigidi freni inibitori.
Sulle plastiche fasce delle sdraio bianco-perla che contornano il rettangolo d'acqua sdraiano i corpi calati nel sonno di misteriosi esseri umani. Respirano senza fatica alcuna e hanno arrotolate sul volto t-shirt e camicie firmate. Lasciano scoperti i muscolosi e abbronzati toraci senza volto. Indossano perlopiù leggeri pantaloni bianchi e calzature scamosciate, al polso importanti orologi da persone dedite a impegnative escursioni subacquee. Verso ognuna di queste sdraio, arrivano impronte di piedi nudi bagnati. Sono scure e fresche, la luce che aleggia intorno vi si riflette assetata. Le stesse piastrelle di cotto italiano con posa diagonale le bevono assetate.
Dalle abitazioni vicine non arriva nessun segno di presenza umana. Mi muovo come in un acquario secco. Qualsiasi cosa tace e si copre gli occhi per non farsi vedere. Il cielo è nero come sono profonde le notti senza sogni. Eppure non è giustificata una così assordante assenza di attività cerebrale umana. Sembra di stare dentro un’enorme grotta e su tutto pervade un antibiotico odore di cloro.

All’interno ritrovo le stesse espressioni languide, sintomi di noia e affaticamento di spendaccioni collaudati, come se chiunque stesse a fatica tirando in lungo la serata. Nessuno è troppo ubriaco, né troppo poco. Sembra che tutti abbiano raggiunto un appagante e borghese compromesso tra fiacchezza e una soglia di sballo tale da poter sopportare questa fiacchezza - senza dover tuttavia accusare le imbarazzanti e deleterie, per le relazioni sociali, seccature derivanti da un combinato abuso di alcol e droghe. Qualcuno sosta o si sposta cauto in piccoli greggi, vantandosi di fatti e accadimenti personali che si confidano in prima battuta a degli sconosciuti per dare una buona impressione di sé – fatti e accadimenti che a una più accurata analisi si rivelano sempre essere privi di qualsiasi fondamento e interesse, come ad esempio millantare numerose amicizie omosessuali, oppure prodursi in affascinanti storielle riguardanti la propria vita sessuale, ricercata, appagante e libera da un qualsiasi tipo coinvolgimento sentimentale.
Noto un uomo sulla quarantina con la giacca di velluto beige che mi fissa. Arrossisce quando me ne accorgo, si ricompone nella sua posizione originale appoggiato alla mensola sul gomito sinistro e si porta più volte le mani al volto. Si sistema gli occhiali, si gratta la base del naso,  controlla la consistenza della sua rasatura. Alla fine si pettina, con leggeri colpetti dati con la punta delle dita.
Torno a osservare il divano dove stavo e la donna che mi dormiva accanto. Ho come la sensazione di conoscerla, ma è qualcosa di differente. Come quando si sogna di scopare una persona che si conosce solo di vista, una persona con cui non si ha mai parlato, né c’è stato qualcosa di più di un ordinario scambio di sguardi, e dopo aver sognato di averla scopata la si incontra proprio il mattino dopo, la si incrocia per strada o nei corridoi dell’ufficio e si sente dentro quella voglia, quel caldo desiderio irrefrenabile di salutarla, come se non fosse la prima volta, e di sorriderle.
Donne sessualmente attraenti siedono in minigonne a ginocchia strette, hanno quell'aria svogliata e allucinata tipica delle commesse di via Montenapoleone in pausa pranzo mentre si sciolgono in liberatorie confessioni sui propri insuccessi amorosi, ma sottovoce, davanti a un insalata con gamberetti e a un bicchiere di acqua naturale a basso contenuto di sodio, sedute nel solito caffè per potersi sentire a pieni voti parte di un qualcosa che conta, comunque sempre consapevoli di essere ancora i soprammobili più alla moda e desiderati della stanza, di arredare l'ambiente con gusto ricercato e costoso, come longevi e ben curati bonsai o locandine originali di film appartenenti al meticcio filone rosa/neorealista italiano.
La casa tutto a un tratto profuma di collante e fresca vernice.

Nell'angolo in fondo a destra si intravedono splendere gli affilati acciai dell’arredo della cucina e dietro l'ondeggiare di un gomitolo di persone brillano i fornelli e il lavandino deserti, senza incrostazioni di cotture o macchie di calcare, non ci sono spolverini stesi ad asciugare, o consumati rotoli di scottex. Su tutti i ripiani e nelle vicinanze delle persone presenti nelle stanze da me visitate non c'è traccia di piattini, forchette, briciole, macchie o qualsiasi altra traccia della recente presenza di un qualsiasi oggetto o materiale commestibile non tossico.
Poi, proprio dalla cucina, una frase urlata squarcia la rassicurante filodiffusione di una compliation di sconosciuti gruppi beat italiani. Dall'esterno arrivano i fischi e i fasci di luci di svariate e guastafeste volanti della polizia. In casa è come se qualcuno avesse tolto l'anello di una bomba a mano e stesse correndo in giro brandendola. Tutti buttano ciò che non dovrebbero avere in tasca e cercano una via di fuga e nella confusione non si capisce dove possano scappare, quando poi mi accorgo che dalla siepe vicina la piscina stanno scavalcando uomini in uniforme di scatto faccio marcia indietro e vado a sbattere contro la donna che mi stava dormendo affianco.
Con le mani mi stringe le spalle e nel suo sguardo riconosco il sogno dove lei si ricorda di me. «È noi che stanno cercando vero?!»
Luci e luci scoppiano impazzite e il pavimento sembra ondeggiare come un'imbarcazione nel bel mezzo di una tempesta. Sento infrangersi dei vetri alle mie spalle e dei fumogeni iniziano a soffiare con divino fragore, costringendomi a cercare la fuga attraverso la cucina. Lì dentro i miei occhi si abituano ai neon asettici. Nella stanza dei coltelli non sembra più di essere persi nella nebbia, e una volta raggiunta la finestra mi ci affaccio e spio il giardino retrostante che brulica di uniformi. Mi giro di scatto come la vittima di una zoommata in un tragico primo piano di cento anni fa, teso nel dettaglio di una fronte solcata da rivoli di sudore, un tizio in maniche di camicia mi punta la pistola impugnandola nella mano destra e mostrandomi il distintivo con la sinistra. Deve essere il capo, ha tutta l'aria di sapere cosa sta facendo. In questi attimi sospesi lo guardo bene. È magro e calvo, i pochi capelli grigi non sono stati tagliati di recente, ha un espressione diabolica e uno sguardo fresco, energico e la camicia è una taglia di troppo. Assomiglia terribilmente a John Malkovic.
«Sei tu Malcolm?» mi parla con la voce del doppiatore di John Malkovic.
Io annuisco e inghiotto a fatica una biglia di saliva amara.
«Bene, appoggia la ragazza per terra, piano.»
Mentre mi abbasso per far scivolare il corpo dalle mia spalle e mi rialzo mi segue con la canna della pistola, continuando a mirarmi con precisione le palle degli occhi, prolungando in avanti l’ipotetico asse formato dal braccio teso verso di me.
«Non ti devi preoccupare per lei.»
Una volta raddrizzate gambe e schiena lo guardo fisso e senza che me lo chieda sento l'irrefrenabile impulso di alzare le mani in alto. Lui fuggevolmente nota le chiazze di sudore sotto le mie ascelle e accenna un sorriso beffardo.
«Adesso io e te andiamo a farci un giro. Prendila come se fosse una scampagnata. Prendila come se io e te fossimo due amici che fanno a farsi un giretto la domenica pomeriggio.»
Sorride di nuovo, inclina la testa e con l’indice fa ruotare la canna della pistola, rapito dal ritmo della musica di sottofondo che ancora gira nello stereo.
Sembra entrato in estasi. Mi guarda serio, aspettando.
«Ti piace?»
Annuisco.
In questi casi, anche se è inevitabile non passare per quello che annuisce solo per farti un piacere bisogna farlo lo stesso.
«Abbassa quelle mani, rilassati. Lascia a terra il coltello.»
Mi sembra che la pistola ormai la stia impugnando solo per darsi un tono. Lascio il coltello a terra.
«Adesso basta che prendiamo la porta di ingresso e usciamo dal vialetto principale, va bene?»
Nel salotto ci sono poliziotti ovunque, rovistano e spaccano tutto immersi in ciò che rimane degli ultimi sbuffi dei fumogeni. Sono esagerati, sembra che vogliano solo distruggere la casa. Alla parete che divide il salotto dall’atrio è fissato un quadro che prima non c’era, e lì dietro sostano coppie di poliziotti che non stanno facendo nulla. Aspettano in piedi, senza parlare tra loro, senza conoscersi fra di loro. Uno guarda l’orologio, un altro parla con uno senza uniforme che sta nascosto dietro una porta e che, quando mi vede entrare, di scatto si nasconde del tutto. Gli altri vedendolo si mettono anche loro a rovistare e spaccare ogni cosa come prima, con ancora più foga dei loro colleghi.
Usciamo all’aperto e anche in giardino e nella zona della piscina uomini in uniforme annusano dappertutto; alcune persone che erano al party, e che pensavo fossero riuscite tranquillamente a scappare, vengono strattonate e portate via ammanettate. Tutto questo movimento, questa gente, le macchine della polizia col motore acceso, i riflettori blu che vorticano, il ronzare delle voci nelle radio, è come se si cercasse inutilmente di infondere una parvenza di vita in questo quartiere, imbellettare il viso a un cadavere con cipria e altre diavolerie per farlo sembrare un dormiente. Sono immagini non riflesse dagli specchi, luci non riflesse dalle finestre.
Mentre entro da solo nella volante e mi siedo sui sedili posteriori, do un’ultima occhiata qua fuori e d’un tratto i poliziotti che infestavano la casa sono scomparsi, come se non fossero mai esistiti. Mi vengono in mente quei videogiochi dove ammazzi i cattivi e loro cadono giù oltre lo schermo della tivù, ma poi se capita che torni indietro e passi di nuovo di lì, non c’è più traccia dei loro cadaveri stesi per terra. Così sembra essere capitato ai poliziotti, solo che a loro non li ha ammazzati nessuno. È in questo momento che mi ricordo che

la casa è troppo moderna. È il risultato dell’intersezione longitudinale di più piani abitativi, divisi fra loro anche da solo pochi centimetri di altezza, ma abbastanza per lasciar intendere dove inizia la sala e dove incomincia la cucina o la zona notte. Il tutto è delimitato dal vetro e dall’acciaio. Vetrate chiudono gli spazi e se il soffitto non fosse di legno, si ha la sensazione di stare osservando una teca a misura d’uomo.
Immersa nella foresta tropicale e eretta sulla sommità di una parete scoscesa, appare di giorno come un macchinario metallico che riflette i violenti raggi del sole, di notte invece come una scatola che brilla nell’oscurità più assoluta, un presepe cannibale, tecnologico.
Dalla foto, scattata all’interno della sala, si vede chiaramente la vastità della foresta incontaminata. Il tenue chiarore stellato della notte sottolinea di più la plumbea e melmosa oscurità della foresta, la cui visione viene filtrata attraverso la geometria degli spazi architettonici. Arrivano subito alla mente immagini rapite ad un party notturno, quando tante persone animano queste stanze che adesso sembrano plastificate. Le poltrone del salotto, la passerella sul bordo del dirupo, i flute di champagne dorati e frizzanti illuminati dalle lampade alogene, persone a loro agio su scomodi divani in pelle, patatine e stuzzichini polverizzati per terra, impronte circolari lasciate da bicchieri da cocktail dimenticati sulle mensole, l’eco di una musica soffice in sottofondo. E poi un ragazzo che continua a blaterare di arte e di mostre e altri colti argomenti i moda con una ragazza ubriaca, fino a quando si accorge di aver valicato quel sottile limite che divide l’interessare una persona dall’annoiarla pesantemente. Un ragazzo che così decide di provarci e con fare candido la invita a fare una passeggiata tra le fronde degli alberi. E la ragazza ubriaca che si arrende volentieri a questa idea. E un indigeno che se ne sta appoggiato dietro il primo albero della foresta, che, terrorizzato dal ragazzo e dalla ragazza che barcollano verso di lui, aspetta che l’ombra li inghiottisca e arriva alle loro spalle e li sgozza con mano rapida, spaventato a morte da quella “cosa” che non riesce a comprendere, questo indigeno, che sente il sangue spruzzare senza poterne vedere il colore, si ritrae e scompare nella foresta confuso e farneticante, sicuro che Dio lo punirà per quello che ha fatto.

 

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