|
Conosce questo posto. Gli alberi radi piegati ad assecondare la direzione del vento, le rocce calcaree consumate dalla pioggia. Già visto, come la salita lenta ma inesorabile verso la torre che domina il mare. Giù, ottanta metri più in basso, dove le onde si infrangono sugli scogli producendo quel rumore costante, anche quello già udito. È lì, sente di sapere dove si trova, ma non sarebbe in grado di dare un nome a quel luogo dove la luna ferisce la notte rischiarandola della sua luce bianca, spettrale. Non ci sono odori in questa realtà che sa di visione, solo immagini e suoni, e un profondo vuoto che sembra volerlo inghiottire, un’angoscia senza passato e senza futuro che lo spinge a proseguire la salita come se le membra che lo sorreggono non gli appartenessero. Passo dopo passo verso quel suono, sempre più forte, sempre più chiaro, con la fitta al petto che lo squarcia dall’interno. Niente ricordi, niente pensieri, coscienza di sé, di un luogo, di una direzione e, nel progredire della salita, coscienza di una destinazione, inevitabile. Amarezza e risentimento, ecco cos’altro. Nei confronti di chi o di cosa non lo sa, non è di questa realtà domandarselo. Il tempo non appartiene a questa dimensione, l’alternarsi dei suoi passi è quanto ci sia di più vicino ad una successione temporale. Illusione. Il primo e l’ultimo metro del suo percorso si fondono in un unico punto, con tutto ciò che sta nel mezzo. È al punto di partenza ed è sull’orlo del baratro; è in volo verso l’oblio definitivo ed è lo scoglio che lo accoglie nel suo abbraccio immobile, impossibile, come l’eternità. Si sveglia immerso in un bagno di sudore e nello stesso rumore che lo ha accompagnato nel suo travagliato viaggio onirico. Acqua che si abbatte su dura roccia. Si è addormentato sul balcone, col libro in mano aperto su una pagina che non ricorda di aver letto. Si trascina in camera, sono le tre del mattino. L’albergo è silenzioso, proprio per questo l’ha scelto, appeso su quella scogliera che ne sancisce l’isolamento e allo stesso tempo è l’unico legame col resto del mondo. Un pugno in un occhio, certo, un mostro ecologico, con la sua architettura squadrata anni sessanta, lì dove dovrebbero fare il nido i gabbiani. Eppure non avrebbe potuto trovare un posto più consono al suo stato d’animo. Prova a riprendere sonno per rendersi conto che non gli è possibile, qualcosa si è spezzato. È dentro la sua testa, quel maledetto rumore. Lo ha condotto a quello strano sogno e continua a torturarlo anche da sveglio. È suono, immagine, è malessere, angoscioso, senza pace. È disperata caduta alla ricerca di una fine che non arriva. Richiamo. Richiamo! Non potrebbe essere più chiaro di così. Perché non l’ha capito subito? Non si è trattato di un sogno indotto dal frangersi delle onde, era tutto troppo reale, tangibile, troppo sentito. La torre, la salita, le luci della città all’orizzonte, poco lontane. Si veste in fretta senza accendere la luce, raccogliendo tastoni gli abiti che aveva lasciato sulla poltrona accanto al letto. Quaranta minuti d’auto su strada deserta, tanto lo separa dal luogo al quale è diretto e dove solo in questo momento si rende conto di non essere mai stato. In realtà non lo conosce. Almeno non nel modo in cui gli è apparso nella sua visione notturna. Non certo con quella chiarezza di dettagli. Eppure sa esattamente dove andare, ha chiara in testa la strada che dovrà percorrere, dove lasciare l’auto e su quale sentiero proseguire. Vorrebbe che non fosse così, che si fosse trattato solo di un folle incubo estivo dovuto al caldo e allo stress, ma la verità è che la sua allucinazione gli ha consegnato la consapevolezza di ciò che lo aspetta sul fondo del precipizio. Trenta chilometri di tornanti scivolano sotto le ruote senza lasciare traccia nella memoria di un singolo gesto compiuto per evitare un salto fuori dalla carreggiata. Lascia l’auto in uno sterrato circondato da bassi cespugli e comincia la salita per un sentiero che procede attraverso la scarsa vegetazione. Le luci della città sono lì, ogni cosa è nel punto esatto in cui l’ha sognata. Realtà e sogno tornano a fondersi. Il pensiero lo fa rabbrividire. Si ferma per cercare di dare un senso a quanto sta accadendo nella notte più folle della sua vita. L’aria immobile cristallizza uno scenario nel quale i suoi passi e le onde sospinte da una burrasca distante chissà quante miglia sono gli unici elementi che rispondono alle leggi della dinamica. Forse ha davvero perso la ragione, il senno lo ha definitivamente abbandonato e dovrà vivere il resto dei giorni sospeso in questo limbo di surreale disperazione. Forse è morto. Non ci vuole poi tanto. Un colpo al cuore, sul balcone di quell’albergo che il suo corpo non ha mai lasciato davvero, è ancora lì, seduto sulla sedia a sdraio in plastica con la testa reclinata su un lato, in attesa che la donna delle pulizie domattina faccia la macabra scoperta. Già la immagina: “Mi scusi signore, credevo non ci fosse nessuno. Ho chiamato prima di entrare, molte volte. Non ha sentito? Signore. Signore, si sente bene? Oh mio dio, è morto! Oh mio dio! Sei morto davvero, bastardo di un taccagno. Gli ho sventolato le tette sotto il naso per una settimana senza vedere un centesimo di mancia”. Ma se questa è la morte, dove sono la pace e le risposte che ci aspettiamo dalla vecchia figlia di puttana? Sarebbe una bella fregatura. Ha ripreso a camminare, non più in salita, si trova ad arrancare per una sorta di ripida e scoscesa scalinata naturale che conduce alla base del promontorio. Passi incerti e malfermi su gradini irregolari di pietra friabile, col cuore a mille per il terrore di finire sfracellato tra le tane dei granchi. No che non è morto. La paura di crepare non gli starebbe rivoltando le viscere in quel modo, se avesse già fatto il salto. Non servisse almeno a liberarci dalla paura e dal dolore, non varrebbe davvero la pena di morire. Questo lo dovrebbe consolare. In realtà non fa altro che riportarlo al primo dei suoi pensieri, quello che lo ha spinto verso quel luogo nel cuore della notte. Più penoso del pensiero stesso della propria morte. Per questo ha cominciato a tremare, ora che non restano che pochi passi e lo strapiombo si erge sopra di lui in tutta la sua opprimente altezza, dando allo stesso tempo un’impressione di maestosità e di precaria fragilità. Non se ne cura, il suo nome non è sulla lista, non per questa notte, ormai è chiaro. Guidato da una forza alla quale non saprebbe dare un nome e alla quale non ha potuto opporsi, è giunto fin lì per porre fine alla sofferenza di molti. Poco importa se avverrà attraverso il più grande dei dolori. Qualunque pena è meno crudele del tormento del dubbio e della falsa speranza. Terminata la discesa si dirige senza esitazioni verso il lembo di terra che sfida le onde più violente, sovrastato in alto dalla torre, ormai a inutile vedetta di nemici scomparsi da secoli. Nel vederlo, alla luce bianca e pietosa della notte di plenilunio, gli occhi gli si riempiono di lacrime. Ha indosso gli stessi abiti con cui lo aveva visto allontanarsi verso l’auto la sera che fece perdere le proprie tracce. O quel che ne rimane. Non esiste pietà per un corpo privo di vita abbandonato agli attacchi del tempo. Due mesi esatti, tanto è passato da quel giorno. Settimane trascorse a fare supposizioni spesso ridicole, a porsi domande alle quali ormai era la sua stessa superficialità a impedirgli di dare delle risposte. Era scosso, adesso lo ricorda. Allora aveva pensato che fosse incazzato, come tante altre volte, niente di più. Invece c’era molto di più, c’era tutto un universo. E lui, il suo migliore amico, non era stato in grado di comprenderlo. Cosa aveva provato quella sera, mentre lo salutava, al pensiero che la persona che più gli era stata vicina in tutti quegli anni, più di sua moglie, più dei suoi stessi genitori, non aveva intuito una misera parte del suo dramma? Si sente il più insensibile dei cinici, adesso che ricorda il modo in cui lo ha lasciato andare via. “Avremmo dovuto comprare quella barca. Questo sì è un rimpianto”. “Vedrai che tutto si aggiusterà, come sempre”. Così gli aveva risposto. La vergogna per quelle parole lo divora fino quasi a privarlo del diritto di piangere. Il pensiero della compassione che la sua ottusità deve aver suscitato nel suo amico è un colpo dal quale per molti minuti pensa di non potersi più riavere. Poi, alle prime luci del mattino, si guarda intorno e scopre come essere arrivato fin lì sia stato un autentico miracolo. Quella che nella notte gli era apparsa una ripida scalinata in realtà non è altro che una parete a picco sul mare con pochi appigli. La risalita è impossibile. Non fosse per il cellulare che ha in tasca, non potrebbe fare altro che sperare in un’imbarcazione abbastanza vicina alla costa per poter chiedere aiuto. Si lascia andare a un sorriso. Spiegare come si sia cacciato in quel guaio e soprattutto perché mai l’abbia fatto non sarà facile. Prima di chiamare aspetta che il sole sia sorto. Non l'ha mai visto nascere dall’acqua, enorme palla di luce rossastra filtrata dagli ultimi umidi brandelli della notte. Lo spettacolo più prodigioso che la vita gli abbia mai regalato. - Hai ragione, avremmo dovuto comprare quella barca. Questo sì è un rimpianto.
|