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Il piccolo chimico si chiama Sansone Valobra. Come il cane Sansone, come Sansone quello dei capelli che danno la forza, archetipo biblico del rastafariano più sciatto. Sansone Valobra è un piccolo ebreo cuneese che negli anni venti di due secoli fa infila un cappuccio di fosforo sopra un pezzetto di legno e lo chiama fiammifero. Prima il fuoco si accendeva con l’acciarino, acciaio più pietra focaia uguale scintille, un sistema scomodo per accendersi le sigarette, diciamo ingombrante. L’acciarino è l’ancien régime dei metodi di combustione portatile: ti serve una borsa, per portarlo, e pesa. Deve costare caro, poi, e ricorda troppo quella fiaba di Andersen, con il soldato avido e la strega e i cani, che nell’illustrazione del mio libro di storie per bambini facevano una paura cane, appunto. Poi c’è la principessa, va bene, ma quella fiaba coi cani giganti che compaiono all’improvviso era tutt’altro che appagante. Il fiammifero sarebbe rivoluzionario se non fosse finito nelle mani di quel paranoico di Andersen: doveva essere fissato con il fuoco tascabile se tredici anni dopo l’acciarino scrive la piccola fiammiferaia, la versione cattolica di Dickens, il non plus ultra delle lacrime catto-catartiche, lo shojo orfanile ante litteram. Quel favolista da due corone non sa di dovere il suo massimo successo a Sansone Valobra, il piccolo fiammiferaio ebreo che accende fuochi fatui per la gioia della reazione chimica e nella speranza del guadagno, all’oscuro delle turpi faccende dello smercio fiammifericolo danese.
C’è del marcio, e non sta in Danimarca: deve essere una tradizione consolidata presso gli inventori, specie qui in Italia, quella di farsi fregare dai crucchi e dagli americani (per questo, poi, li battiamo a calcio). Il piccolo fiammiferaio cuneese non muore infreddolito sul molo di Copenaghen, e neppure investito da un tram, ma non può dirsi dignitosa nel mondo dei vivi una fine da “inventore de facto“: andate a dirlo a quel povero diavolo d’un garibaldino di Mercalli. De facto anche lui, de iure quell’altro spilungone di Bell: tutti sanno chi è il vero inventore, ma i soldi e la gloria (oggi si direbbe la droga e e puttane, pensa te) sono riservati a qualcuno più scaltro e rapido. Lo ius è il diritto, ma a ben guardare (a ben guardare sul vocabolario), è pure il brodo: sebbene sia un caso di omofonia, secondo me, non è un caso. Giudice batte chimico mille a zero, nella Danimarca delle nostre vite, e la verità si diluisce come il grasso di gallina nell’acqua tiepida. Frega poco a Sansone dei punteggi: lui può vedere l’idrogeno riposare nel mare, può immaginare il fuoco dalla capocchia di uno stecchino, le sue leggi sono descrittive, cioè reali. Un giudice, no: a lui basta buttare tutti in galera come dadi Knorr e sbrodolarsi addosso gli articoli cucinati da un altro cuoco. Però, anche a lui, il fiammifero serve, per accendere il fuoco sotto la minestra. E a noi serve il brodo, se non altro per il risotto. Brutta faccenda, la vita.
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