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Popolo di Igea Marina, un caro saluto a tutti voi. Basta applausi, basta applausi, vi prego. Mi fate arrossire. Sono solo un umile scrittore, in fondo. Diventato ricchissimo grazie ai suoi libri, sì, ma non per questo meno umile. Sedetevi, vi prego. Sapete? Io sono nato a cento chilometri da qui, in una città chiamata Bologna, ma a Igea sono legati i miei ricordi più felici. Dal settantadue in poi, ogni ultimo sabato di giugno, la mia famiglia arrivava in carovana all’hotel Gardenia per tre lunghe settimane di villeggiatura. Ah, quanti ricordi di quelle vacanze! L’uomo del Coccobello! La motonave Andrea Doria! La bandiera rossa, quando il mare era mosso e non si poteva fare il bagno! E i miei primi amichetti, naturalmente. I tre fratelli Prendiparte, eredi di un fiorente noleggio di risciò. Quei tre piccoli monelli avevano rotto il ghiaccio seppellendo il mio Big Jim Astronauta in un profondo pozzo di sabbia bagnata. Il giorno successivo, il Prendiparte maggiore aveva decapitato il mio Big Jim Esploratore sostituendo la sua testa con una biglia di Moser. Le grandi amicizie nascono in modi strani, qualche volta. Il mio rapporto con i fratelli Prendiparte si era cementato estate dopo estate. I simpatici teppisti, eredi del noleggio di risciò, calavano come uno squadrone al bagno Alberta con il Supertele rosso e mi facevano fare il quarto nelle partite due contro due sul bagnasciuga. Anche se, in verità, la loro idea del calcio era molto più vicina ai film di Bruce Lee o ai cartoni animati di Judoboy che al giuoco del pallone. Crescendo, anno dopo anno, ero diventato un bambino taciturno e meditabondo. Amavo fare lunghe passeggiate dal bagno Alberta fino alle inquietanti colonie di Torre Pedrera, o passeggiate più brevi in direzione opposta, fino al molo che fa da confine con Bellaria. Pensavo, durante quelle passeggiate. Inventavo storie, già allora. Ponevo le basi per la mia carriera futura. Ma tutti, all’hotel Gardenia, mi reputavano un bambino un po’ strano. Nell’82 avevo scoperto il calcio da spettatore. Come tutti, mi ero fatto contagiare dalla febbre dei mondiali di Spagna. Purtroppo, il regolamento del giuoco del calcio – quello vero, non quella specie di kung fu che giocavo in spiaggia – aveva per me dei lati oscuri. Cos’era il fuorigioco? Perché il gol di Antognoni col Brasile non era stato considerato nel punteggio finale? Allora, prima della finale, mi ero fatto spiegare il regolamento dai fratelli Prendiparte. Mi avevano un po’ preso in giro, quei giovani scavezzacollo. Mi avevano detto che la Germania ha uno status speciale per cui, ai mondiali, ogni suo gol ne vale tre. Così, sul tre a uno, a pochi secondi dal novantesimo, mentre Pertini, mio nonno e tutti i villeggianti italiani dell’hotel Gardenia iniziavano già i festeggiamenti, io guardavo tutti corrucciato dicendo “Ma perché festeggiate? Siamo tre a tre”. Già mi reputavano strano prima. Figurarsi dopo. Gli anni seguenti erano passati nel tintinnio dei gettoni alla sala giochi Kursaal, quei gettoni che mi venivano sistematicamente rubati dai fratelli Prendiparte. Ai tempi del mondiale in Messico, ormai quindicenne, avevo iniziato a frequentare la discoteca Manila. Lì, in quel luogo incastonato tra Paperopoli e la stazione, avevo incontrato il mio grande amore. La bellissima Marika di Brescia, che villeggiava con la famiglia in un appartamento dalle parti del cinema. Ho amato Marika in silenzio e a distanza per otto anni, superando di slancio i mondiali in Italia e i mondiali americani. Avrei potuto farcela, con lei. Se non ci fossero stati i fratelli Prendiparte. Marika aveva passato l’estate dell’ottantasei avvinghiata al Prendiparte maggiore, l’ottantasette col Prendiparte di mezzo, l’ottantotto col Prendiparte minore. Dopo, poi aveva ricominciato il giro. Nel novantadue si era presentata a Igea Marina con un orrendo fidanzato parà, che peraltro aveva cornificato al luna park col Prendiparte di mezzo. Nel novantatre si era divisa tra il Prendiparte maggiore e il Prendiparte minore. Nel novantaquattro -estate confusa- i Prendiparte se l’erano giostrata a giorni alterni. Fino a che, nel novantacinque, i genitori di Marika erano arrivati senza di lei. Annunciando orgogliosi l’imminente matrimonio della figlia col parà, e il suo stato di avanzata gravidanza. La mia storia d’amore silente era finita così, ostacolata con tenacia dai fratelli Prendiparte. Ah, quanti anni sono passati! Io ho sempre portato Igea Marina nel cuore, sapete? Quando passavo da un premio letterario all’altro, i miei libri diventavano film di successo e lettrici avvenenti mi assediavano per farsi autografare una coscia, io non facevo che chiedere informazioni sui vecchi amici di Igea. Per esempio, ho saputo che i fratelli Prendiparte hanno ereditato il noleggio di risciò dal padre. Sono cose che scaldano il cuore. Ora, signori, mi appresto a terminare il mio discorso. La statua che ho voluto fosse eretta proprio qui, qui ad Igea Marina, la statua che mi raffigura mentre cammino pensoso verso le colonie di Torre Pedrera, sta finalmente per essere scoperta. Purtroppo, per un irrisolvibile problema di collocazioni e permessi, l’abbiamo eretta sul noleggio dei fratelli Prendiparte. Succede.
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