Emma PDF Stampa E-mail
Scritto da Elena Marinelli   
Venerdì 06 Agosto 2010 00:00


Gratto l’asfalto col piede.
Le mie scarpe sono consumate; sono quelle con cui vado a lavorare tutti i giorni, d’altronde.
Lo gratto e guardo intorno se arrivi.
Sei in ritardo e non è affatto strano.
Ma le margherite che ho in mano si stanno afflosciando.
La signora Maria me le ha tenute nel vasetto tutto il giorno, ma questo caldo, l’attesa, sarà l’attesa che sta rattrappendo le mie margherite?

Mentre t’aspetto, penso che vorrei avessi la gonna di ieri sera, quella blu coi fiori verdi, quella che è un po’ più corta delle altre, quella che quando ti siedi alla scrivania la appiattisci con le mani, fai per allungarla, ma si alza sempre più del dovuto e la devi riaggiustare ogni tanto prima di cominciare con noialtri seduti dietro i banchi.

Mentre t’aspetto vorrei che quella gonna svolazzasse, ti si aprisse la camicetta, ti cadesse il libro che tieni stretto sul seno mentre cammini, così io poi correrei a raccogliertelo; mi toglierei il cappello e questa volta ti guarderei come guardo la Madonna in chiesa la domenica.
Mentre t’aspetto penso ai tuoi piedi piccoli e veloci sui tacchi stretti e ai tuoi occhi che non danno soddisfazione. E gli altri ti guardano spesso, io li vedo. Tu sembri proprio non accorgertene. Una volta sola ti ho vista sorridere, perché Osvaldo ti ha agitato contro un bacio a due mani.
Osvaldo non farebbe male a una mosca, non siate scortesi, ci dici sempre.
Osvaldo è un po’ matto. A volte esce di casa e recita l’Aida. Per strada. E lo riprendono perché la gente a quell’ora dorme. Io leggo con la candela e lo sento sempre. Sorrido anche, perché penso che non dobbiamo essere scortesi con Osvaldo, come dici tu.
Osvaldo è l’unico da cui accetti i baci di giorno. E io lo invidio. Gli do sempre una pacca sulla spalla e lui non sa perché.

Mentre t’aspetto penso che questa cosa delle margherite, di me che te le porto non ti piacerà per niente; mi guarderai severa, come al solito. Non ti piacerà nemmeno che sia io a regalartele perché ti guardo troppo e tu lo sai perché ti penso sempre e tu lo sai che ti guardo e ti penso e anche tu mi pensi e non vuoi che te lo dica: mi tappi sempre la bocca con la mano.
La mia voglia di te la sai tutta, la sentirai arrivare da chilometri, perciò le mie margherite le prenderai e le nasconderai, farai finta di nulla, non mi guarderai per giorni e chissà in quale vaso le metterai. Se in quello all’ingresso che si vede dallo spioncino della porta o quello nella tua camera da letto che si vede dal cortile.
Le butterai, lo so.

Mentre ti aspetto, mi guardo le mani dure e callose, penso alle tue che non conoscono la fatica e a quando sei da sola, non sai che ti sto guardando e ti rilassi, ti appoggi all’albero vicino alla scuola, le appoggi in vita e la camicetta ti si apre un po’ sul davanti, in mezzo, ma non ci fai caso e sei storta, lasci cadere una ciocca di capelli perché pensi che non ti guardi nessuno.
Io invece sono lì, nascosto, ti guardo dentro la camicetta, ti rubo le espressioni, la tua mania di toccarti il naso, di grattarti l’orecchio, di toglierti un po’ le scarpe per riposarti i talloni.

Mentre ti aspetto, continuo a pensare a ieri sera, in mezzo alla gente che mangiava e mi sono tolto il cappello, per rispetto, perché a guardarti mi sembra già di farti una scortesia.
A quando ti ho trovata nel cortile appoggiata al muro.
Il caldo fa impazzire la gente, Emma, il caldo e scovarti da sola mi ha fatto impazzire di voglia. Mi sono fatto sentire, dando un colpo a un sasso e tu non sei andata via, come al solito, il sorriso ieri sera lo hai fatto a me.

E il caldo e vederti da sola, il tuo sorriso e la gonna, Emma, mi hanno fatto impazzire. Giuro. Di voglia. E avevo bevuto poco, ti ho presa per le braccia e ti sentivo la pelle d’oca; ma continuavo a guardarti e sembravo folle, lo so, gli occhi mi stavano uscendo di fuori, e ti ho spaventato, ma io non so come si fa con te.
Maria mi aspetta in veranda per vedermi passare, a te devo venire a cercarti, ti devo aspettare, ti devo toccare piano, altrimenti ti sporchi, mi devo vergognare per guardarti.

E io non lo so se ho fatto bene a baciarti in quel modo. Non lo so. So solo che respiravi più forte dopo, non avevi più la pelle d’oca, le tue mani erano appiattite al muro e ti sono scivolati i capelli sulla guancia. Non sei nemmeno arrossita e io sì, invece. Te ne sei andata senza dirmi niente, senza rimporverarmi e io davvero non lo so se ho fatto bene a stringerti le braccia, spingerti al muro col mio corpo, a baciarti in quel modo, così forte, senza parole, senza pensare, senza abbracciarti nemmeno.
Io non lo so come si fa con te.
Non lo so.

 

 

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