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Lino camminava per la grigia strada che lo portava al grande edificio grigio. Le sue scarpe penetravano nei grani di asfalto ruvidi e grandi come chicchi di caffé appena torrefatti, calorosamente fluidi e sciolti. Da un momento all’altro sarebbe sprofondato nell’asfalto mobile, se lo sentiva, e invece no, continuava a camminare su quella morbidezza araba, come un cristo su acque nere e catramose, ed era anche arrivato al ponte levatoio dell’edificio grigio, che lo aveva inghiottito con la sua lingua color canna di fucile. Era passato attraverso la porta dell’aula Magna, che l’aveva fagocitato a sua volta e l’aveva proiettato su una sedia di legno in mezzo alle molte teste di legno dei suoi compagni, tutte dedite a far girare gli ingranaggi che contenevano. Erano alla disperata ricerca di una soluzione per i problemi che comparivano sui fogli. «Suggeriscimi, per favore.» Alla sua sinistra, Anna lo guardava, con gli occhi imploranti attraverso le lenti zeppe di impronte digitali, su cui spiovevano boccoli unti incrostati di piccole pellicole bianche. Lino aveva lanciato uno sguardo al suo foglio, su cui si intravedeva altra forfora. Era bianco immacolato innevato. «Guarda che i problemi sono per file, non abbiamo lo stesso.» Scuoteva la testa per dare più enfasi all’impossibilità di risposta, dovuta più che altro alla sua totale ignoranza in merito al testo. «Suggeriscimi lo stesso.» Lino si era alzato, aveva appallottolato il foglio, con tanto di timbro dell’Università, e si era sputato fuori dalla porta dell’aula Magna e poi dal ponte levatoio come il nocciolo di una ciliegia. E come il nocciolo di una ciliegia, rosso per la calura, era andato in qua e in là nel luglio infuocato della città, affondando sempre di più in quell’asfalto caldo e avvolgente. Arrivò a casa a fatica, perché era sprofondato progressivamente, e quell’asfalto gli arrivava alle ginocchia, e provate voi a camminare con l’asfalto fino alle ginocchia, farà anche bene alla cellulite, ma lui mica ce l’aveva, la cellulite, e non aveva neppure altre cose, tipo i voti sul libretto universitario, tipo l’esame di oggi svolto, tipo tutti gli altri esami. Aveva solo una serie di finti esami con finti voti scritti da lui con biro di diversi colori e spessori, e con firme diversamente falsificate da lui. «Mamma, dove sei?» Sentiva dei rumori arrivare dalla lavanderia. «Mamma, c’è qualcosa per merenda?» Si aggirava per la cucina, cercando nei cassetti qualcosa da sgranocchiare. Avrebbe addentato anche il sottopentola di legno a forma di grappolo d’uva, ma solo nel caso in cui non ci fosse stato proprio niente di commestibile, se non altro per spaccarcisi su i denti e provare un qualche dolore che lo distogliesse dal vuoto che aveva nello stomaco. Invece trovò un pezzo di pane, e in frigo un tozzo di pecorino con una crosta spessa e dura. Il formaggio era una pietra spessa e dura come spessa e dura era la crosta, e come una pietra di montagna indossava un’aureola di muffa, verde e rigogliosa. Raschiò nervosamente tutta quella vegetazione abusiva, quindi attaccò la crosta. Aveva piantato la punta della lama tra quello che sembrava formaggio e quella che sembrava crosta, e aveva premuto con tutto il peso del suo corpo esile proteso. Non capì come, ma in un attimo non era più proteso sul formaggio, non impugnava più il coltello, e il formaggio era schizzato attraverso la cucina, sbattendo contro il vetro della finestra. «Lino, che succede?» La voce della mamma echeggiava nel corridoio, insieme allo scalpicciare disordinato delle sue scarpe con le suole in legno. Lino non rispondeva. Guardava la sua gamba. Due falde di pantalone, e poi di pelle, e poi di carne si erano aperte, e lui poteva vedere dentro lo squarcio. Vedeva un mondo verde di alberi ed erba chiara e luce e cielo azzurro, lontano lontano e piccolo piccolo dentro la sua gamba. Giusto il tempo di vedere questo mondo verde azzurro e luminoso ed ecco che la mamma lo stava imbavagliando con un panno bianco, che poi era diventato rosso, rosso come la ciliegia il cui nocciolo scagliato fuori dall’Università era lui. «Mamma, non piangere.» Sorrideva alla mamma, mentre sentiva le sue lacrime calde che inspiegabilmente scorrevano sulle guance, talmente copiose da rimbalzargli sulle braccia. Poi le lacrime calde, il caldo dell’asfalto di prima che ancora gli bruciava sui polpacci sugli stinchi sulle ginocchia, il caldo che veniva dal suo mondo luminoso e azzurro e verde, tutti questi caldi si intessevano l’uno nell’altro fino a formare un’amaca in cui si lasciò andare, con la mente che planava in un nero di pallini gialli opalescenti e stroboscopici.
Si era svegliato coricato. Vedeva il soffitto un po’ bianco ma anche un po’ ingrigito dallo smog. Ripensò a quelle fronde verdi e luminose, a quel cielo azzurro. Volle rivederli. Si mise seduto. La sua gamba era fasciata di bianco. C’era solo un alone rosso scuro in mezzo alla coscia. Si guardò intorno. La specchiera era raggiungibile sporgendosi un po’ a sinistra. Aveva staccato la parte superiore dall’incastro con il mobile sui cui era poggiata. Con un enorme sforzo e sentendo una fitta di dolore diffusa aveva fatto perno sulla gamba integra e attirato a sé lo specchio, quindi ci si era guardato. Aveva visto la sua faccia un po’ ingiallita, un po’ ingrigita, i capelli crespi, che si avvicinavano sempre più al vetro, sempre più velocemente, fino al colpo sordo della fronte contro la superficie liscia. Gli era caduto in grembo un fascio di lamine di specchio, e la sua faccia si era decomposta in molti pezzi oblunghi. Ne aveva preso uno con la mano, stringendolo forte, e aveva tagliato le bende bianche, cercando di aprire un varco nella gamba, per ritrovare il mondo verde azzurro e luminoso. Quando aveva cambiato mano, nel palmo si apriva una finestra sul mondo luminoso e azzurro e verde. Ora, anche nella gamba c’era il mondo verde e azzurro e luminoso.
Mezz’ora dopo la mamma era andata a controllare come stesse Lino. Lo trovò coricato, con gli occhi fissi per sempre sul soffitto un po’ bianco e anche un po’ grigio, e un sorriso beato sulle labbra.
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