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Scalzi e con gli occhi ridenti PDF Stampa E-mail
Scritto da Ilaria Demurtas   
Mercoledì 21 Luglio 2010 00:00


Mi sono addormentata tra le tre e le quattro del mattino, raggomitolata e con il cuscino stretto nei pugni, i capelli in faccia. Le otto del mattino. Sono al porto e attendo quel traghetto. Ti cerco ti aspetto ti cerco ti aspetto. Trascino la valigia senza forze.
Le otto e mezzo. Una bambina viene accanto a me e inizia a toccare il fiocco nero delle mie scarpe, sorride, mette le dita in bocca e cerca di strapparlo, i suoi riccioli son biondi; la madre arrabbiata e carica di valigie la strattona e la fa piangere portandola via con sé. Sto lì sola e guardo, ascolto, sento. Il profumo del pane bollente e croccante; due mani che impastano, mani precise e attente. Il panificio è gremito di persone. Non riesco a farmi spazio tra la gente. L’odore del pane è forte, ho fame, la mia vista si appanna, tutto è sfocato. Non sento le gambe. Mi siedo in un tavolo del bar accanto. Una signora, due tavolini dopo il mio. Ha una cicatrice nel viso. Il rossetto porpora, il fard negli zigomi scesi aggrinziti dall’età. I capelli candidi. Come quelli di mia nonna. Mi torna in mente la sua risata, il suo profumo.
Sono le nove. Corro via per imbarcarmi. Ti cerco con gli occhi. Dove sei. Mi hai chiamata in albergo: “Vengo da te”, queste son state le tue parole. Tremo e il caldo soffoca. M’incanto; il mare riflette colori smorti, lordi, torbidi che si fondono al bianco del traghetto. E vedo una passerella sul mare.
Salgo. Ti troverò lassù ad aspettarmi. Sento l’odore della nave. Di cosa sanno le navi? Di un viaggio a Genova, quando avevo un anno, insieme ai miei genitori. Conservo una foto: sono seduta in un letto. Non guardo l’obiettivo, ho tra le mani un profumo. Il mio sguardo è rivolto a destra, la bocca aperta, gli occhi grandi sgranati, le guance colorate da due rossetti, i capelli lisci a caschetto, la frangia.
Non sento le mani. I capelli, li sento appiccicati al collo, alle tempie, alla fronte. Salgo questi scalini così alti e stretti. Devo cercare di guadagnarmi un posto sul ponte. L’appuntamento era alle nove, ma tu, non sei venuto. Le sfumature di questo mare sono cariche d’impazienza, dell’irrefrenabile bisogno di te. Di una tua risata che scoppia improvvisa mentre ti racconto qualcosa, della tua voce che sotto il sole mi legge le poesie di Montale … parole tra noi leggere cadono. Un flash. Leggevi. Le parole scorrevano così, la tua voce calda come il mio corpo. Quel giorno ho guardato le tue mani e ho detto, hai le dita sottili, le mani affusolate, le mani da pianista. Esperto, che come nessun altro, ha saputo suonare le note di sguardi su sguardi, mani che si sfioravano o carezze furtive nel collo, nella gamba, per poi vederti stringere la mano in un pugno.
La sirena suona tre volte. Sono stanca.
Il traghetto è partito; il mio vestito viola svolazza al vento. Una ventata fresca mentre cammino, guardo il mare, respiro a pieni polmoni l’aria salata. Il porto di Brindisi è ancora vicino: il trambusto in una città di mare una mattina d’agosto, imbarcazioni prendono il largo, partono, fumano.
Il sole è caldo, rovente: vorrei sedermi, stare all’ombra, cercare un filo d’aria per respirare ma sono bloccata, incollata al parapetto; devo sedermi ma sto lì, apro gli occhi, respiro profondamente respiro. Ho sonno sonno sonno. Vorrei spostarmi da lì. Ma il piede scavalca. Non voglio più aprire gli occhi, gli occhi, gli occhi. Gli occhi. Tutto è diventato blu.
Passeggiavo nel corridoio ad arcate del traghetto, che si affacciava sul mare e sei apparso tu. Eri appoggiato a una panchina. Mi guardavi. Ho lasciato la valigia e mi sono fermata a un passo da te, senza dir nulla, con un grande sorriso, il cuore in accelerazione, gli occhi umidi. Non hai fatto altro che mettere una mano tra i miei capelli, hai dato un bacio alla mia fronte, al mio naso, hai morsicato le mie labbra, le hai baciate. Hai preso le chiavi della cabina dalla mia mano, l’hai aperta, dato un calcio alla valigia e mi hai portata dentro. Poca luce. Quella che bastava per vedermi; tremavo. Tu mi stringevi come quel giorno. Dopo quanto tempo.
Potevi stringermi ancora. Hai sciolto il fiocco che stringeva il vestito. Hai fatto arrivare le mani e hai stretto, addentato, baciato il mio seno, la pancia, l’ombelico. Tremavo ancora e tu hai messo una mano sotto il mio vestito, per immergere il viso, farti accarezzare dal tulle e dal cotone leggero, sotto la gonna. Hai sciolto i fiocchi laterali dei miei slip, lasciando scoperto il mio sesso. Farmi assaporare lentamente, ancorata con le braccia, le mani, alle tue spalle larghe e forti; mi guardavi, mi fissavi, tenevi i tuoi occhi incollati ai miei, volevi vedere le mie labbra muoversi, contrarsi ad ogni piccolo gemito, farmi mordere le dita della tua mano. Ho preso il tuo viso tra le mie mani, mi sono inginocchiata a terra e siamo rimasti così, a guardarci e toccarci e sentirci e baciarci, mordere, per poi averti sopra e dentro me. Mi hai sorriso, mi stringevi. Ho cercato il tuo collo per martoriarlo di baci, ho baciato il tuo petto, ti ho dato piacere fino a vederti impazzire, i muscoli contratti sotto la pelle, il tuo bacino che spingeva verso le mie labbra calde. Sentivo l’eco della tua voce rimbombare nella stanza ma le tue labbra erano avvolte dai gemiti. I miei occhi enormi e puliti e raggianti. Affamati di fiamme. Assorbire la passione, gemito dopo gemito, attimo dopo attimo, graffio su graffio e sentirci così, sentire quell’unica essenza che ci legava tesa. La nostra passione che si lasciava andare a momenti di estrema morbidezza e sembrava volesse sprofondare. Il profumo delle fragole. Sulla tua pelle. Lo sentivo. Il profumo, la tua carne, da mordere e assorbire, desiderare avere. Esser folle d’amore per te. Groviglio, tumulto, gioco nei corpi sul nostro ritorno. E un abbraccio nel buio la stanza la luna e le stelle. Il naso nel cielo all’insù. Son fragile attento, tu, esperto pianista, come sui tasti le mie note scova, la melodia intona, trattieni il mio respiro ribelle nella risata spezzata da un bacio. Abbiamo tremato e sognato e impastato stampato premuto bagnato il nostro amore in quell’attimo in cui tutto ha iniziato a girare intorno e credevo, volevo che questo non finisse più. Ho continuato a tenere la mia bocca contro la tua per farmi assaggiare, ancora, in quell’attimo e lasciarmi andare sudata, umida, sfinita e tremante su te.  Ti sei addormentato giocando con i miei capelli.
Igoumenitsa. La nave ha attraccato. La città si mostrava imponente alla nostra vista, circondata dalle sue montagne che protendono verso il mare, con le sue casette dal tetto rosso e marrone, che sembra si abbraccino strette strette; riempiono il paesaggio e lo rallegrano così disposte dal basso, fino ad arrivare alla cima delle montagne.
Un giorno mi hai scritto: “Siamo fatti così. Con i cuori accelerati. E follie. D’amore e desiderio. Se penso a una persona vicino a me, ci sei tu. Qualunque situazione io pensi, al quadro manchi tu. Se ti guardo sono felice. Mi sento le vene. Sento la voglia di te premere nello stomaco”.                           
Lasciato il traghetto, in macchina, fermi in una piazzola di sosta della strada statale, hai tirato fuori una cartina della Grecia, ti ho chiesto dove volevi andare: “Corinto”, hai risposto. Abbiamo fatto l’amore lì, con le macchine che sfrecciavano veloci accanto a noi. Siamo ripartiti, la mia mano ad accarezzare la tua nuca. Una canzone da ascoltare e cantare insieme. “Pack. And get dressed; before your father hears us, before all hell breaks loose”.
Mi sono svegliata. Tutti questi fili attaccati in ogni parte del mio corpo, le tende bianche chiuse. L’ossigeno. I disegni del mio cuore nell’elettrocardiogramma. E tu non c’eri. E ho richiuso gli occhi. E nuotavo. Il cuore cessava di batter cantando: “Quando scalzi e con gli occhi ridenti, sulla sabbia scrivevamo contenti le più ingenue parole”.

 

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