Il padre di Marta PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesca Panzacchi   
Mercoledì 23 Giugno 2010 00:00

Vivo in questo borgo da quando sono nata. Le case pietra a vista sembrano tutte uguali, con gli stessi gerani rossi alle finestre, i piccoli giardini ordinati e i giochi dei bambini in bella mostra. Poche macchine, molti gatti. Non posso dire di stare male qui, anche se troppo spesso desidero di essere altrove. Per fortuna però c’è Marta che ha la mia età e frequenta il mio stesso Liceo. Prendiamo insieme la corriera delle sette e trenta ogni giorno da quattro anni a questa parte. Quella corriera è il nostro legame col resto del mondo, l’illusione di non esserne tagliate fuori. Amo quei quarantasette minuti di viaggio quotidiano, quel paesaggio sempre identico che scruto attraverso i finestrini come se non l’avessi mai visto, immaginando incontri inaspettati, rapimenti immaginari e fughe rocambolesche. Stamattina diluvia e la corriera sarà certamente in ritardo. Forse ci accompagnerà il padre di Marta. Una piccola fitta mi punge lo stomaco. Sorrido. Conosco appena suo padre, perché ha vissuto all’estero per quasi sei anni. È un bell’uomo, ricercato nei modi e nell’abbigliamento. Ho sempre invidiato la sua libertà. Lui è andato via, io sono rimasta. Quando apro il portone la macchina mi attende a motore spento. Marta come al solito si è seduta dietro, mi parla ma io non la seguo, la mia testa è altrove. Studio i movimenti di suo padre, il modo in cui fa scivolare la mano sul cambio sfiorandomi il ginocchio. Io non lo sposto. Lui non mi chiede di farlo. Me lo sfiora continuamente, con le nocche. È quasi una carezza. Ho il cuore che mi scoppia, ma lui non deve accorgersene. Riprendo a chiacchierare con Marta, come se niente fosse. Quando scendiamo dall’auto un velo di tristezza mi avvolge. Stamattina la classe di Marta fa solo tre ore di lezione, non ci vedremo all’uscita.
Quando l’ultima ora è terminata piove ancora fortissimo. Ci sono quasi duecento metri di strada per arrivare alla fermata. Tiro su il cappuccio e comincio a correre e raggiungo la pensilina. Poi il mio cuore si ferma. Qualche metro più giù c’è la macchina del padre di Marta. Mi segue con lo sguardo e poi abbassa il finestrino. «Dai entra che sei fradicia», mi dice mentre si allunga per aprirmi la portiera. «Marta è uscita prima e…» inizio a dirgli, ma lui mi interrompe: «Lo so, non preoccuparti.»
Salgo in macchina. Lui mi osserva, non dice niente. Mi guarda come mi guarda sempre, ma stavolta non di sfuggita per non farsi scoprire da Marta. Mi guarda finché gli pare, senza curarsi del mio imbarazzo. Mi guarda e basta. Sostengo il suo sguardo, poi alla fine scoppiamo entrambi a ridere. Lui mi scosta una ciocca di capelli dal viso e mi dice: «Sai che i capelli bagnati ti donano?»
«Davvero?» gli chiedo con finta ingenuità.
«Davvero, piccola.»
«Andiamo?» gli suggerisco, anche se non vorrei interrompere quel momento.
«Dove vuoi andare Sofia?»
Dio quanto mi piace quando pronuncia il mio nome.
«Non ho voglia di tornare a casa» riesco a dire tutto d’un fiato.
«Nemmeno io. Ci prendiamo un caffé?»
«Forse.»
«Forse? Non sei convinta?»
Sorrido. Lui sorride di rimando. «Che cosa vorresti fare, Sofia?»
«Voglio ascoltare il rumore della pioggia, ma non qui.»
«Allora mettiamo in moto ma senza stabilire una meta: mi dici tu quando devo fermarmi.»
«Perfetto, l’idea mi piace.»
In un attimo siamo fuori dal traffico dell’ora di punta, lungo una delle molte strade che non portano da nessuna parte. Restiamo in silenzio per un po’. Un silenzio voluto, di quelli che si assaporano. Poi ad un tratto mi dice: «Sei maledettamente bella Sofia»
«Davvero lo pensa?»
«Finiscila di darmi del lei, ho solo quarantadue anni.»
Quarantadue anni in effetti non sono poi tanti, se io non ne avessi soltanto diciotto.
«Piove più piano adesso», mi dice quasi sussurrando.
«Fermati qui.»
Meno male, sono riuscita a dargli del tu.
In cima alla collina, al limitare del bosco c’è un piccolo spiazzo. Lui parcheggia, si slaccia la cintura ed incrocia le braccia. Sono io la prima a parlare: «D’estate vengo qui in bicicletta, quando voglio rimanere da sola.»
«È un bel posto, davvero.»
«È un posto di confine» gli rispondo.
«Di confine?» mi chiede curioso.
«Sì, di confine. Vedi quelle impronte nel fango? Sono tracce confuse di animali selvatici, la pioggia non le ha cancellate del tutto. Da piccola le guardavo a lungo, per indovinarne i percorsi. E così sono diventata io stessa lupo e poi volpe, perchè la mia immaginazione danza da sempre su questo confine. Basta fare pochi passi e ci si inoltra nel bosco. Il bosco è pericolo, buio, mistero. Pochi passi in direzione opposta ed ecco la strada in discesa che porta verso le case con i giardini ordinati.»
«Continua» mi esorta lui studiandomi con lo sguardo.
«La mia vita adesso è in bilico su questo confine: ho provato ad inoltrarmi nel bosco, ma ho avuto paura e sono tornata indietro. Poi ho preso la via di casa ma ho avuto nostalgia del bosco e mi sono dovuta fermare. Credo che se dovessi entrare di nuovo nel bosco non saprei più tornare a casa.» «Sofia, non devi avere paura di ciò che non conosci. Imbocca la strada del bosco perché se lo conoscerai forse non ne avrai più paura. Non avere fretta, fai un passo alla volta, ma senza mai voltarti indietro. Non sai cosa darei per poterti tenere per mano, lungo quella strada.»
Io chiudo gli occhi e mi sento felice in un modo che non conoscevo. Mi sento come se fossi fatta di pioggia e di sole e come se non ci fosse bosco adesso che non potrei attraversare. Quando riapro gli occhi lui è a un centimetro da me e mi sfiora il collo con le dita.
«Se adesso mi bacerai nessun bosco mi farà più paura» gli dico in un sussurro.
«Tra due giorni parto per Firenze, starò via un anno» mi confessa con gli occhi socchiusi.
«Volevo salutarti, per questo sono venuto a prenderti.»
«Un anno?»
«Sì, un anno.» Poi prosegue: «Credo che se adesso mi bacerai la nostalgia sarà troppo grande. Ma se non lo farai forse non riuscirò a partire.» Pronuncia queste parole con una dolcezza infinita. Poi mi sfiora le labbra con le sue.
«Perché non riesci a restare qui?»
«Sono tornato solo per Marta. Non posso vivere qui.»
«Anch’io vorrei andarmene, ma non posso farlo da sola…» Lui mi guarda, capisce dove voglio arrivare.
«Non pensarci neanche, sarebbe una follia» mi interrompe bruscamente.
«Sono maggiorenne» obbietto io. Lui ride: «Ma cosa stiamo dicendo?!»
«Davvero tu non vorresti che io venissi con te?» Stavolta sono io a sfiorargli le labbra.
«Lo verrebbero a sapere.»
«Non necessariamente» lo interrompo io. «…e comunque non potrebbero farci niente.»
«Tu non vuoi me, tu vuoi solo andartene da qui.» Gli sorrido mentre gli scivolo in braccio. Gli sfioro le labbra con le mie, ancora.
«Non te ne pentiresti.»
«Lo so» mi risponde lui, poi prosegue. «È  proprio questo che mi spaventa.» Gli allento la cravatta ed inizio a baciargli il collo.
«Sei la sola via di fuga che voglio», gli sussurro all’orecchio.
«Non possiamo», mi dice poco convinto.
«Smettila dai.» Si divincola dal mio abbraccio e scende dall’auto. Appoggia entrambe le mani alla portiera e rimane così per qualche secondo. Poi risale in macchina e mette in moto senza dire una parola. Arriviamo in fondo alla discesa dove c’è il bivio: a sinistra la strada verso il borgo con i gerani alle finestre, a destra quella che conduce all’autostrada.
«Se adesso torno a casa non avrò il coraggio di portarti con me.»
«Lo so. Allora non farlo. Partiamo adesso, senza voltarci indietro. Torniamo tra qualche giorno a prendere i bagagli e a salutare Marta.»
«Non lo so non lo so non lo so.» Appoggia mani e testa sul volante.
«Baciami, ti prego, baciami adesso, qualunque decisione prenderai», lo imploro. Lui si volta verso di me e mi bacia prima con dolcezza, poi con passione, poi di nuovo con dolcezza. Quel bacio sa di calore e di debolezza, di libertà e di follia. Mi bacia a lungo, non smette. All’improvviso si stacca da me e preme forte sull’acceleratore mentre, senza esitare, imbocca la strada sulla destra.

[a TEMA per Zammù :: tracce su strade]

 

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