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Ci sono quattro cose che io posso fare. Io posso sforbiciare piano con l’indice e il medio, così che la farina che mi si forma tra le dita per colpa del borotalco voli via. Io posso muovere gli occhi, insieme le iridi, le palpebre e in parte anche le sopracciglia. Io posso guardarmi in uno specchio, se qualcuno me ne regge uno davanti al viso. Io posso ricordare. Ricordare tutto, o scegliere di ricordare solo quello che mi va. Ci sono queste cose che io posso fare, quindi io esisto. Oggi il prato è più verde. Dalla mia posizione ne posso vedere una porzione triangolare dardeggiare oltre il vetro della finestra. Il tempo la percorre attraverso un gioco di ombre che conosco alla perfezione. All’inizio di maggio Anna ha sollevato le coperte ed io ho rivisto i miei piedi. Il prato non mi stupisce più, invece i miei piedi mi hanno stupito molto. Anna è la donna che si prende cura di me da anni e conosce bene i miei piedi, ma per me ritrovarli dopo questo lungo ultimo inverno è stato assai doloroso. Così da un mese circa ho intrapreso una faticosa conversazione con entrambi, fatta principalmente di ricordi. Dei miei piedi ricordo la rabbia e il movimento, molto più della quiete, perché mi risulta più facile ricordare ciò di cui oggi sono privo. E la forza dinamica che non posseggo più mi fa pensare al prato sul quale il mio corpo adesso riposa. Mi volto verso la finestra e lo vedo. Eccolo. Il prato mi guarda. Il prato senza i miei piedi. So che mi misura come io misuro lui. Così, quando il sole tocca lo zenit e il prato s’illumina a mezzogiorno io cerco di contenere l’ansia sforbiciando con l’indice ed il medio. Più forte che posso. Allora Anna accorre. Arriva da me ansimando, mi sorride pallida, mi parla lentamente. Chiacchiera di qualcosa. Da ultimo ha preso a raccontarmi del nuovo giardiniere. Dice che è un bravo uomo. Che è gentile con lei. Io l’ascolto con gli occhi. E’ facile per lei raccontare le cose, perché Anna è una donna buona e tutto è più facile per le persone di buona indole. Prima di Anna c’era stata una polacca. Lei aveva vent’anni e io avevo ancora il collo dritto e una sedia a rotelle da tenere in ordine. Poi prese i funghi e cominciarono i problemi. Le mie figlie la accompagnarono dal dermatologo. Al momento in cui la polacca si tirò fino al mento la maglia e rivelò la sua pelle a scaglie, il medico cacciò un urlo di sconcerto e fece una prescrizione che sembrava una preghiera coranica. Per mesi la ragazza si rotolò nella chimica farmaceutica, ma le scaglie rimasero. Poi, quando le chiesi di andare a lavorare altrove, al suo posto arrivò Anna. Una vicina di casa con tre figli grandi e un marito morto d’infarto anni prima. Per calmarmi Anna mi plasma con l’alcol. Potessi sorridere, credo che sorriderei, mentre Anna mi massaggia i piedi e mi parla del nuovo giardiniere condominiale. Dice che è un ometto tarchiato con le basette lunghe e il grembiule di cera verde. Dice che ha le forbici e lei forbici grandi come le sue non le ha viste mai. Il nuovo giardiniere ha il trattorino che va su e giù sull’erba, come tutti gli altri, ma di diverso c’è che lui ha forbici che non s’erano mai viste prima. Taglia veloce, taglia netto, taglia sempre. Il movimento delle sue lame, dice Anna, ricorda quello delle mie due dita sul lenzuolo. Entrambi percorriamo una strada, lasciando solchi profondi. Oggi ho chiesto ad Anna di conoscere il giardiniere. Lui viene al giovedì, lavora tanto e in fretta. Anna lo ha fermato davanti alla cancellata, mentre caricava gli attrezzi e gli ha parlato di me. Ha risposto che presto verrà a trovarmi. Vorrei potergli dire: buongiorno signor giardiniere, come va? È fredda l’erba? È morbido il prato? Vorrei, ma mi toccherà accontentarmi della sua pietà. Mi accontento. Mi accontento passo dopo passo, perché quando le sottrazioni sono graduali accontentarsi è possibile. Difficile, ma possibile. C’è qualcuno, mi chiedo, che interrogato sul punto possa dire in piena coscienza di essere disposto a vivere in silenzio, con un sondino nell’addome e i cerotti intorno, un respiratore che ronza in un silenzio ossessivo, quotidianamente bagnato nell’alcol come una ciliegia marcia in un barattolo? C’è davvero qualcuno che sano, bello e libero possa dire: se questa tragedia capitasse a me, io vorrei continuare a vivere? Io credo che non ci sia nessuno. Credo che per sapersi accontentare ci voglia tempo e gradualità. Quando la morte arriva piano, piano, richiede approfondimento. Così il prato: ogni giorno una radice di meno, le foglie ogni giorno un po’ più gialle, ogni giorno una nuova gemma o un ramo che cade. Come muore un prato, così muoio io, mentre m’adatto alla morte che viene al rallentatore? Vorrei chiederlo al giardiniere. Quando suona il citofono, Anna corre. Potrebbe essere il medico, o una delle mie figlie che vivono in un’altra città, l’amministratore di condominio o l’infermiere. Quando apre, il giardiniere le sorride, e Anna gli indica la mia stanza. Sento i suoi passi verso di me, poi vedo il suo viso e lui vede me. Il mio corpo non è abituato agli sconosciuti. Sono come una scultura mai esposta, celata sotto le lenzuola. Incuto reverenza. «Buongiorno» dice a voce bassa. Sorrido con le palpebre e lui sembra capire. Poi socchiude la porta a vetri dietro le sue spalle e restiamo soli. «Non vi voglio disturbare. Vi posso dire due parole? Io non so se dico scempiaggini. Ci sono quelli che io parlo e loro si spaventano. Oppure quelli che non ci credono o quelli che non gliele importa niente. Comunque io vi dico solo queste due cose e poi vi lascio tranquillo. Ci metto solo due minuti. Voi, a me adesso mi dovete credere, ché non ne posso più. Sono vecchio e i vecchi ad un certo punto devono parlare per forza. Ho pure provato a parlare con i medici, con gli scienziati, ma quelli niente: non mi prendono sul serio. Posso? Va bene, allora parlo. Lei lo conosce il giardino, no? Bene, ecco, questo vi volevo dire: che io lo so che questo giardino è pericoloso. Molto pericoloso. Sono i sementi, chè non sono tutti uguali. C’è l’erba buona e l’erba cattiva come i cristiani, no? Io adesso non è che so spiegare perché e per come, di che tipo di erba si tratta, ma so che questa qua sotto non è buona. Corrode i sacchi di juta. Non solo i sacchi, per la verità. Ho lavorato a Bergamo quando ero giovane, e là ho conosciuto un uomo che aveva la vostra stessa malattia. Era un giardiniere come me. Gli sono cadute le mani. Dico proprio cadute, così come ingialliscono le foglie, tremano e poi cadono. Bah, così! E dopo che gli son cadute, lui m’ha fatto tutto un discorso.» Non mi disturba affatto, il giardiniere, anzi desidero che vada avanti, per questo tengo gli occhi fissi su di lui e non muovo le dita. Oltre la porta a vetri anche Anna origlia in silenzio, mentre si contorce in una sagoma smerigliata. Insomma, questo giardiniere diceva che la colpa era del prato. «Io l’ho riconosciuta quando sono arrivato qui. L’ho riconosciuta subito, l’erba. Da quanti anni lei sta qua? Bisogna fare qualcosa. Presto bisogna farla! Io penso che bisogna dirlo subito a quelli del condominio. Non so: mettere un avviso pubblico, la quarantena alle aiuole. La natura, sì. Tutti vogliono sapere quello che succede, perché succede. Vogliono le cause, dicono le belle parole, ma poi? Non sanno che devono cercare nelle cose della natura. Lo sanno? No, glielo dico io che non lo sanno. Se volete voi, posso parlare io con il neurologo vostro. No, non vi dovete preoccupare, ché posso spiegare tutto pure a lui. L’erba, i sacchi, le cose.» Infine mi sorride e prima di uscire mi accarezza la testa. Le sue mani rugose strisciano rumorosamente sui miei capelli unti. Intanto fuori dalla finestra l’aria è diventata d’argento e tutto tace. Mi rendo conto che anche la visita del giardiniere altro non è che una nuova privazione a cui dovrei abituarmi. Una nuova forma, una nuova traccia. Invece comincio a sforbiciare con le dita. Non voglio abituarmi questa volta. Non più. Eppure sfrego, sfrego contro le lenzuola, sfrego forte, ma senza produrre altro rumore, a parte il respiro chimico del mio ventilatore.
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