Home [ racconti ] [ ombre ] D’un amore così vero, d’un amore così raro
D’un amore così vero, d’un amore così raro PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabrizio Gabrielli   
Mercoledì 26 Ottobre 2011 00:00

 


La città, concettualmente, cartograficamente, si staglia cristallina: mai un colpo di testa, un imprevisto, mi segui Sandy? L’ananasso che s’incrocia col salice scorre sempre parallelo all’arancia, è un assioma botanico prima che urbanistico, e finisce che di perderti riesca mica, foss’anche la prima volta che, con l’inglese stentato e tutto quello che ne segue, il baluginio nelle mirate gonfie di stupore e disorientamento. All’incrocio tra l’ananasso e il salice c’era uno sottoscala, ti ricordi orsacchiotto?; in quel sottoscala là prova a immaginarci gli occhiali tondi, gl’inverni rigidi, una Brooklyn gelata e tutt’affatto sfarzosa,  il sangue freddo e le colazioni da Tiffany; ma erano tempi differenti, più barbini, dovrai convenire con me; e adesso  guarda la punta al di là delle Heights: vedi com’è spoglia, non ti pare?
In nessun altro luogo come a Nuova York i punti cardinali sono così puntuali, mai altrove son stati di maggior aiuto all’uomo. Sai sempre dove ti trovi, anche senza le iRòbe.  C’è chi diceva che guardando una pianta di New York hai come una rivelazione, ultima e definitiva: ci ritrovi l’organo femminile per come l’hai sempre visto nelle tavole degli atlanti d’anatomia, in sezione. E allora Manhattan è il generoso utero, Staten Island una Ghiandola del Bartolino fatta di terrazze denti d’oro e piccioni, il Queens e il New Jersey tube di Falloppio poco raccomandabili, eppure coi canali, e le arterie e i capillari, tutto quanto. Sosteneva, chi s’addentrava in questa similitudine ardita, che laddove il transito dev’essere fluido non si può evitare di copiare la natura. Uguali bisogni generano uguali risposte. E a farsi prendere la mano, anche la Statua della Liberta, Lady Liberty, diviene un gigantesco clitoride, tenace, premonitorio. Da Nuova York non se n’esce con le ossa sane, se incroci l’amore della vitatùa.
Adam Clayton Powell Jr. è stato il primo afroamericano eletto al Congresso, afroamericano di Harlem. Una volta ha detto che se c’è una legge, quella legge non può essere sbagliata. Se poi la legge è sbagliata, significa che va cambiata, quella legge. Non fa una piega. Anche se era più bravo come politico che come marito, alla fine. Gli hanno dedicato un viale, Adam Clayton Powell Jr. Boulevard, foss’anche solo per quella frase, che parte da Harlem e taglia tutta Manhattan, perpendicolarmente, non ci si può sbagliare, mossa concettualmente e cartograficamente cristallina:  dall’immersione dentro Centralpàrco, il boulevard ne esce razionalizzato, squadrato, giust’in tempo per liberare il campo da ogni potenziale titubanza nell’accozzaglia movimentata del Downtown, giust’in tempo per farsi brillore sempiterno, all’incrocio con la 47th Strada, Broadway, a Times Square.  Adam Clayton Powell Jr Blvd, nel Downtown, diventa la 7th Avenue, quante volte l’abbiamo accarezzata Sandy Sue?, diventa la Sèttima e sulla Sèttima, al civico 810 – a Manhattan non m’hai detto nulla se m’hai sciorinato solo la tua Avenue, dimmi il civico e ti dirò chi sei – c’è un palazzone gigante, uno di quelli che i texani l’hanno mica mai visti, ci riesci a immaginare quanto sbalordimento, per tre texani, nel Cinquantotto, Sandy Sue? All’810 della 7th Avenue, alla portineria di quel palazzone gigante, lavorava Maria Elena, aveva venticinque anni ed era portoricana, come la terza moglie di Adam Clayton Powell Jr., quella che l’ha mandato ai pazzi prima e smerdato pubblicamente dopo. Quando si son visti per la prima volta, Maria Elena e Charlie Holley che già lo chiamavan tutti Buddy, è stato subito amore. Un amore che così vero Buddy Holly l’aveva mica provato mai, ancora.
Al West Village, oggi come nel cinquantotto, ci sono i locali e i suonatori jazz, i poetry slam e i gospel di Mahalia Jackson a rimbalzarti in testa. Oggi come nel cinquantotto, all’incrocio tra la Quinta Avenue e la Nona Strada a Dicembre c’è la neve, tanta, neve soffice come i maglioni di lana che piacciono a te, Sandy Sue, quelli con la trama intrecciata che profumano di bei tempi passati e caminetti e camere dismesse. Nel dicembre del cinquantotto Maria Elena ha la pancia grande e la testa piena di poesie, gli occhi in cui c’è tutto ciò di cui un uomo può avere bisogno, anche se non è mai così: nel dicembre del Cinquantotto c’è Maria Elena e una chitarra e un registratore Ampex, ci sono dei giorni vuoti da riempire e Peggy Sue got married da registrare, il sequel del grande successo, quello in cui Buddy dice di non amarla più, Peggy Sue, perché ha sentito da un amico – ah quant’era vero e quant’era raro quel nostro amore, Peggy Sue – delle strane ròbe; canta, Buddy Holly, m’han detto che sei tu, quella che adesso indossa una banda d’oro attorno all’anulare, Peggy Sue.
Sul ponte di Brooklyn ne vedi quanti non credi sia possibile, bande d’oro scintillanti attorno agl’anulari, che parlano lingue ostili tutte urletti e facciounafotoatté che poi tufàiunafòtoammé. E in mezzo a tutti un bel giorno tu, Sandy Sue, orsacchiotto, che torni senza preavviso, che riaffiori come i pantaloni a zampa o certi modelli di rayban, reminescenza lontana, per sentirti in diritto di scuotere la testa, di dire che no, ma come ti balza alla mente, questa teoria. Seguimi ancora un po’, Sandy, Sandy Sue, sforzati, non sembra anche a te tutt’un erigersi di falli, questa piccola grande Manhattan? Le water tower, i grattacieli, lo stesso ponte tubiforme, e poi le gru o la torcia di Miss Liberty, tutt’un pene; non ti pare che la stessa isola, quell’inarcarsi dopo il Lincoln Tunnel, non ti dà l’impressione d’un grosso grasso pene afflosciato? Vorrei essere tutta la città, oggi, Sandy, farmi New York quando si fa vagina – anche se è più a un pene afflosciato, che somiglia, secondo me – e accoglierti nei miei anfratti, senza lasciarti più andar via, costruendoci tutt’attorno un imene iperprotettivo per tornare ad essere com’eravamo, Sandy Sue: vergini, e felici.
Dici che parti domattina, orsacchiotto, che hai un volo già pagato e che proprio non puoi più stare; t’ha chiamato, lo so, ieri notte, ho sentito come implorava il tuo nome, Alexander, come piangeva, come ti reclamava. Dici che parti domattina, piove, è già buio e so che non ci sarà nessun risveglio al burro d’arachidi, nessun camminare nel verde, nessun Dakota da costeggiare e nessun campo di fragole da calpestare. Ed è un peccato, ragazzo mio, ragazzo di nome Sue, come in quella canzone di Johnny Cash, un gran peccato non poterti accompagnare alla panchina, mostrarti la placca che ho fatto incidere per te – La lana ama Sandy Sue –, ridere della reciprocità, di perché proprio quella panchina; non ci sarà più tempo per ascoltare insieme, ancora una volta, Peggy Sue, la strofa in cui si parla di quegli amori così veri, di quegli amori così rari, che ti sembrano un miraggio lontano, i mezzodì tipo oggi, quando la nebbia s’inghiotte i moli, e tutto quanto.

[il sito di fabrizio gabrielli]

 

produzioni

Banner

progetti

Banner

collaborazioni

Banner