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mi addormento quasi sempre quando sono in movimento. treno, autobus, traghetto, aereo, automobile. il problema è l'autobus. scomodo, senza poggiatesta, devi stare attento alla fermata e al controllore, un incubo.
complesso ma non impossibile, infatti quel giorno mi ero addormentato mentre cercavo di leggere il giornale, una notizia su qualche evento politico che lì per lì sembra di estrema importanza, una svolta epocale
ma poi la testa mi cadeva in avanti, gli occhi si chiudevano da soli, troppa luce arrivava dal finestrino e si rifletteva dalle pagine di politica ai miei occhi, che erano stanchi, molto.
scendo dalla navetta, c'è una salita e io la salgo. trovo un bar, prendo un caffè, mi aspetta una lunga attesa e sulle sedie non riesco a dormire.
chiedo al barista dove sia il pronto soccorso, questo mi guarda con gli occhi sgranati, sembra che gli abbia chiesto il quinto mistero di fatima e invece serve caffè a gente in camice che chiama per nome.
mi indica una direzione, vaga io vorrei, dall'alto della mia laurea in comunicazione, fargli un lungo discorso sulla lingua del corpo e di come il suo atteggiamento sia stato molto irritante nei miei confronti, ma devo andare al pronto soccorso, che un mese fa ho dato un calcio a una vasca da bagno e il piede, stranamente, mi fa ancora male. Eppure è passato un mese, ero a Cannes.
Ho istruzioni precise, che ripasso mentalmente per evitare gaffe, non devo dire che mi sono fatto male un mese fa, altrimenti mi fanno pagare il ticket e mi mettono in coda rispetto a tutti gli altri che invece si sono azzoppati di recente, magari in giornata. devo chiedere di un certo dottore, uno specializzando. chiedo di questo dottore alle infermiere che sperimentano l'uso del computer all'accettazione, pare che nessuno lo conosca. mento e mi viene assegnato un numero, un foglio sulla privacy, come se fosse importante avvisarmi che leggeranno il mio cognome per curare il mio piede destro, e un altro foglio dove cortesemente mi si chiede di donare il 5 per mille alla ricerca.
vorrei fermarmi a discutere con le signorine del desk su come in realtà i fondi destinati alla ricerca siano vincolati alle case farmaceutiche, ma temo che poi chiamino il mio numero e non mi piace lasciare i discorsi a metà.
trovo posto in una sala d'attesa dove non ci sono giornali, inconcepibile, penso. un affronto. è un pomeriggio di sole, e i miei colleghi della sala d'attesa sono molto vari ed eventuali. C'è un ragazzo con la fidanzata, forse caduto dal motorino, ha un casco nero e zoppica con fatica. Ridono in continuazione, sembra che la sala d'attesa li metta di buon umore. Poi c'è un bambino con la polo e il padre pelato, sono alti quasi uguali, anche se il bambino non ha più di nove anni, e hanno la stessa pettinatura, nonostante il padre sia pelato. Osserva il figlio che con aria concentratissima, svolge importanti calcoli strategici su un piccolo palmare, colorato. Un palmare per bambini, fondamentale. Poi c'è una ragazzina un po' più grande, su una sedia a rotelle e con la caviglia gonfia. La madre la sgrida perché non si ricorda alla lettera una formula di matematica che neanche io capisco, tantomeno la madre, che ripete con ferocia l'esatta dicitura dell'infallibile sussidiario, un volume di mille e passa pagine che con tutta probabilità la ragazzina deve portarsi a scuola ogni giorno. c'è anche un altro nucleo familiare, il solito miracolo italiano, dove lui, pater familias, non si capisce se sia pakistano o siculo, il piede destro senza scarpa, gonfio, al sinistro uno stivaletto da basket ancora più gonfio della caviglia malata. Inizio a nutrire sospetti su quale sia la dolorante. La moglie lievemente in sovrappeso ma dall'impeccabile pettinatura, sfoggia un perfetto assortimento di bigiotteria, veste di tuta e maglietta e ha un accento marcatamente campano; una seconda donna, più anziana, siede con loro e commenta a mezza voce, non riesco mai a sentire cosa dica, ma penso che siano puntualizzazioni molto importanti perché ogni volta entrambi annuiscono con gravità. A poche sedie di distanza un adolescente cerca di spiegare alla madre che differenza ci sia tra un cinque e mezzo e un "dal cinque al sei", di come si traduca nel sistema decimale e di come la sua media sia sotto il famigerato sei, ma di poco. Neanche lui ne è così convinto.
ci sono, sparsi nella stanza, anche diversi anziani, forse abbandonati da mesi all'oblio della sala d'attesa. Un non luogo dove il tempo si ferma, dove uno schermo a colori mostra leggendarie statistiche, pazienti visitati contro pazienti da visitare, i feriti contro i guariti, i codice verde contro i codice rosso, i vivi contro i morti. Gli anziani presenti, incerti sulla categoria di appartenenza, interrogano i figli o i nipoti sul da farsi, spesso chiedendo conferma a quelli degli altri perché si sa, il parere di uno sconosciuto è sempre il più affidabile. Attendono la chiamata.
La sala di attesa è posta alla fine, o all'inizio, non si capisce bene, di un lungo corridoio sul quale affacciano gli ambulatori. La chiamata è effettuata a voce e, per la famigerata privacy, attraverso un numero che le signorine ti affidano all'ingresso, dopo averti fatto poche domande di cultura generale. Inizialmente credevo fosse un punteggio, ma per la privacy non mi hanno potuto rispondere.
La voce si disperde nelle curve ancestrali del famigerato corridoio, c'è un cantiere che lavora all'esterno e spesso i numeri si confondono e si sommano a martelli pneumatici. Ad ogni chiamata ci si guarda intorno smarriti, qualcuno si alza e poi si siede, qualche vecchietto chiede conferma al vecchietto più vicino che però non gli risponde perché non ha sentito, tutti cercano tra i fogli della privacy quale sia il proprio numero di riferimento, si tende l'orecchio verso quell'Acheronte di mattonelle di gomma verde, poi, quando ormai sembra tutto perduto, il coraggioso parte.
Con il naso alzato e l'orecchio teso si avventura in questo corridoio, la chiamata si fa più rapida e insistente ma il coraggioso non può andare più velocemente, zoppica, ha una gamba rotta, è lì proprio per aggiustarla, non può correre, arranca verso la sua salvezza, deve avere almeno ottant'anni. Procede a una velocità approssimabile del centimetro al mese, con fierezza e grandissima fatica. Per me è già un eroe ma il suo numero viene dimenticato e si fa chiamare a gran voce il seguente, che corrisponde al bambino ingegnere che siccome si è fatto male al polso, forse calcolando il diametro di marte con un temperino, sorpassa lesto l'anziano zoppo e viene risucchiato da una delle tante porte misteriose e socchiuse che danno sul corridoio.
l'anziano è confuso, non sa se desistere o continuare, nella speranza di incontrare qualche sirena. Fa ancora qualche passo, guadagna qualche centimetro verso una meta che ormai nessuno può più sapere. Quando arriva in prossimità del solito disturbatore, un tamarro che crede di compensare l'assenza di maniche con uno smodato uso di anelli e che pare sia in attesa da almeno sei mesi e sta in piedi di fronte a una porta che nessuno ha mai visto aprirsi, l'anziano eroe è ormai stremato. Annaspa, ha il fiatone, vorrei sorreggerlo, allungargli un rosso fresco, prenderlo in braccio, ma è il mio turno.
Il numero 309 è convocato d'urgenza, quindi mi incammino verso un uomo vestito di bianco che mi osserva minaccioso. Mi aspetto già che mi denuncino per falsa testimonianza, frode allo stato e agiotaggio dopo aver estorto la confessione a seguito di varie torture di medievale ferocia, di aver dato un calcio a una vasca da bagno a Cannes un mese fa, e non la sera precedente a casa mia, nelle periferie di una Italia qualsiasi. L'omino bianco mi fa cenno di sbrigarmi, il mio passo diventa una corsetta. Hop, hop. Sono in forma, penso, che slancio!
Entro nel cunicolo.
Dentro mi chiedono del dottore che volevo mi visitasse, nessuno lo conosce. In compenso c'è Antonio, medico specializzando con occhiali e enormi tette di ormoni. Non parla mai e tiene lo sguardo basso. Poi ci sono lo studente servile, quello che non può fare niente se non annuire con interesse a qualsiasi cosa, un'infermiera che forse per osmosi è stata assorbita dal reparto, dopo anni di permanenza nella sala d'attesa dove si dimentica di essere paziente e comincia a dare una mano dove può, forte del suo diploma in ragioneria conseguito negli anni cinquanta. L'ortopedico appare e scompare mentre impartisce ordini a tutti, me compreso, ma senza risparmiare neanche i soprammobili.
"Lei: si sieda e si spogli. Antonio, prepara i frescolucci. Portapenne, esca e mi chiami il numero 20630. Acqua: solidificati! Signorina: venda Montedison e compri la Lazio"
Tutto si sta svolgendo con indemoniata fretta, sembra che tutto stia per implodere, temo che il dottore chieda di portare anche "la macchina che fa bip", cosa che fortunatamente non succede perché è già impegnato a spiegarmi che devo mettermi sul lettino, non sulla sedia e che non è necessario che mi spogli completamente ma solo l'arto dolente. Dichiaro che mi duole la coscienza, il dottore mi da un ceffone. "Non dica sciocchezze, vediamo questo piede. E' qui che ti fa male, vero?" dice, brandendo il mio quarto dito come se fosse una bandiera. Il dolore è lancinante, faccio di si con la testa. "Proprio qui?" Scuoto la testa più energicamente, forse sto piangendo. "Non ti sento" "Si, è lì che mi duole, dottore" "Signore" "Signore"
Abbandona la presa e ricomincio a respirare. Il despota sentenzia "Faremo una fasciatura, dovrai camminare sul calcagno per quindici giorni, ci sono delle scarpe fate apposta, sai ci occupiamo anche di moda e marketing. Hai firmato il foglio della privacy? Bene. Arrivederci"
Temo qualche altro scherzo da militare, tipo il braccio piegato dietro la schiena o il temutissimo schiaffo del soldato e assumo una posizione di difesa zen. Sono immobile, in uno stato di allerta tipo i gatti. Si avvicina una donna dall'aspetto rassicurante, mentre l'ortopedico si allontana di nuovo.
"Zaino, saltami in spalla. Infermiera, queste luci qui non vanno bene, le sposti in C-14. Carrello, avanza. Antonio, prendi la tronchese e andiamo dal Bastelli, sei pronto per la tua prima amputazione? E ridi, una volta tanto!"
L'infermiera prende con fare materno il mio piede e inizia il bendaggio, mentre lo studente annuisce interessato. Mi chiede quale sia il mio antidolorifico preferito, gli rispondo la birra, la conversazione muore.
"Vedi, noi lo sappiamo. Sappiamo che il dottore che cerchi non esiste e che ti sei fatto male all'estero, un mese fa. E' evidente. Facciamo finta di niente per non darti un dispiacere, per non farti sentire una nullità. Sei giovane, dobbiamo cercare di non mortificarti, temiamo una tua ritorsione e allora ti facciamo firmare il foglio sulla privacy, ti spaventiamo per proteggerci. Anche la sala d'attesa fa parte del gioco, noi stiamo qui dentro a giocare a carte e quando ci va, facciamo chiamare qualcuno. Diamo modo alle persone di riflettere su loro stessi, sulle loro vite, a te per esempio abbiamo permesso quasi di finire il libro che stai leggendo, John Fante, un autore niente male, seppur troppo autobiografico e certamente il film "chiedi alla polvere" non rende giustizia alla grandezza dell'autore. E tu vorresti fare lo scrittore? Ma non lo sai che Dostoevskij ne ha passate di tutte i colori, è stato imprigionato, torturato e tu che ti credi? Pensi che andare in Francia a spaccarti un piede risolva tutto?"
Cerco di difendermi
"Ma veramente, io... era un bagno progettato male, in un sottotetto, le travi a vista, non si poteva stare in piedi, l'ho fatto per proteggere la testa e poi non è che voglio proprio fare lo scrittore, diciamo così, per passione"
La dottoressa nel frattempo, ha finito il bendaggio e scompare nei meandri dell'ambulatorio.
Mi viene consegnato un altro documento sulla privacy, un foglio con il prossimo appuntamento e un cd. Ringrazio per il disturbo, ma non c'era bisogno, davvero, di farmi una compilation. Come avete fatto a farla, poi? Avete ipotizzato i miei gusti musicali dal mio abbigliamento? Avete una playlist standard per tutti i pazienti? Come la mettiamo con la siae? E la copertina, scusate, eh, ma lascia proprio a desiderare!
Mi viene gentilmente spiegato dall'anziana infermiera che si tratta delle radiografie del mio piede, sono ancora più contento.
Esco dall'ambulatorio zoppicando, dopo esserci entrato di corsa. C'è ancora in piedi quel signore che era partito prima di me, chissà se qualcuno si è preso cura di lui.
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