Articoli correlati


Home [ racconti ] [ ombre ] La notte lava la mente
La notte lava la mente PDF Stampa E-mail
Scritto da Mauro Tetti   
Lunedì 01 Agosto 2011 00:00

“Ehi, come ti chiami ragazzona?”
Silenzio.
“Come ti chiami ragazzona?”
“Giana mi chiamo.”
“Quanti anni hai?”
“Appena quattrocento.”
“Avrei detto quindici.”
Silenzio.
“Cosa ci fai in giro a quest'ora?”
Silenzio.
“Dove vai ragazzona?”
“Da mia nonna.”
“Ti accompagno?”
Silenzio.
“Vuoi scopare ragazzona?”
“Fottiti.”

Giana accelera il passo per seminare quell'orco. Lei l'ha visto, che ha il viso tutto butterato e disgustoso, pieno di cicatrici, l'occhio bovino che non riesce a trattenere. I suoi baffi sono unti come di uno che ha mangiato interiora.
“Che schifo quello! Pezzemmerda lasciami in pace.”

Giana ha quattrocento anni ma ne dimostra quindici. È una ragazzona tutto grasso e pappagorgia. Su per giù centoventi chili morbidi e ribollenti.
Giana fa la prostituta. Gira per gli appartamenti che è sempre meglio della strada, comunque allo stesso modo il culo te lo fai.
Giana fa la prostituta, eppure quando vede quell'orco delle case basse ha paura.
“Che male ti ho fatto? Perché il tuo sguardo sembra implorare qualcosa? Perché mai Dio ha deciso di farti a questo modo?”

Giana sbuffa e si allontana verso il bosco. La sciarpa con le stelline protegge la carne dal freddo. La sciarpa con le stelline che vanno di moda, che vanno alla televisione.
C'è freddo e l'alito caldo si mischia al fumo del trinciato. Le luci al neon formano un cielo di stelle pulsanti che prendono alla testa.
“Ai coglioni prendono.” Il bosco è come una metropoli.
Si allontana verso il bosco, fino a dove le luci al neon lasciano spazio ai lampioni mezzo gialli e mezzo rotti. I lampioni sono alberi illuminati, lasciano un alone come di fuochi fatui appesi per aria.    Giana cammina fino a casa della nonna. La nonna la manda via e lei le dice “vecchia troia vai a vendere il culo!” La nonna e Giana non sono mai andate d'accordo.
“Dove posso andare a dormire? La nonna è una strega cattiva e non mi vuole, la mamma piange e io non riesco a sopportare. Nessun cliente. Non c'è nessuno per me stanotte. Potrei andare dal mio amico che vive nelle grotte, lui mi allunga un po' di roba che prende a vortici il pensiero, ma in cambio vuole scopare. Potrei andare dal mio amico gitano, sotto il vento e sotto il fiume, il mio amico gitano che suona l'armonica e vuole scopare senza niente in cambio, per amore dice lui.”
Giana non va da nessuna parte, rimane immobile sulla pietra più comoda, rimane immobile sotto il fumo del trinciato.
“Ragazzona non puoi stare seduta lì!” Dice il vigile urbano.
Giana si alza e attraversa la strada.
“Ragazzona non puoi attraversare la strada fuori dalle strisce!”
Giana si gira e mostra il dito medio al vigile. Il vigile che le dice “stai attenta puttanella o ti prendo a calci in culo!” Poi il vigile non ha calciato il culo di nessuno.
“Pezzemmerda.”

Giana entra nella bettola Assomoir che sta dall'altra parte della via. Ha i soldi per un caffè e allora lo ordina. Al bancone c'è un ragazzo biondo col pirsing nel setto. È bello sembra un cavaliere: proprio quello che ci vorrebbe per lei, un cavaliere.
“Io voglio solo un cavaliere.”
Lui la vede e pensa a lei e già la adora perché gli piacciono le tipe così, un po' ciccione stravaganti. Lei ha solo bisogno di un cavaliere.
Nella bettola la luce è pessima.
Due profeti giocano a briscola in un angolo del locale, uno ha la carnagione di bronzo e i capelli d'oro, l'altro è visibilmente ubriaco. Parla come se il giorno del giudizio fosse vicino per tutti. Sul tavolino dispone quattro assi in modo che tutti li vedano, quattro assi che vogliono dire morte e rovina, e morte.
Il cavaliere sta al bancone, ha gli occhi rigidi come il marmo, lancia occhiate a Giana.
Giana esce dalla bettola e lui la segue. Cammina lungo la via sotto la veloce fiamma dei neon e lui la segue. Volta nuovamente verso le case basse, dove abita nonna, e lui la segue. Siede sotto un salice, di quelli che hanno pianto tutto, e lui la segue. È grazioso, è buffo.
“È grazioso e buffo 'sto qua.”
“Quanti anni hai ragazzona?” Lui domanda.
“Appena quattrocento.”
“Cosa ci fai in giro a quest'ora di notte?”
Silenzio.
“È tardi per le ragazzone di quindici anni.” Dice.
“Mah! Senti, e tu invece quanti anni hai?”
“Venticinque.”
“Ecco ne hai consumati troppi a cercare le parole giuste, e ti assicuro che non le hai ancora trovate.”
Giana se ne va e lascia il cavaliere da solo sotto il maestoso salice. Giana singhiozza silenziosamente. Lui stavolta non la segue. Dalle fronde del salice pendono siringhe infette, nessuno le vede.
“Addio mio cavaliere.”

“Non lo reggo questo freddo, adesso mi infilo nel palazzone delle case basse e mi chiudo in un angolo di pianerottolo, immobile. Non lo reggo questo freddo, non lo reggo il peso del mondo. Non chiedetemi conti, non ho chiesto io di nascere, nonna che conti mi chiedi? Mamma che cosa pretendi da me? Non ho chiesto io di nascere in questa parte di città. Non ho chiesto io di viverci sedici anni così, di merda. Non lo reggo il peso del mondo. Poeta ti sbagli: la notte non lava la mente.”

È buio se non per i lampioni. Giana ha un cellulare, col lavoro che fa... ma oggi non la chiama nessuno, perché domani si va a lavorare presto, perché manca un po' al ventisette del mese ed è un lusso pagarsi l'amore.
Giana guarda il secondo condominio delle case basse. La porta d'ingresso è scardinata, l'entrata è sporca della merda di un cane. Dentro ci sarà meno freddo.
“Dentro non avrò questo freddo di galera.”
Entra. Sale le scale fino al terzo piano e si appoggia al muro. Accende un trinciato e si lascia scivolare in un angolo buio.
Un lampione zoppo illumina attraverso la finestra parte della parete. Ci sono scritte sull'intonaco di già lercio per l'umidità. Degli insulti per le popolazioni che giungono d'oltremare, roba da tifoserie.
Giana dorme ma il sonno è leggero, tanto che dei passi la svegliano.
“Cavaliere sei venuto a prendermi, non dormirò sola stanotte. Proteggimi, e non come la notte protegge il nottambulo, o la luce il cieco: proteggimi come sai fare tu.”
Ora Giana sembra proprio una fata, la fata più bella del mondo. Ha quattrocento anni ma ne dimostra quindici. Una ragazzona tutto grasso e pappagorgia. Su per giù centoventi chili morbidi e ribollenti. La fata più bella del mondo che attende il suo cavaliere.
Ma non ci sono cavalieri dietro le scale. Sbuca invece l'orco maniaco delle case basse, con il suo occhio sinistro basculante, con la sua schiuma di saliva sulle labbra.
“Pezzemmerda ruffiano mi hai seguita.”
Giana appena lo vede si intimorisce e stringe i denti. Trattiene un sospiro di paura.
“Quanti anni hai ragazzona?”
“Appena quattrocento.”
“Cosa ci fai in giro a quest'ora di notte?”
Silenzio.
“Cosa ci fai al buio tutta sola?”
Silenzio.
L'orco ha il fiatone, ogni parola che dice sembra sfiancarlo. Giana nota una sporgenza sotto i pantaloni dell'orco. È eccitato al solo pensiero di chiudere la ragazzona in quell'angolo di muro, in quell'angolo di universo.
“Vuoi scopare ragazzona?”
“Fottiti pezzemmerda.”
“Senti puttanella, mi trovo in un’età che non so, né giovane, né vecchio. Tutti sanno che ci sono eppure nessuno sa che esisto. Ragazzona stringiti a me adesso e non fiatare, baciami nella guancia centrale.”
L'orco ora sorride e basta, dietro la schiena lascia intravedere la grossa lama sfavillante del suo coltello. Come sorride si vede che ha tutti i denti marci.
Giana chiede aiuto, tanto nessuno la sente comunque.
Giana ha paura e invoca il suo cavaliere.

L'orco maniaco delle case basse attacca e violenta. Violenta e poi se la svigna.
Giana sembra proprio una fata, la fata più bella del mondo. Le lacrime avvolgono le guance rotonde, i singhiozzi avvolgono gli spiriti della vita. Dalle gambe sale il vapore dell'urina ancora calda. Giana trema.
Allora si affaccia dalla finestra. Terzo piano del secondo condominio delle case basse. La notte è come il ghiaccio all'inferno. La notte che lava la mente.
Giana si asciuga il viso e si sporge sul davanzale. Trattiene il respiro, chiude gli occhi. E si lascia cadere per spiccare il volo: per sfarfallare da chioma d'albero a chioma d'albero, da campanile a campanile, da stella a stella. Che notte ragazzi.

 

produzioni

Banner

progetti

Banner

collaborazioni

Banner