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Dopo giorni passati a girare per le riserve marine di questo dente di terra conteso tra Africa e Asia mi trovo ad oziare in un resort cinque stelle, dove l’unico pensiero è decidere in quale piscina stare a mollo e quale ristorante scegliere per il pranzo e per la cena. Lascio la mancia in ogni posto dove mi fermo a mangiare per la prima volta, dovrebbe servire a garantirmi un trattamento decente o almeno a evitare che un cameriere incazzato sputi dentro al mio piatto. Provo tutti i bar disponibili e come al solito in questi posti sono di pessimo livello. Hanno un buon vino, privo di equilibrio e acerbo, ma forte e tagliente come certi rossi delle mie parti, buono solo per accompagnare i pasti. Per il resto niente campari per allungare gin e vermut, si tengano l’acqua tonica e il limonade, i loro intrugli colorati alla frutta sono roba per chi ama guardare e mostrare il bicchiere che tiene in mano. Io voglio solo rigirarmi in bocca l’amaro, cullarmici la lingua, il bicchiere lo dimentico, è solo un sostegno per guardare in faccia il mondo senza dover mettere le mani in tasca o le dita nel naso. Poco male, già non posso mandare giù niente, devo preservare un precario equilibrio intestinale. Arrivato al punto di non potermi nemmeno sbronzare comincio ad annoiarmi sul serio. Mi viene voglia di scrivere e non ho con me il portatile, non ho nemmeno un misero blocco su cui prendere appunti. Mi tocca comprarlo all’emporio del villaggio. Ed eccomi qui a buttar giù parole che tra una settimana faticherò a decifrare, su di un quaderno che è un catalogo di pesci tropicali. Sono quaranta gradi suonati di giorno e trentasette la notte, qui, dove la propaggine più meridionale del deserto roccioso del Sinai si affaccia sul mare, ti passa la voglia di fare qualunque cosa. Mi propongono una folle gita al Cairo: partenza all’una di notte, sette ore di pullman, visita lampo a città e musei, poi altre sette ore col culo piatto sul sedile a farsi infradiciare le ossa di reumatismi dall’aria condizionata sparata al massimo. Il tutto per ottantacinque euro, gliene offro cento per togliersi dalle palle e non farsi più vedere. La scena si ripete per cammellate varie con annesso tè nel deserto e cena beduina. Finisco per cedere sulla visita all’unico monastero cristiano della regione, forse per sfinimento o forse perché spero che sul Monte Sinai mi si riveli una qualche verità. Perciò eccomi intrappolato per più di duecento chilometri solo andata in mezzo a una banda di teste di cazzo. Per metà casinisti senza una reale idea della nostra destinazione, per il resto macchiette del viaggiatore modello, ansiose solo di mettere un’altra croce sul casellario delle cose fatte e viste. C’è la bionda dalla faccia arcigna che si lamenta di tutto e di tutti. Pare essersi convinta che il mondo intero ruoti attorno a lei, forse è colpa di un passato da fighetta contesa. Le cose devono essere cambiate troppo in fretta perché se ne potesse rendere conto. Lo dicono le sue guance flaccide e le borse sotto gli occhi, lo dice il corpo in fase di cedimento. Sembra che improvvisamente la pelle le si sia rilassata come un lenzuolo sgualcito su ogni spigolo del suo carattere, su ogni inutile incazzatura della sua vita. Sarebbe bene che qualcuno si decidesse a farle il favore di raccontarle questa realtà, prima che uno specchio impietoso la metta di fronte a un vecchia raggrinzita che non riconoscerebbe. Parla, parla e niente sembra poter arrestare la sua lingua. Una marea di cazzate e spropositi, avrei voglia di buttarla giù dal pullman e non credo di essere il solo. Durante il viaggio la guida egiziana mi spiega ciò che avevo già intuito, quasi tutti i turisti del resort e della città sono italiani o russi. A quanto pare qui si preferiscono i primi, perché non lesinano in sorrisi e soprattutto spendono per strada qualche quattrino, quegli altri invece passano il tempo stesi a bere in piscina all'ombra del loro all inclusive. Bevono e lasciano in giro le loro donne, provocanti, bionde, bianche, tonde. A volte vuote, trasparenti, come certi loro uomini dal fisico statuario, glabri e insignificanti, lo sguardo perso in una severità inutile. Altre di una bellezza disarmante e luminosa, che non puoi evitare di stupirti della leggera naturalezza con cui la vivono, e ti viene da sorridere al pensiero del peso che si danno certe tue conoscenze che sono ben poca cosa in confronto. Mi sfiora scivolando lungo il bordo della piscina, sirena venuta dal freddo, chiede scusa in inglese ed è l’unica parola che conosce in quella lingua. "Sorry". Valle a spiegare che a me non dispiace affatto, è che sono troppo pigro per provare a scoprire se appisolata da qualche parte qui intorno c’è la sua insipida ameba bruciacchiata dal sole. La guida mi spiega anche come la città viva di una vita effimera, non vita. Gente qui per dimenticare il lavoro, le delusioni, la famiglia, la fatica di vivere e il mondo intero, se fosse possibile. Altra gente, come lui, qui per fare in modo che dimenticare sia meno difficile, per far sì che l’illusione funzioni. Parliamo ed è chiaro che siamo parte della farsa, siamo esponenti delle due categorie, anche se ci illudiamo che questo nostro discorso ci tolga dalla mischia rendendoci più veri. Glielo dico e lui manifesta il suo disaccordo da dietro il pizzetto ben curato. «Io e te abbiamo dei sogni, obbiettivi, se preferisci chiamarli così. Ce l’abbiamo scritto in faccia, fino a che avremo un sogno da realizzare la corrente non ci trascinerà via insieme agli altri.» La sua teoria ha dei punti deboli, ma non è il caso di tirarla troppo per le lunghe. Gli chiedo quale sia il suo sogno. Mi confida che vorrebbe mettere su un tour operator tutto suo e smettere di sfacchinare per gli altri. Portare gli italiani a conoscere la sua terra. “Progetto ambizioso”, gli dico. Mi risponde che se non lo fosse, non sarebbe un sogno. «Il tuo invece qual è?» «Nell’immediato rimettermi a posto l’addome per potermi sbronzare di santa ragione. In linea più generale campare di ciò che scrivo.» «Sei uno scrittore, hai già pubblicato qualcosa?» «Solo poche cazzate, senza tirare su un soldo.» «Devi darti una mossa, se vuoi diventare ricco in questo modo.» «Mai detto di voler diventare ricco. Quella è roba per chi scrive di grandi storie d’amore, libri gialli o dell’orrore, oppure per chi ha capito tutto dell’esistenza e decide di far dono alla plebaglia della propria saggezza. Quelli come me si devono accontentare di sogni molto meno ambiziosi.» «Semplice, scrivi anche tu quelle cose che fanno diventare ricchi. Dai alla gente ciò che vuole.» «Conosco gente che mi si vorrebbe fare il culo, ma non vuol dire che debba accontentarli.» «Come dici?» «Che forse hai ragione tu, ci penserò.» Siamo arrivati a destinazione, i miei compagni di viaggio dopo aver ricevuto le ultime raccomandazioni raccolgono telecamere e macchine fotografiche e si piombano fuori dal pullman. «Che fai, non vieni?» Lo guardo mentre allungo le gambe sul sedile dove fino a poco fa sedeva lui. «No, proverò a dormire un po’. Forse scenderò più tardi per fare due gocci d’acqua.» Quando apro gli occhi a destra ho di nuovo il mare e davanti a noi cominciano a stagliarsi le sagome di villaggi e alberghi. Ho dormito per tutto il giorno, nessuno ha voluto svegliarmi, nemmeno per il pranzo. Prendiamo per il lungo viale che conduce all’ingresso del resort che ci ospita, e dove prima avevo il mare compare uno spettacolare tramonto rosso di rocce, sole e aria riarsa. Mi sento come se in un colpo solo avessi recuperato tutto il sonno perso in un anno intero. Nuove energie da spendere, arrivano non richieste nel momento meno opportuno. Saluto la guida mentre le combriccole che si sono formate durante la gita si danno appuntamento per la serata. Io filo dritto in camera per una doccia veloce e poi al ristorante, non tocco cibo dalle sette del mattino. Accanto a me non smettono di scattare foto, ogni cosa è un potenziale soggetto, il cameriere, il cibo, gli archi sopra le nostre teste, il tavolo dei dolci. Evito con cura di guardare da quelle parti, sento che se lo facessi, coglierebbero al volo l’occasione per chiedermi di immortalarli tutti insieme. Non serve a molto, eccola davanti a me, fede lucida da luna di miele al dito e digitale nella destra. «Deve tenere premuto questo tasto per due o tre secondi, fino a che non ha messo a fuoco…» È un’automatica da quattro soldi, perché la fai tanto lunga? Vai al tuo posto e stampati sulla faccia il sorriso scelto per l’occasione. Tra un minuto sarà tutto finito e io potrò tornare a ignorarti. Fuori, seduto ad uno dei tavoli tondi del bar, fa un caldo che spezza il fiato. Dico al cameriere di non accendere la lampada ad olio, mi risparmio almeno quello. C’è il tizio che vorrebbe suonare del blues, ma continuano a chiedergli ridicoli brani da karaoke che lui accetta di cantare con l’espressione di un condannato al patibolo. La sua frustrazione è scritta tra i tanti capelli bianchi che stanno prendendo il sopravvento sul rosso degli anni migliori. Gli faccio arrivare un altro bicchiere, qualunque cosa stia bevendo tra un pezzo e l’altro. Lui ricambia con Sea of love di Tom Waits e alla prima pausa viene a sedersi al mio tavolo. Faccio cenno al cameriere che annuisce e provvede senza troppa fretta. Beve White Russian il bluesman italiano dai capelli rossi, in attesa che passino i prossimi due mesi per imbarcarsi su una nave da crociera ai caraibi. Dice che all’inizio ci provava a tirare dritto col suo repertorio, un certo numero di ingaggi andati a puttane gli ha fatto capire che, come per camerieri e barman, anche per lui vale la regola del mai dire no al cliente. «Deve essere stato allora che ho cominciato a bere durante le serate, prima nemmeno un goccio, per non compromettere la qualità dell’esibizione.» Si avvicina una donna di mezza età, abito da sera, giro di perle da mercatino della domenica sulla scollatura grinzosa e capelli biondo oro tipo penultima fermata sulla via per la casa di riposo. È qui per recapitare la sua richiesta. Dancing Queen degli Abba. Il bluesman mi guarda con un mezzo sorriso di rassegnazione. «Capisci cosa voglio dire? Mancano ancora all’appello Perdere l’amore di Massimo Ranieri e Total eclipse of the heart di Bonnie Tyler.» Si alza per tornare al suo posto. «Bisogna dare alla gente ciò che desidera.» «Arrivi tardi, per oggi questa cosa me l’hanno già detta.» Mi risparmio gli Abba e quello che verrà dopo, è arrivato il momento giusto per andare a scoprire se la mia sirena venuta del freddo ha ancora bisogno di compagnia. Non sarà facile trovarla, ma non mi manca certo il tempo. Chi chiude più occhio per questa notte? Ne ho abbastanza per tirare avanti tutta la settimana. Lasciando il bar passo di fronte al gruppo della bionda dalla faccia incazzata. «Guarda, non è il tizio che ha dormito tutto il giorno?» Il marito mi fa cenno con la mano alzata. «Ehi amico, non sai cosa ti sei perso.» «Oh lo so, lo so invece. Ma con un po’ di fortuna, se mi do una mossa e ci do dentro tutta la notte, posso ancora recuperare il tempo perduto.»
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