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Il giorno in cui si erano conosciuti pioveva forte Daniela leggeva al tavolino nell'angolo del bar. La infastidiva lo sguardo della gente sul collo, nei luoghi affollati, e la parete alle spalle le dava una qualche forma di sicurezza. Quando aveva un pomeriggio libero, le piaceva stare così, seduta da sola da qualche parte, dimenticandosi per un po’ delle ore che passavano. Sentiva l'odore della pioggia sui cappotti. La luce era bassa e rossastra. Gli alcolici erano stati allineati su uno scaffale, in alto, sopra il bancone. C’erano tazze abbandonate sui tavolini, con i loro fondi di caffè, tovaglioli appallottolati e ombrelli ammassati accanto alla porta. Una musica anonima proveniva da chissà dove. Lavorava in città, ci arrivava in treno. Era una di quei pendolari che si ammassano non solo nei vagoni e nelle carrozze, ma anche nei discorsi della gente e sulle pagine dei giornali. Quelli che soffrono più di tutti i disagi degli orari mai rispettati, che si svegliano prima del sole e tornano a casa dopo di lui. Ogni volta che portava la tazza alla bocca, riempita di tè almeno quattro o cinque volte da quando era lì, le tintinnavano i braccialetti che aveva ai polsi. Le piaceva il suono che facevano quando gesticolava: era quello il motivo per cui ne indossava sempre così tanti. Pensava alla condivisione che si veniva a creare in momenti come quello, all’intimità involontaria dei luoghi pubblici come un bar, o un ufficio postale, o un vagone della metropolitana. Due persone, che non avevano niente a che fare l’una con l’altra, si incontravano e condividevano quell’attimo di tempo. Un momento dopo già si erano dimenticati dei rispettivi volti. Spesso, quando lo pensava consapevolmente e incontrava qualcuno che le ricambiava un sorriso gratuito e sorpreso (sorrideva agli sconosciuti in continuazione) avrebbe voluto iniziare a parlare, dire qualsiasi cosa. Si aspettava che, in una di quelle situazioni, avrebbe avuto il famoso incontro fatale che avrebbe cambiato il corso degli eventi. Ma non iniziava mai alcun discorso, e in bocca le restava un sapore amaro. Si consolava pensando che quel tipo di epifanie non bisogna andarle a cercare, ma lasciare semplicemente che accadano: probabilmente si sarebbero manifestate anche contro la sua volontà, e il loro senso si sarebbe svelato solo alla fine. Alzava lo sguardo e seguiva i movimenti delle persone nel locale, fermandosi un minuto di troppo a fissarle, come sempre. Cercava di carpire i minimi cambi di espressione sui volti e capiva quasi da subito se le intenzioni di chi aveva a che fare con lei erano buone o cattive, se la sua compagnia piaceva o infastidiva, se sotto un sorriso era nascosta una preoccupazione. A un certo punto un uomo si era seduto al tavolo accanto al suo. Lo osservò e decise che aveva una decina d’anni più di lei: glielo suggerivano i capelli appena ingrigiti e le piccole rughe intorno alla bocca e agli occhi. Appoggiò un fascio di carte sul tavolino, lei ne seguì il movimento delle mani. Poi lui chiese un caffè americano, con una voce grave e gentile, e si mise a scarabocchiare qualcosa. A differenza sua, non sembrava per nulla distratto dai rumori che lo circondavano: poteva essere seduto lì, o in qualsiasi altro posto. Daniela provò un leggero moto di invidia, dato che lei, invece, non riusciva mai a estraniarsi così. Ogni tanto faceva un tentativo, usando una tecnica che qualcuno aveva provato a insegnarle a un corso di teatro. Chiudeva gli occhi e provava a visualizzare un luogo totalmente diverso da quello in cui era, raccontandosi ogni particolare per aiutarsi a renderlo vero. Ma le era stato sempre impossibile staccarsi completamente da quello che aveva intorno. In quel momento, osservando quell’uomo che non aveva contatti apparenti con l’esterno, pensò che le sarebbe piaciuto isolarsi in quel modo, almeno per un attimo. Il fatto che lui non si accorgesse di niente le permise di osservarlo con cura. Passò almeno un quarto d’ora così, lei a fissarlo, lui sui suoi fogli, il caffè a raffreddarsi. Poi lui girò la testa, e vide lei che lo guardava, Daniela arrossì e abbassò gli occhi, sperando che la cosa finisse lì. Invece, quando si costrinse ad alzarli di nuovo, incrociò il suo sguardo sfacciato e insistente e, imbarazzata, si chiese se era quello l’effetto che faceva lei, quando fissava gli altri. Poi lui disse una cosa inaspettata, senza alcun tipo di introduzione: “Venga, la porto in un posto. Il 93 ci arriva diretto.” Si ritrovò senza una risposta da dare, ma quando lui si alzò e le fece un sorriso accogliente, decise di seguirlo. In autobus iniziarono a conoscersi. Lui si chiamava Giulio e scriveva e disegnava libri di favole, lei gli raccontò del suo lavoro di insegnante. Nel chiacchierare con lui, riscoprì quanto sia a volte più facile parlare liberamente con un estraneo piuttosto che con chi ti conosce da sempre. Stettero a lungo stretti tra decine di persone che sfuggivano alla pioggia e ritardavano agli appuntamenti. I vetri erano appannati e lei confondeva le strade, era come se fuori non ci fosse niente, e loro ci stessero correndo attraverso dentro una specie di siluro, che fendeva la pioggia. A un certo punto, lui le disse di scendere, e lì la pioggia aveva smesso di cadere ed era tutto un brillare intorno, anche se qualche tuono borbottava ancora in lontananza. Erano in aperta campagna. Vide un gigantesco animale a strisce colorate, addormentato in mezzo all’erba, circondato solo da campi e qualche casa, lontano. L’animale aveva una specie di cresta di bandierine che svolazzavano nell’aria umida, e una grossa bocca nera spalancata in uno sbadiglio. “Un circo!” le uscì, e un punto interrogativo rimase sospeso nell’aria per qualche istante. Quella cosa grande e abbandonata, che sospirava a ogni folata di vento, era solo un ricordo di se stessa. Sfiancata dagli spettacoli di un tempo in cui ospitava acrobati in costumi di lamé e paillettes, ora non serviva più a nessuno. A nessuno, tranne a Giulio. Le disse che lì ci andava spesso: quel posto lo consolava e lo tranquillizzava. Quando aveva un po’ di tempo si sedeva sui vecchi spalti, sentendo ancora nelle narici l’odore forte del fieno e dello sterco degli animali, e quello acre di bruciato di petardi scoppiati anni prima. Era in quell’atmosfera sospesa che nasceva la maggior parte delle sue favole. Rimasero lì a lungo, chiacchierando e ridendo. Daniela si accendeva una sigaretta dietro l’altra. Mentre parlava, gesticolava più animatamente del solito, e i braccialetti rispondevano al suo richiamo. Le piaceva la compagnia di quell’uomo dagli occhi chiari, che, più che parlare, ascoltava. Lei da subito non ebbe paura di riempire i suoi silenzi: ci si accomodava tranquilla, le sembravano fatti apposta. Quando il cielo si rannuvolò di nuovo, e ricominciarono a cadere delle gocce, i due decisero di tornare verso il centro. Alla fermata dell’autobus davanti al bar dove si erano incontrati, tentarono di ripararsi sotto la pensilina, ma una raffica di vento e pioggia li infradiciò completamente. Daniela scoppiò a ridere. “Mi asciugherò in treno!” commentò. Giulio la guardò e le disse, con timidezza: “Se vuoi, io abito a due passi da qui. Potresti salire un attimo…” Lei si sentì subito arrossire, pregando che lui non se ne accorgesse. Accettò anche quell’invito, e lo seguì di nuovo, sotto la pioggia e sotto i lampioni che si accendevano sopra le loro teste. Il fatto che ormai era sera e che stava rischiando di perdere l’ultimo treno fu un pensiero che non la turbò. La catena naturale degli eventi della sua giornata si era spezzata già molte ore prima, quando si era fidata d’istinto di quell’estraneo ed era salita in autobus con lui. Da quel momento in poi, aveva smesso di ragionare su cosa fosse giusto fare. La casa era in una piccola via silenziosa, un appartamento pieno di cianfrusaglie e stampe alle pareti. L’ingresso si apriva su una grande sala, in cui troneggiava un lungo tavolo di legno scuro, letteralmente invaso da blocchi, disegni e cartelle stracolme di fogli. Tutt’intorno, le pareti erano occupate da una libreria a muro. La sala, a sua volta, dava sulla cucina, divisa da questa solo da un bancone. Daniela si tolse le scarpe e rimase a sgocciolare sulla porta, mentre Giulio spariva nel corridoio, alla ricerca di un asciugamano per lei. Poi mise dell’acqua nel bollitore, e lei sorrise vedendolo impacciato e incerto nei movimenti. Dovette aprire tutte le ante del pensile della cucina prima di trovare una tazza per lei, come se non fosse abituato a ricevere ospiti e non si ricordasse dove teneva i doppioni delle cose. Nello scolapiatti, c’era uno di tutto: un bicchiere, un piatto, una forchetta, una tazzina da caffè. Daniela si sedette sul divano che dava le spalle al bancone e, visto che sul tavolino lì di fronte c’era un posacenere con dei mozziconi, non si disturbò a chiedere il permesso e si accese una sigaretta. Guardandosi intorno, vide che la stanza era idealmente divisa in due parti: quella inferiore, immersa nel caos, e quella superiore, in cui i libri negli scaffali erano allineati con precisione maniacale. Giulio le si avvicinò con due tazze piene di tè bollente. Parlarono ancora, ma la conversazione non riusciva a scorrere come prima. C’era un’atmosfera sospesa tra di loro, come se tutto fosse in attesa. All’improvviso, lui le prese le mani e iniziò ad accarezzarle. Lei trasalì, quando vi posò la bocca con delicatezza, sfiorandole in maniera quasi impercettibile. Il tè si era raffreddato da un pezzo, quando lasciarono la sala per dirigersi in camera sua, e le tazze erano rimaste lì, con le bustine ancora immerse nell’acqua, anche dopo che Daniela si era addormentata accanto a Giulio. Dopo quel primo incontro, iniziò con delicatezza ad abituarlo a una compagnia quotidiana. Impararono a starsi vicini. I primi tempi, si incontravano in stazione, la mattina presto, facevano colazione insieme, poi lui l’accompagnava alla scuola dove lavorava, per ritirarsi infine in mezzo alle sue carte per il resto della giornata. Capitava spesso, però, che si dimenticasse di lei, di andare a prenderla per pranzo o la sera, quando usciva dalla scuola con gli occhi gonfi e la testa che scoppiava. Quando non lo vedeva, Daniela sapeva dove andare a recuperarlo. Lo trovava al circo. Se ne stava lì, con il suo quaderno degli schizzi, a disegnare bambini e gatti volanti, minuscoli circhi di topi e ballerine funambole con ombrellini rosa. S’inventava anche innocui incubi di mangiafuochi e orchetti che si nascondevano negli angoli bui, ma erano solo piccoli mostri che si divertivano a fare dispetti, niente di più. Una volta aveva passato una giornata intera, dimenticandosi anche di mangiare, a disegnare un armadio enorme da cui uscivano le creature più disparate, che si arrampicavano l’una sull’altra e rotolavano sul pavimento di una cameretta. C’erano uccelli dorati, elfi e piccole streghe che schizzavano fuori su scope grandi come matite. In piedi davanti a quel delirio aveva disegnato un bambino, con un pigiama azzurro e gli occhi spalancati, in estasi. Stava da lui in tutti i suoi momenti liberi. Dormiva lì sempre più spesso, e, dopo pochi mesi, iniziò a lasciare le sue cose. Giulio accoglieva i suoi gesti con affetto. Daniela aveva l’idea che il suo non fosse un isolamento voluto, e che chi era passato lì prima di lei semplicemente non l’avesse capito, e si fosse limitato a restare sulla porta, interpretando la mancanza d’inviti espliciti a restare come un consapevole rifiuto. Invece, a lei era stato sufficiente chiedere permesso con discrezione, e lui aveva detto di sì. L’aveva fatto annuendo impercettibilmente, ma a lei era bastato. La forchetta, la tazzina, il piatto, erano tutti raddoppiati. Tornava a casa sua sempre più raramente, per fare un cambio di vestiti, recuperare un libro o controllare la posta. Mentre lui disegnava, lei riempiva l’aria intorno a loro di un sacco di storie e di aneddoti che aveva letto da qualche parte, e le linee che lui tracciava sui fogli bianchi diventavano un naturale prolungamento delle parole di lei. Stavano vicini nel suo immenso salotto pieno di libri. Giulio ne comprava una quantità esagerata, anche se non ne leggeva neanche uno. Ne stipava la sua lunghissima libreria, li ordinava per autore, li catalogava per soggetto. Era il collezionista nevrotico di quelle reliquie che avrebbero perso valore, una volta toccate. Inorridiva al pensiero di una pagina sgualcita, come se quello fosse il peggiore dei delitti: il suo santuario perfetto non doveva essere violato. La mattina in cui lei, uscendo dal bagno, gli aveva chiesto perché non c’era uno specchio, si era fatto silenzio, per un attimo. Era da un po’ che aveva notato quel particolare. “Li ho tolti tutti, non ho specchi in casa” Le dava le spalle, chino sui fornelli. Stava accendendo il gas sotto la macchinetta del caffè. Il tono della sua voce era fermo. Lei si chiese il perché della serietà con cui le aveva risposto, ma prima che potesse dire qualsiasi cosa, lui si voltò e le spiegò, precipitando le parole con una strana urgenza, che non sopportava l’idea di vedere il tempo che, a poco a poco, corrompe e segna, e per questo si era liberato di ogni superficie che potesse riflettergli il suo viso che cambiava negli anni. Per questo sei sempre così schivo e solitario, pensò lei, osservandolo con una tenerezza un po’ incredula, non ti circondi di persone perché non le vuoi vedere invecchiare. Percorse con gli occhi le pareti della stanza e quando si voltò verso il salotto, le corse un brivido lungo la schiena. Seguì il profilo dei libri sugli scaffali e per un attimo le sembrarono rigidi e schierati come un esercito in miniatura. Le ricordarono i soldatini che collezionava il padre da quando era piccola, e che non permetteva a nessuno di toccare. Li teneva nella vetrina di un mobile, nella sala da pranzo della casa in cui era cresciuta. Ne era terrorizzata e spesso faceva degli incubi in cui prendevano vita e, battendo ritmicamente i tacchi degli stivali sul pavimento del corridoio, la raggiungevano in camera.
Un altro temporale estivo Daniela seguiva con gli occhi le passeggiate delle gocce lungo i vetri. Metteva ordine nel salotto di Giulio mentre lui era sotto la doccia. Il rumore dell’acqua che scorreva si confondeva con quello della pioggia fuori. Spostava le carte sparpagliate ovunque con gesti meccanici e distratti, ripetuti un milione di volte, nel tentativo di dare una forma al caos che lui faceva esplodere ogni giorno in quella stanza. Intorno, gli scaffali che la fissavano seri. Non riusciva a togliersi di dosso la sensazione di ostilità nei confronti di quella sua mania di comprare i libri, ordinarli lassù e non sfogliarli mai. La vita di Giulio era per lo più un mistero e Daniela, nonostante la curiosità, aveva imparato a ingoiare le domande che avrebbe voluto fargli sul suo passato, accontentandosi delle poche cose che ogni tanto le raccontava. Aveva eliminato dalla casa anche le fotografie, oltre agli specchi, quindi era del tutto priva di termini di paragone. Dato che lui non le permetteva mai di uscire dal suo eterno presente di disegni a matita e libri vergini, non le restava altro da fare se non raccontarsi anche lei delle favole. S’immaginava com’era da piccolo, chi fossero i suoi genitori, la sua prima ragazza, il migliore amico con il quale, forse, aveva condiviso una stanza all’università. Ogni tanto il nervoso le montava alla testa, e avrebbe voluto trovare una scusa qualsiasi per litigare, per cercare di tirargli fuori una reazione. A volte, di sera, in quelle rare sere in cui le capitava di tornare in quella che avrebbe dovuto essere casa sua, non riusciva a dormire, e restava sveglia a pensare alle cose più terribili: che lui avesse qualche segreto, qualcosa di spaventoso che teneva nascosto, e che fosse quello il motivo per cui aveva allontanato tutti. Le veniva il desiderio di frugare nelle sue cose, alla ricerca di una prova, un foglio con scritto un numero di telefono, la ricevuta di un pagamento, un documento con un nome falso. Aveva anche ricominciato a fare l’incubo dei soldatini. “Ho comprato un biglietto per Buenos Aires”. Giulio era entrato nella sala come un gatto. Lei era trasalita. Quando il suo cervello elaborò l’informazione, la prima reazione che ebbe fu quella di perdersi in pensieri paralleli, iniziando a scorrere mentalmente tutte le cose che associava all’Argentina: i bond, Borges, il Che, Peròn, i desaparecidos, come se stesse rispondendo a una domanda di cultura generale. Poi s’immaginò lui a vivere a testa in giù, e pensò al fatto che l’inverno a Buenos Aires significava estate da lei. Il terzo pensiero fu che doveva controllare la differenza di fuso orario. Infine, si riebbe, lo fissò per qualche minuto, chiedendosi se quell’idea di partire fosse solamente uno dei suoi soliti sogni, una favola nuova, o se sarebbe successo per davvero. Avrebbe voluto farsi dare la spiegazione di molte cose, per diradare quella nebbia che si era addensata tra le righe, ma l’unica domanda che le uscì fu perché avesse deciso di partire così all’improvviso. Giulio, dopo diversi minuti d’incertezza, le raccontò la storia di una ragazza che, tanti anni prima, era partita per l’Argentina.
Era arrivato, il momento in cui lui le svelava il mistero L’aveva trovata al vecchio circo, in piedi lì davanti, imbambolata, i capelli biondi raccolti in una coda spettinata, negli occhi grandi lo sguardo inequivocabile di chiunque si dovesse trovare all’improvviso di fronte a un enorme tendone da circo sbrindellato in mezzo alla campagna. Avevano parlato per un po’, poi erano tornati in città e avevano passato tutta la sera insieme, finché i bar non avevano abbassato le saracinesche e per le strade era tornato il silenzio. Si ricordava solo poche cose di lei: era una biologa marina e il giorno dopo sarebbe partita per iniziare un progetto di ricerca in Sudamerica. Sarebbe rimasta lì per diversi anni, ma il saluto che si erano scambiati gli aveva lasciato in testa l’idea che l’avrebbe rivista, anche se non aveva modo di rintracciarla. Quella sera, dopo essersi messo a letto, non era riuscito a chiudere occhio. Aveva pensato a lei finché l’alba non aveva schiarito il cielo e da quel giorno aveva iniziato a vivere con quel tarlo che gli mangiava i pensieri. Lei ricompariva nella sua testa nei momenti in cui la mente era sgombra: un attimo prima di dormire, sotto la doccia, nei tragitti in autobus, al circo. Un terzo personaggio si era inserito nella loro storia, una donna bionda, di cui lui conosceva solo la professione e il Paese dove si era trasferita chissà quanti anni prima. Daniela la poteva immaginare chiaramente, guidata dalle parole di lui, che per la prima volta parlava senza sosta da diversi minuti. Eccolo, l’imprevisto, l’anello mancante, una possibilità talmente ovvia che non le era nemmeno passata per la testa: semplicemente, pensava a un’altra. Anche il loro piccolo mondo parallelo a quello reale era stato contaminato dalla banalità. Si sentì incredibilmente stupida. Giulio si avvicinò al lungo tavolo pieno di carte, aprì un cassetto e ne tirò fuori un blocco da disegno. All’apparenza, era uno dei suoi tanti contenitori di scarabocchi, ma quando glielo diede vide che era pieno di ritratti che non le aveva mai mostrato. Raffiguravano sempre la stessa donna ed erano in sequenza: nei primi aveva un trucco da clown e sorrideva. Ce n’erano poi moltissimi in cui si struccava, davanti a uno specchio, gli occhi sporcati di nero e il rossetto sbavato agli angoli della bocca. Negli ultimi, il viso pulito e rigato di lacrime era vecchio, rugoso, accartocciato. Erano gli unici disegni in cui Giulio aveva lasciato che il tempo si infiltrasse e portasse le sue conseguenze. Se stava cercando una prova, ora l’aveva lì, chiara e inconfutabile come solo le cose che non si vogliono guardare. Daniela sentì una fatica nuova piombarle addosso come un macigno. Era stata assordata per molti mesi dal chiasso di un’intera orchestra che all’improvviso si era quietata. Lo guardò e lo vide per la prima volta: il bambino in pigiama era diventato un uomo adulto e solo, ossessionato da un ricordo, che adesso l’abbandonava per andare a cercare un’altra donna. Piangeva, in silenzio, improvvisamente invecchiato. Lei riuscì a provare solo un’immensa pietà, per lui, per se stessa, che era stata lì per quasi un anno, credendo di avere a fianco una persona che si stava dimostrando invece un totale estraneo, e scoprendo improvvisamente che le molte cose taciute erano ben più importanti delle poche dette. “Mi dispiace, non ho nessun’altra soluzione” le disse lui, come parlando a se stesso, con una fermezza nuova nella voce. “Ho bisogno di ritrovarla.Ti lascio la casa, ti lascio tutti i libri, fanne quello che vuoi”. Daniela scattò in piedi, il blocco le cadde dalle ginocchia.Voleva andarsene di lì. Gli posò un bacio leggero sulla fronte, dicendo che avrebbe pensato lei alle sue cose, ma che adesso doveva prendere il treno. Lui la fissò per un attimo, gli occhi fattisi più brillanti nel riflesso delle lacrime. “Te ne vai?” Daniela si voltò per uscire, i muscoli in tensione, con una parte di lei che sperava che la mano di Giulio l’afferrasse per trattenerla. Ma lui non la fermò. Nell’ingresso guardò per un istante l’enorme disegno del bambino e dell’armadio, che lei stessa aveva portato a incorniciare qualche settimana prima e aveva appeso vicino alla porta. Nell’angolo in basso a sinistra, nella penombra, era disegnata una bambola, di quelle di pezza, con gli occhi di bottoni. Era afflosciata, il vestitino spiegazzato e scucito. Uno scarabocchio fatto quasi per caso, all’ultimo momento, un giocattolo vecchio buttato lì per sbaglio, che nessuno notava. Uscì, sentendo gli occhi inumidirsi.
Il giorno in cui lui partì il sole stava appeso in alto sulle loro teste Andarono in aeroporto in autobus. Ci arrivava il 93, dopo aver fatto un lungo giro attraverso i campi. Lui le aveva chiesto di accompagnarlo: l’aveva chiamata poche ore dopo averle comunicato che sarebbe partito e lei aveva semplicemente detto di sì, come a ogni cosa che lui le aveva domandato in quei mesi. Era talmente abituata a rendergli la vita il più semplice possibile, a fare qualsiasi cosa per ammorbidirgli le giornate, che ormai rispondeva in automatico. L’aveva accudito, aveva cercato di proteggerlo, di tenerlo lontano dalla fatica. Aveva fatto in modo che non uscisse neanche per sbaglio dalle sue favole. Ma la realtà era che Giulio era già fuggito, senza che lei nemmeno se ne accorgesse. Anzi, non era mai stato lì. Il suo ultimo desiderio era di rivedere il vecchio circo, perciò erano partiti qualche ora prima del previsto. Durante il viaggio avevano parlato poco, Giulio guardava fuori dal finestrino, aveva l’aria di un palloncino scappato di mano a un bambino, perso da qualche parte e senza possibilità di ritorno. L’autobus si svuotava man mano che si allontanavano dalla città. L’aria condizionata le raffreddava il collo nudo. Giulio teneva i piedi sopra un vecchio borsone di cuoio con poche cose, e sulle ginocchia aveva la tracolla con i disegni e gli scritti. Quando arrivarono, nessun circo li aspettava: un incendio estivo si era mangiato ettari di campi e aveva trascinato con sé anche il tendone. Giulio non disse niente, stava lì a fissare il vuoto che avevano lasciato le fiamme, senza aprire bocca, rimanendo immobile per un tempo che le sembrò infinito. Daniela iniziò a sentirsi a disagio. Camminava avanti e indietro, nervosa. Quel posto fino a pochi giorni prima era stato rassicurante come un vecchio parco giochi. Non ci si sentiva mai soli, stando lì, c’era sempre l’eco di una risata o di un barrito o uno scalpiccio sul terreno che tenevano compagnia, come se ci fosse ancora qualcuno che stava allestendo uno spettacolo. Adesso, in quello spazio immenso e bruciacchiato, riusciva a sentire solo il peso dei suoi stessi pensieri che ristagnavano nell’afa estiva. Il loro commiato perfetto era lì, che si rotolava nella cenere.
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