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Il citofono non funzionava mai, non ho mai saputo quale bottone premere perché non c'era il tuo cognome sopra, non ci sono mai stati, in generale, i cognomi su questo citofono: numeri, solo numeri, non vanno nemmeno in ordine, al quarto piano, per dire, sono tutti sballati. Io ti facevo uno squillo e il portone si apriva, come una formula magica, ma meno romantica e magari avevo le buste della spesa, un iris in mano o in bocca, ti prendevo la posta o comunque guardavo se c'era, ché tu distratta lo sei sempre stata e il citofono non lo facevi mai aggiustare. È comodo lo stesso, mi dicevi. E come faceva ad essere comodo, dico io. Adesso invece il citofono funziona, vedo la gente aspettare con l'orecchio teso sui buchi e poi entrare, ma io non so dove cercarti, non so il tuo numero, non ho mai sentito la tua voce filtrata dai buchi, non abbiamo mai avuto il momento in cui mi chiedi chi è? e rispondo sono io, apri.
Chi è? Sono io, apri.
Sento il respiro, il fastidio. Un minuto.
Che vuoi? Non mi apri? No, che vuoi? Come stai? Non mi rispondi e chiudi. La tua voce al citofono è come la tua voce al telefono, solo un po' più lontana, questo citofono non funzionerà mai bene. Riprovo altre due volte, ma niente. Mi siedo per terra, guardo in su, non posso arrampicarmi fino al quarto piano, comunque mi lasceresti sul balcone, lo so. Non avresti difficoltà a guardarmi gelare al freddo, lo so. Si può andare via di nascosto o col treno o con maleducazione, ci si può infilare in un portone altrui per non correre il rischio di guardare indietro o posso aspettare che qualcuno apra il tuo portone per caso, per entrare e stare due minuti soltanto, perché adesso il citofono funziona e non posso chiedertelo qual è il tuo numero.
Non abbiamo avuto la conversazione in cui tu mi chiedi chi è? e io rispondo sono io, apri e poi non apri. Non so come sarebbe stata per davvero e la tua voce dai buchi magari è bella, magari è eccitante, oppure invece è sempre dura e scostante. Approfitto di una che entra con un bambino in braccio, le tengo la porta fingendo cortesia e la faccio andare per prima, poi entro io e tengo la porta con un piede, la lascio socchiusa, così i rumori della strada li sento lo stesso e spero che un po' mi confondano. Non so che fare. Sono passati mesi, io non so cosa fare. Pensavo che sarebbe bastata la sorpresa, magari sarei stato fortunato e ti avrei incontrato sotto la porta. Senza fatica. Si va via in un momento preciso: preparare la valigia e fermarsi sul pianerottolo sono il prima e il dopo, ma c'è un momento solitario e pericoloso, uno solo, in cui si può fare qualunque cosa ed è una condizione potente. A me fa paura il potere, non lo so gestire, non so tornare indietro. Faccio fatica. La cosa peggiore di quando me ne sono andato è stata quando mi sono girato; solo in un secondo momento è stato trascinare la valigia. Dentro non ho saputo che metterci, sempre così, tutto all'ultimo minuto con te. Ho iniziato a sperare di assottigliare i dettagli, dal giorno dopo in poi: quando ho aperto quella valigia, dopo un giorno intero ad aspettare che un giorno passasse, si dice così, deve passare il tempo per tutto, il tempo aggiusta le cose, il tempo è fatto di quegli attimi potenti di cui io ho paura; quando ho aperto la valigia ci ho trovato cose inanimate, oggetti bianchi di plastica laccata, incastrati per bene da non lasciare nemmeno un po' di spazio. Soffocati, a vederli tutti lì, morti lenti e logori, manchevoli, più che brutti. Fossero pessimi e senza speranza potrei buttarli via, semplicemente, invece mi è toccato tirarli fuori, sistemarli sulla mensola, contemplando l'assenza di un motivo buono per sbarazzarmene. Sono solo manchevoli, hanno una scheggia o sono ammaccati, riportano un fondo di tè che non va più via, ma vorrei che fossero da buttare, perché io sono codardo. Comprarli nuovi, rifarci le schegge, arredare casa con mobili incellophanati che puzzano di polistirolo: questo avrei voluto per farmi un favore, ma non ho il coraggio.
Sei tornato? No, credo di no. Sono rimasto sul pianerottolo semmai. Nemmeno in casa, ché io uno slancio di coraggio ogni tanto ce l'ho ma dura poco, arriva al massimo alla tromba delle scale, rischio sempre di cadere. E questo come lo chiami? Curiosità. Di rivedere, di sapere. Sapere cosa? Se fa lo stesso. Sono egoista. Vorrei che morisse tutto senza di me, e non per metafora, ma per davvero. Sono possessivo ed egoista, non sono una persona generosa. Cos'è quel rumore? Quale? Non so, ho sentito un rumore. La valigia. Ha le rotelle. La sposto di qua e di là, ogni tanto qualcuno deve entrare. Ma mi senti? Sì che ti sento, cosa urli? Non lo so, questi buchi, non ti sento bene. Posso salire? No. Dove stai andando? Da nessuna parte. E che c'è in quella valigia? Cose da buttare, ero uscito per questo, sono arrivato a casa tua. A caso. A caso? No, non a caso, non passavo da mesi. E la valigia? Anche lei. Butto tutto.
La sigaretta è finita, il citofono ora funziona, mi dico, guardo la gente entrare e penso di tirare a caso, che mi frega. Scelgo il quattordici.
Chi è? Sei tu. Sono io, apri.
Sento il respiro, il fastidio. Un minuto.
Che vuoi? Non mi apri? No, che vuoi? Come stai? Bene. Hai tagliato i capelli. Che ne sai? Ti ho vista ieri sera mentre rientravi. Mi hai spiato? No, no, è che non sapevo se salutarti, sono rimasto due minuti, poi sono andato via. Comunque no. Sì, un po' sì. No. Li hai spuntati, dai. No. Li hai scalati allora. No. Sono più scuri? No. Sembravano. Saranno stati i riflessi della luce. Non li hai mai pettinati così. O perlomeno sembrano nuovi, qualcosa hai fatto. No, ma dico: con tutte le cose che puoi chiedermi, mi chiedi dei capelli? Ma sul serio stai dicendo? Come stai? Bene ho detto. Benissimo, anzi. Che stavi facendo? Niente. Vabè, ero passato solo per salutare. Va bene, grazie, ciao. Chiudi. La tua voce al citofono è come la tua voce al telefono, solo un po' più lontana, questo citofono non funzionerà mai bene, penso.
Un giorno sarà tutto a posto, un giorno non sarai più arrabbiata e io sarò tornato per l'ultima volta e dietro ci saranno solo un po' di cose da raccontare. Ricominceremo dalle cose stupide da raccontare, facili e connesse. Ho trovato già la prima cosa da dirti, ora me la segno, appoggio la sigaretta su questo scalino per un minuto e me la segno, con la matita, poi la ricalco, magari si cancella. Ho scoperto dove scende il magone sul finale del film: è quando loro si girano. Anche se stanno insieme. Si girano in un modo unico e irripetibile, dura solo un secondo e per quanto lo fai andare piano, finisce, non è per sempre, perché non lo puoi rifare un'altra volta. E un'altra volta è una e non è come la prima, non è mai come prima.
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