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| Gli ossi morti hanno solo gli estremi |
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| Scritto da Elena Marinelli |
| Giovedì 20 Gennaio 2011 00:00 |
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Gli ossimori li pronunci come ossi piccoli di cui impugni solo le giunture, ossi secchi spolpati dalle grinfie di un cane che se morde, fa male; fa male solo con le labbra, perché non ha denti, fa male se prende la caviglia e il polpaccio, ma se gli guardi in bocca non scappi, non ti mette paura, non ha nemmeno la lingua, non può parlare, non ringhia, non fa paura, ma fa male, tira via la carne, affamato di tutto quello che non sa di avere. Falena ha il nome della farfalla notturna ma è un cane randagio che ogni tanto si accoccola al sole sotto di noi. Arriva sempre verso mezzogiorno quando inizio a tagliare la frutta, mentre il pranzo si sta già cuocendo, ma non mangia: non ha denti. Non è esattamente un cane randagio, il padrone è Mario, il mio vicino che, però, lo tratta male: un cane senza denti non serve, non ringhia. Non è un cane che si fa accarezzare, disabile in un mondo di cani che ululano e abbaiano e mordono gli ossi lunghi delle gambe. Lui morde ossi piccoli e basta, non è facile trovarne in giro: il bosco è fatto di animali dagli ossi lunghi, grossi e pesanti, ma lui non li guarda mai. Non ha nemmeno un nome, Falena. Noi lo chiamiamo così perché non lo sentiamo quando arriva, come un animale di notte, si spancia a terra sull'umido, tra il prato e il selciato che ci separa dagli ulivi e poi, quando cambia il sole, se ne va; non sappiamo mai con certezza quando tornerà: non mangia, non scava il terriccio, non calpesta i fiori. A un certo punto, si alza e se ne torna nella sua cuccia a leccarsi le ferite delle botte di Mario, come se gli crescessero i denti sotto il bastone di legno ricurvo, ogni volta. Mario è uno dal bastone sempre in allerta, soldato di trincea che in casa urla spesso, a ora di pranzo e cena, quando piove e i lavori in campagna non si possono fare. Un giorno senza trattore è un giorno perso, meno guadagno, più botte. Il bastone lo tiene al lato della porta d’ingresso, lo usa su Falena e su sua moglie, ma più su Falena, perché sua moglie ogni tanto non si fa trovare. Manca per giorni, sta in paese e ci rimane fino a che non passa la pioggia. Poi torna e non dice niente, se riesce a scappare e a stare lontana, è una battaglia vinta e la regola è: se vinci la battaglia, puoi stare al sicuro in casa fino al prossimo accerchiamento. Mario è cattivo; non lo diresti mai dai momenti in cui rilassa le mandibole, che ci sono ogni tanto, ma conserva sempre acceso l’istinto dell’animale capobranco nello sguardo duro e sprezzante e impugna il bastone, lo vedi, senza mancare il punto in cui la presa è migliore e il colpo si può preparare più vigoroso. Non sbaglia mai di un centimetro: le ferite di Falena sono sempre le stesse da mesi, sono marchiate e rimarcate come un esercizio di tortura, mentre Teresa, quando scappa e si salva, torna sempre con il respiro più lungo e a testa alta, ché sa di esserselo guadagnato. Gli ossimori sono anche angoli acuti, furbi, o angoli ottusi, stupidi, sono gli angoli delle nostre sdraio che si toccano in una punta. Falena si stende sotto quello acuto, che è quello interno, all'ombra, guarda di traverso, male, quasi da mastino, dura solo due secondi perché poi gli tornano gli occhi ignavi e li rivolge al lago ritirato della diga, mentre tu dormi e io sbuccio una ciotola di cachi. Taglio a spicchi tutti uguali, ogni tanto ne mangio uno, la schiena mi si brucia dal troppo sole e non ho mai la crema e i fazzoletti nella mia borsa. Mai. Smettila di rimproverarmelo sempre. Falena non mi segue quando rientro in cucina con la frutta sbucciata e riesco con quella da fare, non odora lo zucchero quindi non saliva dalla fame; ogni tanto lo guardo per vedere se è sveglio o drizza le orecchie o sbadiglia, gli faccio una carezza sotto la mandibola, ma, infastidito, si sposta un passo più in là con la testa perché non ha i denti e un cane senza denti non serve: lui lo sa. Non ce la farà mai a sopportare le mie mani, penso. Dorme lui e anche tu, io non posso. Ti svegli con metà viso sudato e le righe ruvide della tela della sdraio, ci strusci sopra la mano e muovi le mandibole, la tua faccia si riforma, come un palloncino d'acqua e inizi a mangiare. Cagliari, mi dici, Cagliari l'ho pensata prima. L'hai sognata, ti dico. No, mi dici, non stavo dormendo, chiudevo gli occhi e pensavo a qualcosa che venisse col sole sulla faccia e in mente subito Cagliari. Ci sono dei posti a Cagliari in cui la luce sbianca le mura, sbianca la faccia, sbianca l'acqua. Sarà il riflesso del travertino, non lo so, qualcosa che sbianca tutto. Mi risiedo e rido di colpo, forte, e tu mi guardi come se io non capissi le cose semplici. Sbianca cosa? ti dico. Sbianca, ti fa gli occhi bianchi proprio, no? Sbianca, dai, come te lo spiego che sbianca. Non te lo spiego, dovresti proprio vederlo. E poi smetti, mi guardi mentre rimani con le parole in sospeso, a mezza bocca, io ti guardo e rido e tu non sopporti quando ti guardo e rido come fossi scemo. Non sei normale, tu: cominci sempre a mangiare dalla frutta, ti dico. Ho fame. Ma com'è che li hai fatti tutti grandi uguali? Cosa? I pezzi di cachi: poi dici che ci metti troppo a sbucciarli tutti. Boh, così. Li incastro nella ciotola, stanno giusti. Non lo so, così. Mi piace farli uguali. Poi li taglio per la marmellata e quelli li taglio a caso che tanto non serve farli tutti giusti tanto poi diventano una cosa sola. Ci metto...che ridi? Stiamo parlando di marmellata. C'è chi parla del meteo, noi parliamo di marmellata. Potresti sederti qua e non parliamo più. Potrei venire a sedermi lì e fissarti e poi capire dove guardi tu, per sapere quanti passi dovrei fare e la pace che potrei perdere; Falena mi dice di no, Falena si lecca da solo, dovrei imparare dagli animali, ma non li so abbastanza, perciò torno dentro, Falena se ne va e stai solo perso chissà dove. Casa nostra cambia sempre, è fatta delle mura che ci costruiamo tutt’attorno di volta in volta, le sfiniamo e ricominciamo, le sfiliamo come fossero gomitoli e le rifacciamo, hanno addosso le impronte dei polpastrelli, i miei nei tuoi, ma tende per chiudere le finestre ci sono mai: ti lascio entrare e mi ridi in faccia, senza farmi sorprese, rumorosamente, arrivi senza chiedermi nemmeno il permesso, mi copri il sole mentre passi l’uscio, come fosse la notte delle cavallette e dei grilli insieme, ma io non ho paura della notte; è il giorno il problema, come per Falena: Mario è sveglio di giorno e tu fai finta di dormire. Potrei fare come Falena che si approfitta dell'ombra e poi se ne va, sopravvive alle botte e poi dorme. Invece quando entri, rilasso i polsi, mi siedo piano, ti scopro la pancia e ti bacio sul collo. Rimango sempre muta in uno spazio corto, dove le parole sono troppo spesse e non so dove metterle, scatole di cartone sottile che si modellano sugli angoli, ma si bagnano nel centro con le infiltrazioni d’acqua, fanno muffa e cattivo odore per tutta la stanza, poltiglia su cui lasciare il calco di una mano nell'altra e un'anca e un ventre gli uni sugli altri e una lingua attorcigliata all'altra. Tocco la tua schiena calda e sbiadita dalla luce bianca del sole e mi ci aggrappo, graffiandola, mentre mi chiami Mariposa, ché ti ricordo casa, sussurri. Mariposa e Falena, animali notturni che se rimangono sotto la luce bianca, muoiono. *** Nella figura retorica chiamata ossimoro si applica ad una parola un aggettivo che sembra contraddirla; così gli gnostici parlavano di una luce oscura; gli alchimisti di un sole nero. (J. L. Borges) |







