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| ossa di cristallo |
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| Scritto da Massimiliano Città |
| Mercoledì 12 Gennaio 2011 00:00 |
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La luce insolente di occhi indagatori puntata su di me disegna un’ombra lieve. Piccola cosa intorno al rumore che genera il mio passaggio. Qualcuno si sfrega le mani, il tutto esaurito si dice garantito. In cartellone il mio nome grande troneggia. E qualche giornalista impettito mi chiede come sono giunto fino a qui, come ho fatto a riuscirci. Ed io mi chiedo qui dove? E riuscito a far cosa? Potrei dire poche cose di me, due soltanto. Ho ossa di cristallo e mani grandi. E pochi capelli sul capo coperto da un cappello che mi protegge dalla polvere della strada. Ho un sorriso nascosto dietro ai denti e mastico suoni fin da quando ero bambino. Se tu mi vedessi adesso non penseresti che ne è trascorso di tempo da allora, non sembra. Ho ossa di cristallo e mani grandi. E dita affusolate che si muovono senza respiro, così dicono. Bianchi e neri li tenevo sotto di me, quieti e silenziosi, in attesa d’essere accarezzati, blanditi, presi a schiaffi senza possibilità di ribellione. E nulla m’è mai importato per tutte quelle volte ch’era difficile vedere oltre il palmo del naso. Occhialini vezzosi mi nascondevano al mondo. Il respiro della mia musica ha fatto il resto. Ci sono strade da camminare, velocemente, senza dare possibilità agli sguardi degli altri di soffermarsi a ripercorrere la tua scia. Forse attendono l’eco di quel passaggio perché troppo impegnati a scrutarti caracollante nel cammino, così differente da quello cui fin da bimbi sono stati abituati. Ci sono mondi da lasciare al vento affinché il soffio violento li strappi alla merda soffocante. Mondi stantii, senza coraggio né incanto. Il rischio di vivere non è dato a molti. Neppure il talento. Ma non ho scelto io d’avere ossa di cristallo, né mani così grandi da contenere ottantotto tasti tutt’insieme, come vassalli di un monarca deliziato. Li accarezzavo a mio piacimento, ora spezzandone la voce, ora accrescendone il tono, ora segnandone il passo, scegliendone il ritmo. Monarca sovrano con diritto di vita e di morte su di loro. Li ho tenuti sotto le mie dita per più di vent’anni. Con ironia e passione. Quell’ironia che la natura sa di non avere. Siamo tutti figli suoi. Eppure non sa di scherzare, talvolta lo fa, scherza. Ed io con lei. Mio padre mi pose su una pedana, come avesse pensato ad un piedistallo. Ed io a qualche palmo da terra, sospeso nell’etere. Il resto l’hanno fatto le mie mani. La zavorra della quotidianità me la sono subito scrollata di dosso. Se nei passi brevi di una quotidianità smarrita avevo molto da camminare, lungo le scale che ripide salivo grazie alle mia dita ho saputo di volare. Libero come un uccello svolazzando nell’aria. Leggero come il suono della mia musica. Aldilà di ogni limite. Leggero e impetuoso pronto ad impennare verso l’alto per poi planare su di lei. Quando sai di dare tutto, nel tocco, nell’idea di ciò che fai, sai d’avere fatto tutto per il meglio. E lo avverti distintamente oltre il parlottio di gente distratta, e puoi vederlo, oltre le lenti di occhiali scuri indossati nella notte, aldilà del tonfo di cadaveri ambulanti che scivolano per terra senza averne consapevolezza, e lo sai bene scorgendo negli sguardi dei passanti, nello scintillio di chi rimane fermo, davanti a te, incantato dal suono delle dita che accarezzano la donna di sempre. E senti il calore della vita che respira caldo accanto a te. Senza nulla da temere. Ne ho vista di gente atteggiarsi a sterminatrice di idee. Animali grandi e grossi inciampare sulle loro rozzezze. Incapaci di muoversi leggeri sui fianchi della donna. Incapaci d’amare. Non ho scelto d’avere ossa di cristallo e mani grandi, ma ho trattenuto le mie ossa fragili, le ho tenute in piedi lungo un breve cammino che m’ha visto scivolare sinuoso lungo fianchi della mia compagna, inseguendone la tortuosa figura. Quella che ho amato a denti stretti, assaporandone il gusto, per sentirmi vivo. Ho nascosto il fastidioso luccichio delle mie ossa seppellendolo di suoni e note, e armonie ardite, e scale difficili da salire non appena disceso a tastare l’asfalto freddo. E adesso qui con ossa di cristallo e mani grandi continuo ad accarezzare la donna che ha parole soltanto per me. |







