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Decido io quando è notte (mi ha detto Kullus). Decido io quando è giorno. Harold Pinter, “Kullus”.
È notte quando cammino. Non perché non usi le mie gambe durante il giorno, ma quando cammino – quando decido di muovermi per il solo piacere di sentirmi passare di fianco il mondo – è notte. Il resto del giorno vengo trascinato da un posto all'altro dalla fretta, dai luoghi che devo raggiungere o lasciare. Di notte invece cammino e mi guardo dal di fuori come se dietro di me avessi una telecamera e su uno schermo invisibile, al mio fianco, fossero proiettati i miei passi. Godendo della sensazione di dare a quei luoghi quotidiani, ordinari, una dimensione in più. Non più semplice paesaggio, ma protagonista di qualcosa che contribuisce insieme alla mia presenza ad uno spettacolo nuovo. È notte quando lei si fa amare. Sei uno stronzo, sei, mi dice prima di spararmi. Figlio di puttana, mi dice dopo. Ti amo, le dico io prima di cadere. Mi ha sparato alle gambe. Me lo merito, credo. Lascio il mio amore di pochi secondi nel televisore in cui è nato. Lo vedo dalla finestra aperta di una casa, ma so che lei parla con me. Perché il modo in cui mi guarda, nonostante non sia di fronte a lei, come tutti gli altri spettatori, mi fa pensare che chi ha disegnato quella scena l'abbia fatto in modo che io potessi incontrare il suo sguardo. Andiamo a bere qualcosa, le dico. Ma non mi risponde, quindi la lascio lì, nel televisore in cui è nata. Continuo per la mia strada, che non è né buona né cattiva, ma è un insieme di asfalto, direzioni da scegliere o da cui farsi scegliere, e marciapiedi a terra a delimitarne i bordi. Nient'altro. Per strada incontro un numero di persone maggiore rispetto a quello che la mia mente è in grado di ricordare, ma ricordo una donna, un fallito e un uomo. La donna era vestita di rosso e di voglia di scoparmi. Il suo sguardo, mentre il fallito le stringeva la mano, si attorcigliava tra i miei occhi e le mie palle, i primi solo per farmi notare che era proprio lì che guardava e non un punto indefinito tra i miei coglioni e il marciapiede. La sua lingua, che non vedevo, aveva fatto un movimento impercettibile tra il palato e i denti. Non di quelli che si fanno per beccare cazzo, ma di quelli involontari che ci servono per provare a ristabilire all'interno del corpo un equilibrio che si è spezzato, non appena la voglia di entrare nel corpo di un altro ci fa sentire che ci manca qualcosa, fosse anche solo quel po' di saliva riacquistato con un movimento di lingua, impercettibile, tra il palato e i denti. L'uomo lo ricordo, ma non ricordo perché. Del bar ricordo centinaia di bicchieri e la ragazza che li asciugava. Sospetto di essere stato colpevole di una parte piuttosto importante del suo lavoro. Non ho mai capito se l'espressione “rum da meditazione” serva semplicemente ad indicare un rum che costa tanto, o un rum da bere in quantità sufficienti per sentirsi pronti a sfidare il Buddha in capacità di raggiungimento del Nirvana. Se così fosse, anche se quel ciccione giallo non era niente male, qualche volta penso di averlo battuto. Trinidad e Antigua, al massimo Barbados. Un rum che sia servito al massimo a scaldare le notti di carnevale a un popolo troppo impegnato dalle danze per preoccuparsi di uccidersi a vicenda. Niente Cuba quando voglio del rum. Niente sesso e guerre di sopravvivenza; solo canna da zucchero e tempo. Tanto tempo. Quello che hanno loro e che li rende felici, e quello che danno al rum per rendere felice me. Tanto tempo che quando poi me lo trovo tra le mani, mi dispiace perderne altro e in un momento la gola si riscalda. Perché l'alcol è come un'emozione; distillata con calma e consumata in un momento. Decido io quando è notte. Ma è lei a scegliere cosa sono io. A darmi una direzione, e un punto d'arrivo che non è mai troppo diverso dal punto di partenza. Scendere in strada da soli, di notte, vuol dire abbandonarsi a lei. Lasciarsi perdere e lasciarsi la possibilità di perdersi. Lasciare che le persone che incontri, i lampioni, le insegne luminose, ti raccontino chi sei, prima di dimenticarlo con l'arrivo del sole. E ogni notte ti scopre diverso, ti mostra una debolezza in più e ti fa sentire bene, vivo, una volta in più. Torno a casa e la trovo nel letto ad aspettarmi. Non capisco neanche bene se è la donna vestita di rosso o quella che mi ha sparato dal televisore. Ma è notte, sono nudo, e lei è nel mio letto, e quindi mi sembra giusto che ci si scopi. Scontato forse, ma giusto. Al resto si penserà domani. |