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Un buon pretesto per iniziare a bere PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Mazzoli   
Mercoledì 26 Maggio 2010 07:25


Ci sono mille motivi per iniziare a bere, e sono tutti sbagliati. C’è chi lo fa per dimenticare un amore, chi solo per piacere, chi per piacere a un altro. Io ho incominciato perché non sopportavo l’idea che, proprio uno come lui, ce l’avesse fatta.
Non sono mai riuscito a digerire quel sorriso sempre stampato sul suo volto, i suoi occhi sognanti, piangenti. Quel suo modo buffo di parlare, che sembrava meravigliarsi di tutto.  Come noi, anche lui veniva tirato da una parte all’altra del palco, da fili invisibili, che decidevano per noi persino come e quando reagire. Eppure sembrava non accorgersene nemmeno. Beata ingenuità, dicevo. E in queste parole trovavo la forza per evitare ogni scontro.
Prima che venisse a seminar scompiglio, era quasi piacevole godere dell’automatismo dato da ormai consolidate abitudini, dalla sicurezza di gesti non tuoi, da quell’affidarsi totalmente a un altro, senza pensare, desiderare, senza volere.
Quella era vita e non esisteva un’altra vita possibile. Ed era giusto così.
Poi arriva questo straniero. Diventa un nostro collega. Inizia a lavorare con noi. Ti ci affezioni, anche.
Non sa andare a tempo e, a volte, inciampa pure sulla scena, ma è uno nuovo e allora anche tu sei più disponibile. Lo sproni, studi con lui le sue battute e ti sforzi persino di sopportare quell’aria da bravo ragazzo.
Cerchi di portarlo sulla retta via, di passar sopra a tutti quelle rivelazioni da due soldi, che andava spargendo come se fosse Cristoforo Colombo. Io, in questo circo, ci vivevo da anni, e di discorsi come suoi ne avevo sentiti fin troppi. Io stesso ne avevo fatti di simili, quando ero giovane e inesperto, e avevo ancora tutto da imparare. Ma poi ti abitui, e capisci che le idee sono un lusso per chi è libero, e con la libertà non ti ci compri il pane e non ti ci paghi le sigarette.
Quando se ne andò, gli augurai anche buona fortuna. Dentro di me pensai, che a un bamboccio come lui, ne sarebbe servita tanta.
Non ci tenemmo in contatto e, a dire il vero, non ci pesavo neanche più: ero tornato a bearmi della routine legnosa dei miei gesti e, se il pensiero di lui a volte mi assaliva, allora me lo immaginavo a danzare per due soldi chissà dove, o a scaldare una vecchia signora a quale prezzo.
Fu durante uno spettacolo che ritornò inaspettatamente nella mia vita, prendendola a calci come si fa con un cane e, da quel giorno, non riesco a liberarmi di lui.
Quella volta ero sul palco, come al solito. Stavamo mettendo in scena il Cyrano di Rostand, ed io interpretavo Cristiano. Colpi di spada e piroette danzanti che avrebbero affascinato anche lo spettatore più esigente, eppure non sentivo applausi.
Una notizia incredibile era entrata in sala e ora stava girando da una bocca all’altra, rubandomi la scena da sotto i piedi. Il teatro mi crollò addosso e nessuno mi guardava. Io non esistevo più, né Cyrano né le belle parole di Rostand. C’era solo questa voce che girava. Che gira tra il mio pubblico in fermento, durante il mio spettacolo e che mi relegò in un angolo buio o oscuro come il mio umore.
Come posso non odiarlo? Ora che ce l’ha fatta, e che la notizia del suo cambiamento suscita in me un sentimento molto simile all'invidia.
Vorrei non crederci eppure ne sento l’autenticità in ogni fibra del mio corpo. Mi corrode e mi brucia. Così, per spegnere quel fuoco, ho iniziato a bere per spegnere quel fuoco.
È strana la vita, conosci una persona, cerchi di togliergli dalla teste tutte quelle sciocchezze che hanno tolto anche a te, te ne dimentichi, quasi, e poi, fai uno spettacolo in un posto sperduto della contea, e scopri che quel bamboccio, cacciato dal teatro perché una frana totale, ha realizzato quello che era stato anche il tuo sogno. E che ormai credevi impossibile.
Così quella che era la sola vita possibile crolla come un muro di cenere, e tutte le tue convinzioni, le tue disillusioni, con lei.
È da quel giorno che brindo a quel bamboccio che mi ha fatto riscoprire la mia schiavitù.
E allora ti odio, vecchio amico mio, e se non ci sono motivi giusti per iniziare a bere, almeno tu sei un buon pretesto per farlo.
Anche oggi tornerò al mio teatro, tra gli altri burattini e mi affiderò a Mangiafuoco, che ancora parla di te e della tua fuga, e lui mi farà volare da una parte all’altra, tirando i fili delle mie mani, delle mie gambe. E il pubblico sorriderà della sua voce buffa e dei miei gesti strani, ed io penserò a te che hai lasciato questi sipari per sempre, che hai ceduto il legno del tuo corpo per della carne. La fata turchina è stata pietosa con te. Ti ha regalato più della carne e del sangue. Ti ha offerto un mondo di possibilità, sterminato e vasto come lo vorranno i tuoi desideri. E noi siamo destinati al teatro di burattini. A un cielo di cartone. E a quell’automatismo di gesti abituali che ormai non ha più nulla di piacevole. Quindi ogni bicchiere è per te, caro e odiato amico. Serve per spegnere quel senso di nausea che monta nel mio stomaco. E per offuscare un po’ il tuo sorriso, che si fa beffa di noi, mio caro Pinocchio.

 

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