Skyscraper PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Milanese   
Mercoledì 19 Maggio 2010 00:00


Eccoti.
Guardati ti prego, ti supplico.
Fermo, immobile, fissi in alto, con la bocca leggermente socchiusa. Fissi questi 13 piani color ocra (o merda di piccione, come più di una volta li hai definiti tu stesso) si lanciano verso il cielo senza alcun tentennamento. Questo insulso edificio, che i tuoi genitori a metà anni 90 chiamavano “il palazzone” o “il grattacielo”.
Un vanto, uno stupido orgoglio per una cittadina di poche decine di migliaia d'abitanti che occupa una porzione di niente ad ovest di Milano. Nella piana, nelle risaie, dove l'unica specialità della zona sono le rane, ovviamente insieme ai più fastidiosi insetti del pianeta.
Già questo, e tu lo sai benissimo, potrebbe dare un idea ben precisa su quale razza di posto sia Mortara.
Il pilone giallo scuro è la prima cosa che si nota entrando in città (paese?), insieme al cartello di benvenuto. Quello con la scritta grande e sotto tutte le città gemellate in giro per il mondo, una cittadina polacca, una francese, e l'unica di cui ti sei sempre ricordato il nome: Santa Cruz, Argentina.
Tu, povero idiota, con la ventiquattrore in una mano e una busta bianca contenente le dimissioni nell'altra, ci fantasticavi su Santa Cruz. Immaginavi come poteva essere la squadra dei “Giovanissimi” di quella città lontana con cui eri (a tua insaputa) gemellato. Undici ragazzini grosso modo alti come te, ma tutti, dal primo all'ultimo, con le sembianze di Maradona da piccolo (e ovviamente con la barba di un paio di giorni), che si scambiavano il pallone a velocità siderali. Implacabili, tecnicamente perfetti, cattivi.
Cattivi come quel bastardo di Pedretti.
I suoi terribili capelli rossastri e quelle maledette lentiggini sparse (come una spruzzata di diarrea nel water) su tutta la faccia. Il peggior terzino di tutte le giovanili della Lombardia, il tuo incubo per quasi un decennio. Pedretti, come l'influenza, come Natale, come ferragosto, una cosa da cui non si scappava.
Due volte all'anno. Vigevano – Mortara, andata & ritorno.
Calci dal primo all'ultimo minuto, e anche una mezza rissa quell'anno in cui, dopo uno sputo ricevuto a palla lontana, sei andato a festeggiare un tuo goal proprio davanti alla sua maglietta bianco azzurra con il numero 2 stampato dietro. Le urla, la calca, e tuo padre che, per dimostrarti quanto era stato orgoglioso di te, aveva aspettato di essere al riparo da sguardi indiscreti prima di rifilarti un ceffone clamoroso.
Ma ora, adesso che mancano dieci minuti alle otto, e che il palazzo deve ancora ingoiare i dipendenti, il problema non è più un gracile ragazzino dai capelli rossi.
Magari lo fosse.
Il problema è questo ammasso di cemento armato, quello che c'è dentro, il tempo passato al suo interno.
Respiri, provi un passo avanti.
Respiri di nuovo, entri.
Il portiere, Luigi, toglie la testa dalla Gazzetta fresca per buttare un occhio su di te, grugnisce. Alzi il capo, lo abbassi, una specie di saluto tribale. La valigetta pesa, la busta pesa, le braccia vanno giù perpendicolari come se non ci fosse uno snodo esattamente nella parte centrale. Cammini strisciando quasi fino all'ascensore e alla sua porta color rosso mattone, la apri vedendo per la millesima volta la targhetta.
Quante persone? Quale peso? L'anno di fabbricazione?
I cavi d'acciaio cominciano la loro litania in movimento, i numeri 1 e 2 si illuminano, uno per volta.
Il primo piano è terra di nessuno.
Tutti quelli che hai conosciuto, in questi 8 anni all'interno di questa maledetta prestasoldi (finanziaria al giorno d'oggi), non sono mai e poi mai scesi al primo piano. Giravano strane leggende, tipo che fosse il piano dei lavori più sporchi, dove partivano i pignoramenti più meschini: anziani, senzatetto, vedove, orfani…
La luce, un arancio chiaro, passa i numeri 3, 4, arriva al 5 lentamente, come se il vecchio montacarichi non dovesse farcela, dovesse gettare la spugna e lasciarti andare per una ventina di metri nel vuoto.
Il piano 5 è quello delle riunioni, è quello delle prime volte, della prima volta.
Una nuova polizza, estremamente valida (disse il capo del personale dell'epoca, silurato come gli altri in pochi mesi), con grandi vantaggi per noi e per i clienti (risata generale). Eri in ditta da abbastanza tempo per fottertene di quello che ti stavano spiegando e prestare attenzione. Ma poi, come quando in una giornata di Luglio prendi un acquazzone prima di rincasare, lei si è seduta e tu...
Spaesata, impaurita, si faceva forza stringendosi le ginocchia nella sua gonna grigia scura di lunghezza media, e gli occhi, sì, proprio quegli occhi, che fissavano tutto e tutti come una tigre giovane il primo giorno di zoo.
Ti sei presentato.
Lei ha sorriso, ed in quel preciso istante hai pensato a come farla sentire a suo agio. Aprendo il grande notes per gli appunti (che mai e poi mai hai preso) mettendolo davanti a te, e sfruttando il sole che spuntava alle tue spalle, direttamente dalla vetrata smisurata, ti sei messo a fare una cosa che facevi da bambino.
La prima ombra, che doveva essere, in teoria, un coniglio, sembrava più una  bestia accartocciata sotto le ruote di un camion.
«E che animale dovrebbe essere questo?»
Lo disse sottovoce, facendo una fatica terrificante a finire la frase senza scoppiare a ridere durante la riunione d'esordio del suo primo vero lavoro.
«Come, non lo conosci? Allora vuol dire che non sei di queste parti?»
Dovette premere forte con la mano sulla bocca per non esplodere, e tu, in quel preciso istante avevi capito di aver oltrepassato quella soglia.
«Sei della cintura sicuramente.»
Annuì, con le lacrime ormai vicine al naso sottile.
«Perché se fossi una campagnola come me, sapresti che questo è il famoso Pronao, un incrocio di un riccio con un coniglio, arrivato direttamente dal Brasile per cacciare le rane della Lomellina!»
Bastò una stronzata come questa a rovinarti la vita.
A metterti in difficoltà, ora che il numero illuminato è il 7, quello della mensa, delle centinaia di polpette di carne divise insieme, delle pietanze insipide, dei baci rubati di nascosto, dell'amaro Antonetto per digerire, dei sogni e dei progetti. Come quello di sposarsi con un completo di Canali, blu elettrico, in quella piccola cappelletta fuori dal paese, in direzione Novara. E ora invece, ti fissi nello specchio (completamente pieno di manate e patacche di grasso) con una camicia da 9 euro e 99 centesimi, stropicciata e con un’asola sgualcita.
Al numero 8 ti rivedi lì, all'interno, con una luce diversa, mentre la baci, e cerchi un varco tra la zip e la camicetta, mentre cerca con poca convinzione di farti smettere.
Rieccoti mesi dopo, con una giacca da 500 euro, e una cartellina strabordante di polizze, che le chiedi di andar a vivere insieme, e lei che apre quel maledetto sorriso senza smettere un secondo di aggiustarsi i capelli e il trucco.
Con velocità vedi la tua faccia, il tuo corpo, il suo, che mutano riflessi davanti ai tuoi occhi.
L'ardore, la passione, l'amore, la conoscenza, la vita, la fine.
Il suo scrollare ritmicamente quei riccioli, nel tentativo di rispondere in maniera negativa a quella stupida domanda che per mesi ti ha tenuto compagnia la notte.
Piano 11, il tuo viso stravolto, e lei, che mentendo ti dice che non è successo nulla, assolutamente nulla.
Il campanellino suona, riapri le palpebre, e quando le porte si aprono sulla luce piena di divisori, metti a fuoco di essere arrivato a destinazione. Uffici risorse umane, l'ultimo gradino della scala gerarchica.
Avanzi, il braccio è insensibile, come quando da ragazzini si lasciava la mano sotto la gamba, per poi toccarsi con la sensazione che lo facesse qualcun'altro al posto tuo. Ostinandoti a guardare solo davanti a te, in direzione di quella scritta sulla porta: “Dott. Romeo Anselmi”.
Ma poi, come in un brutto film, l'occhio destro con un rapido movimento si posa su una scrivania, e scopri che al posto di quella foto mezza sbiadita di te che la abbracci da dietro, ora è appesa una cartolina piena di colori con la scritta “Madagascar”.
Bussi.
E mentre la voce roca della segretaria ti dice di entrare, tu estrai la lettera firmata di tuo pugno e vorresti la morte, cruenta, di ogni singolo stupido leone del globo.

[da Racconti A TEMA per Zammù: giochi d'ombre e di specchi]

 

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