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1. Teré, dove sei? A casa. Vieni? È successo un guaio.
Quando muoiono le persone, io non piango mai. Piango in bagno, da sola. O nel letto, sul cuscino. Ma quel giorno, quello del funerale, io non piango mai. Per questo mi ci vogliono tutti al funerale; e mi ci vogliono tutti alle commemorazioni e anche in obitorio, a riconoscere cadaveri stesi. Perché quando tu piangi, io non lo faccio. E se ti viene da svenire, io resisto. Non si può stare male in due, quando si sta male per i morti. Qualcuno deve tenere le mani e mi chiamano apposta.
Angela mi chiama che è già buio. Il buio di settembre arriva tardi, non è ancora autunno, non è più estate, ma in certe sere arriva quando io sono già a letto. Angela mi dice solo che è successo un guaio. A me basta.
Guaio come lo diciamo noi, a Casacalenda. Guaio che vuol dire una cosa non proprio normale, un po’ brutta, ma non esagerata. Un guaio mette in allarme. Nulla più. Non mi aspetto nulla di grave. Aveva la voce fioca e trattenuta, ma non mi preoccupo. Se fosse successo qualcosa di davvero grave, un guaio serio, non avrebbe chiamato me. Prendo il treno ed è notte. Il primo che passa e mi riporta su. Sul treno dormo, con un occhio al telefono e uno al finestrino, per vedere il giorno arrivare. Sono ad Ancona, mi sveglio lenta e sul mare si vede già un po’ di celeste. Un tizio col cappellino con la visiera che corre in senso contrario al treno e la nostra andatura lenta, in ritardo. Venti minuti di ritardo.
Teré, dove sei? Sul treno. Vengo a prenderti? No, no. Prendo il 36. Non dobbiamo andare a casa.
Piange. Finalmente, piange.
Che succede? Una cosa grave? Quando arrivi ti dico. Ci vediamo sotto la pensilina del 36.
Dal mio zaino ad Ancona prendo il libro. Devono passare ancora due ore. Leggo il giornale di ieri, ma ieri era domenica e sul giornale parlano di libri. Allora prendo un libro a caso dallo zaino, ne ho due e basta. Uno sta per finire, l’altro deve iniziare. Li prendo entrambi per la verità, li tengo sui palmi per un po’, li peso, li misuro, li guardo. Li consoco benissimo e li metto lì fuori, sulla mensolina vicino al finestrino. Decido per quello da iniziare e leggo: Molte ragazze davvero belle hanno dei piedi davvero brutti, e Mindy Metalman non fa eccezione, pensa Lenore, all’improvviso. Sono piatti e lunghi, con le dita strombate e i mignoli afflitti da bottoni di una callosità giallognola che riappare a mo’ di battiscopa lungo i calcagni, e sul dorso dei piedi sbucano peluzzi neri arricciati, e lo smalto rosso è screpolato e si scrosta a boccoli per quant’è vecchio, mostrando qua e là striature bianchicce. Lenore se ne accorge solo perché Mindy si è chinata in avanti sulla sedia accanto al minifrigo per staccare dalle unghie dei piedi appunto un paio di fiocchi di smalto; i lembi dell’accappatoio si dischiudono su un generoso scorcio di scollatura, decisamente più sostanziosa di quella di Lenore, e lo spesso asciugamano bianco che cinge la chioma zuppa e shampizzata di Mindy si è allentato e una ciocca di capelli scuri è sgusciata tra le pieghe e scende leggiadra incorniciandole la guancia fin sul mento.
Ed è vero: Angela, infatti, ha dei piedi bruttissimi. Nel mio zaino c’è anche il cellulare che squilla piano. Leggo dei suoi piedi e poi mi chiama.
Teré, dove sei? Ad Ancona. Sto ripartendo. Che città del cazzo, Ancona. Quanto ci sono stata male ad Ancona? Mi dici che c’è? Nicola. Che ha fatto? Non lo riesco ancora a dire.
Non riesce. Però piange.
Vado un po’ a letto. Chiamami quando sei a Imola.
Quando viaggio sul Lecce-Milano mi sveglio esattamente nei punti giusti: a Pescara per vedere se sono in ritardo, ad Ancona per controllare se sono ancora in ritardo. A Imola per non perdere Bologna. Non sono mai arrivata a Milano per colpa del sonno, ma stavolta mi tiro su di colpo e vedo già San Luca. Scendo di corsa, fortuna il mio zaino non pesa niente. I libri li ho in braccio e sotto la pensilina del 36 Angela m’aspetta già.
Scusa, mi sono addormentata.
Non gliene importa: mi salta al collo. Stringe e piange. Piange e non mi ricordo quanto ha pianto. Mi ricordo che è passata della gente, erano quasi le otto e adesso sarà passata mezz’ora. L’abbracciavo forte ma dopo un po’ gli abbracci certe volte non li senti più. Ma piange.
Mi dice che dobbiamo andare all’obitorio. E io non ci posso credere. Mi dice che Nicola proprio non ce l’ha fatta.
Sull’autobus mi tiene stretta. Fa finta di dormire. Arrivati, sussurro; le do un bacio sulla testa.
Ci fermiamo davanti al portone. Il mio zaino comincia a pesare. È vuoto, a casa ho lasciato tutto. Non mi porto dietro nulla quando torno dai miei per due giorni, figurarsi per uno. Figurarsi per seppellire i morti. Figurarsi per seppellire mio nonno. Non serve niente. Basta una mano, bastano gli occhi lucidi e tesi. Bastano i nervi che tremano sottopelle senza farsi vedere. Basta questo. Arrivano lo zucchero e il caffè dalle donne vestite di nero. Nonna non c’è stata, ha fatto tutta la strada prima, perciò con tutto lo zucchero e il caffè hanno riempito le dispense per settimane, per mesi quasi a mia mamma. E mia mamma ha smesso di prendere il caffè.
Sul portone dell’obitorio erano già le nove e mezza. Entriamo mano nella mano. Stiamo tutto il giorno mano nella mano. E anche un anno dopo siamo mano nella mano. E diosanto, la mia mano è così piccola.
Cristo.
Non credo abbia mai più detto cristo in vita sua. Mai piangendo, mai in assoluto. No. Non è da lei dire cristo. Lo pensiamo entrambe e lei lo dice. Mi tiene la mano così forte che quel cristo diventa anche il mio.
Ci spiegano esattamente quello che succede a uno che s’uccide. Quello che è successo a Nicola, nel particolare. Succede che lo puoi fare di colpo o lentamente. Succede esattamente quello che t’aspetti. Niente tunnel, niente bianco, niente ripensamenti. Formicolii. Il sangue che impazzisce, va al contrario, finalmente rompe le righe, se ne va. A un certo punto, lui, semplicemente se ne va. Oppure scappa. A seconda se fai in fretta o vai piano. Formiche che camminano, ma pare che corrano. Formiche che si dileguano e sembrano felici. Non so che cosa ci spiegano. Non so com’è. Angela piange e a me proprio non interessa null’altro.
Cristo.
Lo scarrellamento dura poco. Tirano su il lenzuolo e poi giù. Un minuto, al massimo. Non serve altro. Si fa in fretta. Lo scarrellamento, però, prende la gola. Mentre il medico spiega, io pensavo solo al quel carrello, all’acciaio che sarebbe spuntato, come nei telefilm americani, in cui si sente quel rumore preciso, dopo il quale io penso sempre di coprirmi gli occhi. Lo scarrellamento farebbe mettere le mani sugli occhi, perché il medico è risoluto, prende il manico d’acciaio e tira, come se tirasse il collo a una gallina. Come se non fossi lì per guardare.
I morti dell’obitorio non sono morti veri. Sono congelati, sterilizzati, puliti. Hanno l’odore dell’acqua. Nicola non ha l’odore di mio nonno. E soprattutto, non parla. Mio nonno, a tendere l’orecchio lo sentivi ancora raccontare della volta che in Canada un francese lo aveva preso in simpatia e lo faceva lavorare parecchio perché così guadagnava di più. Sentivi l’affanno e le pause lunghe. Nicola invece è d’acciaio, come nei telefilm americani. Come quando non succede per davvero. Come quando mi copro gli occhi, tanto so che non è vero.
La stanza dell’obitorio è pulita. I suicidi fanno uno sconquasso. Ma poi, una volta che è finito il formicolìo, è tutto disinfettato e analizzato. Una cartella che dice overdose, o colpo in testa o impatto al suolo.
Sì. Io non ho detto niente. Due secondi. Lenzuolo giù, carrello dentro.
Non si poteva aspettare sua mamma. M’hanno chiamato, io pensavo stessi a Milano, ti ho chiamato. Scusa. Di che?
Sua mamma. Chissà com’è sua mamma. Che male ha in pancia, sua mamma. Sentirà un formicolìo in pancia, a quest’ora. E il sangue che non si muove e Nicola a testa in giù.
Ha lasciato un biglietto per me. Davvero? Sì. Leggi.
2. Se dovessi morire domani. Iniziò così.
Se dovessi morire domani adesso mi metterei a scrivere. Nelle condizioni in cui sono non ho voglia di parlare, ma solo dare ad un momento imprecisato di domani la possibilità di parlare per me.
Continuò così.
Sono già steso e mi sento intero e forte, sotto di me il materasso è saldo, mi tiene senza ondeggiamenti; non cigola, mi muovo piano e non fa rumore, accarezzo le lenzuola e non sento il cotone. Non più. Qualche minuto fa sentivo l’odore rinnovato del lavaggio meccanico e adesso mi sono già assuefatto. C’è un limite che devo superare: lo conosco, l’ho visto all’orizzonte altre volte.
Stamattina mi divertivo a osservare le persone che incrociavo per strada. Ho fatto lo stesso percorso di ogni giovedì e ho visto facce di cui mi ricorderò per sempre. Le ho guardate tutte dalla testa ai piedi, suscitando fastidio a volte; le ho fissate nei difetti: nel naso grande, nel neo vistoso, nel brufolo sul mento, nell’acne adolescenziale, nel piede zoppo, nel sudore che colava lungo il viso grasso dell’uomo in giacca e cravatta. Li ho guardati con insistenza; a volte li ho seguiti anche, una volta passati accanto, non li avrei mai potuti rivedere. Mi chiedevo se qualcuno fra loro avesse mai pensato all’ultimo giorno. Un ultimo giorno normale, s’intende. Uno come questo di oggi, col sole e l’afa di giugno, con la pelle umida e il lavoro da fare. Pensavo all’apocalisse che non avrei mai visto e mi domandavo se mai qualcuno di loro l’avrebbe vista, un giorno. Mi è venuto in mente per un attimo il desiderio di non tornare a casa. Di salvarmi, di scegliere uno di loro cui raccontare la mia storia e chiedergli di salvarmi. Oppure, dopo averla raccontata, chiedergli di tenerla per sé.
Se dovessi morire domani, vorrei scrivere poche cose. Proseguì così.
La maggior parte non le capirebbe nessuno: risulterebbero insulse e inappropriate, probabilmente banali. Mi sento banale. Avevo immaginato questa situazione addosso ad altri diverse volte, tutte simili e tutte uguali a loro stesse: un corpo steso, un biglietto ordinato, le lenzuola pulite, il corpo pesante come dopo una corsa e un pensiero a una sola donna. Una sola. L’unica che stava ad ascoltare. E che non mi avrebbe creduto.
Se dovessi morire domani, le direi che le colpe ovviamente sono solo le mie. Sarei banale. E quieto. Infine, disse così.
Le colpe non vanno ripartite, non esistono. In questo caso le colpe non sanguinano né lasciano lo sporco. Sono contrite e si spengono in un attimo e non appartengono a nessuno, nemmeno a me. Tu che m’ascoltavi sempre e mi tenevi stretto mentre piangevo potresti dire domani che ero uno stronzo e una grande cretino a frequentare certa gente, a non dire niente, a mentire e a fare il bravo ragazzo.
Con te non ci riuscivo e stavi ad ascoltare lo stesso, perciò ti scrivo. Non mi sento in colpa perché penso di non avere un’alternativa. Il pensiero di non avere un’alternativa, portato all’eccesso, mi ha guidato a stendermi a letto con un ago sottile e appuntito in una mano. Se uno dei volti di stamani mi avesse offerto un’alternativa, avrei potuto pensare di seguirla, avrei scelto forse di non tornare a casa, a un certo punto. Invece, sull’uscio già sentivo le voci dei ragazzi e già la loro caciara mi ricordava esattamente lo strenuo della voglia di essere lì, il limite finito e mai accantonato che mi seguiva da tempo. L’ho visto, sulla porta di camera mia. Era arrivato. E mi è bastato stendermi: poi è come se un’altra persona avesse fatto tutto, si fosse occupato di me come una governante premurosa. A me tocca solo agire di pensieri, fissarli perché sono gli ultimi e perciò vanno scelti con cura.
Non posso rientrare nei ranghi perché adesso sento un certo sollievo. Lo sento piano ma in un crescendo che mi sta provocando e io accetto la sua sfida. Non urlo e non torno indietro. Le voci di là non mi trattengono. Parlano di loro stessi e non di me. Parlano di un disagio che è il mio senza di me. Mangiano e bevono. Sto pensando a me. Alle cose che ho fatto. Tutte, me le ricordo tutte. E sono tante, riescono a riempire tutti gli istanti del sonno. Il mio pensiero rimbomba, nella mia testa rimbomba sempre più lento e si posa pacato in fondo, goccia a goccia si sforma e si scioglie. Ogni mia cellula si ferma e avvizzisce. Volevo che fosse così, piano e scandito precisamente. L’ultimo pensiero da chiudere e dimenticare mentre le palpebre molli e piene mi proteggono dal resto. Se dovessi morire domani, scriverei così:
La prima volta che t’ho detto ti amo non era stata la prima volta. Te l’ho detto una notte mentre ti guardavo dormire, ma tu non mi hai sentito. L’ho detto piano e l’ho messo al sicuro.
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