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Scritto da Maria Silvia Avanzato   
Mercoledì 07 Aprile 2010 00:00

 

Le canoe oscillavano sull'acqua e l'aria si riempiva di una musica spettrale: con un irritante cigolio varcavamo la bocca spalancata di un dragone verde azzurro, di plastica lucente.
Mario e io sceglievamo sempre una delle prime canoe automatiche, per metterci paura: avremmo visto la pancia del drago per primi e, dentro, ci aspettava la casa degli specchi.
«Che sfigato, sei!» sbottava Mario, scendendo. «Vuoi fare sempre 'sto gioco da femmine! Non fa paura!» Mario aveva lo Swatch del BFC e me lo sbatteva apposta sotto al naso ogni volta.
«E fra dieci minuti mia madre ci viene a prendere!»
«Solo un giro, dai!»
Era la nostra estate.
Sua madre apriva la casa a Marebello, ci sfamava a totani in terrazza e ci lasciava per tutto il pomeriggio a Fiabilandia, fingendo di non sapere che eravamo indietro coi compiti.
La casa degli specchi era una svettante costruzione di bambù lucidato che Mario chiamava il Ristorante Cinese: celava un labirinto di specchi deformanti, intervallato da pareti di bambù annerite dalla salsedine.
Non era il gioco più gettonato.
Io lo adoravo.
Mi piaceva vedere la mia faccia esasperata in mille forme. Mi spaventavo, guardandomi riflesso e mi chiedevo come sarei stato nello specchio successivo: più avanzavo, più ero lontano dalla mia vera faccia.
Mario sostava davanti a uno specchio oblungo che gli tirava i lati della bocca verso l'alto.
«Senti, Rinaldi, di tutti i giochi che ci sono, questo fa lezzo
Vedevo la mia testa dilatarsi in curve ampie, sbiadite, mentre Mario si disfaceva nella sua parte di specchio: così allungate e deformi, le nostre immagini riuscivano a fondersi e toccarsi.
Vivevo tutto l'anno in attesa dei dieci giorni di fine di luglio. In quel periodo di sussidiario lasciato incompleto e braghini corti, mia madre riceveva la chiamata della mamma di Mario e io restavo dietro lo stipite della porta, a dita incrociate, saltellando. La mamma fumava una Ms riflessa nello specchio sopra il telefono e passava la mano fra i fili grigi, sulle rughe strette del sonno cattivo. Poi diceva «oh, va bene, se non disturba...» e lì, i miei saltelli, si facevano più ravvicinati. Se sentivo dire «dieci giorni», iniziavo a sibilare «quindici, quindici...» Era una vana preghiera, la mamma decideva in fretta, più in fretta se aveva qualcosa sul fuoco.
Ma poi, io partivo.
La mamma di Mario era francese e aveva un nome splendido, Colette. Guidava una Citroen rossa e l'autostrada svaniva sotto il pestaggio dei copertoni e Marebello ci accoglieva come un arancia spaccato nel mezzo. Gli odori erano quelli di mare, fritto, sudore, braccioli gonfiabili, gelato in coppe di cartone, vimini e cartoline. Strade larghe e sgombre, da attraversare a occhi chiusi. Mi perdevo nelle botteghe chiassose sui marciapiedi, fra colonne di secchielli, palloni Tele, lecca lecca che tingevano la lingua e facevan venir sete. Era sempre caldo.
La casa di Mario, secondo Colette, era un malinconico souvenir anni Cinquanta: diceva souvenir in modo sfiatato, come cantando.
Mario e io avevamo due reti gemelle: le univamo e andavamo a dormire coi piedi sporchi, seminando sabbia sul lenzuolo e grattugiandoci le caviglie.
La spiaggia era torrida, Colette aveva un costume rosso e stava chinata a stendere il suo telo, giocando ad acchiappare il sole. Era la prima donna che vedessi tanto svestita e diversa dalla mamma, in tutto: aveva cosce di burro e seni piccoli come bacche rosa. La guardavo di nascosto, vergognoso, pensando alla mamma: la gonna di panno, l'odore di cipolla sulle mani, la ruga sulla fronte ogni giorno più grigia e profonda.
La radio portatile mandava gli Europe e Colette teneva il ritmo coi piedi.
La mia estate iniziava e finiva lì: mi andava bene tutto ciò che avevo nel piatto, piegavo le mie cose con cura nei cassetti, le davo vinte a Mario, al gioco, per ripagarlo del favore.
A pranzo Colette apparecchiava in terrazza, ci metteva in canottiera, la mia pelle pallida si tingeva di scuro, faceva odore di sole, di caldo. Il basilico spiccava nei piatti col buon profumo dei pomodori freschi, i suoni della strada arrivavano a refoli attutiti, bastava sporgersi dalla ringhiera per vedere un viavai di macchine, bagnanti, una poltiglia di tetti rossi identici, spaghi col bucato appeso, tapparelle scardinate come palpebre aperte.
Le vertigini mi aggredivano di colpo, a sporgermi.
«Non sbilanciarti o cadrai!» canticchiò Colette, sfogliando i cruciverba sulla sdraio. Poi guardava annoiata i piatti sporchi sulla tavola di plastica.
«Ma cosa c'è lì sotto?» chiesi. «Quelle case tutte ravvicinate, quelle coi cortili stretti... quelle lì.»
Colette si alzò nella veste di cotone leggera, come un turbine di fiori stampati. «Il ghetto turco.» rispose, facendo scivolare fra le antenne dei tetti dabbasso la sua cicca accesa. «Che miseria! Siamo proprio alle porte del peggior quartiere della riviera, lo dico sempre a mio marito.»
Il padre di Mario era medico e non poteva venire con noi a guardare i tetti, dalla terrazza.
«Vivono tutti nello stesso posto?» domandai.
«Certo!» Colette aveva una grinza allegra a metà del viso. «Li mettono a vivere tutti assieme, così non danno noia. Oh, guarda! Un risciò! Vi piacerebbe, stasera, fare un giro col risciò?»
Quella sera pedalammo per tutta Marebello con un cono alla vaniglia a colare sulle dita: Colette rideva, i turisti tedeschi ci guardavano male.
Prima di dormire ripensai al cicaleccio dei pedali e mi sentii nella casa col terrazzo più alto, sopra il resto del mondo.
Fu l'indomani, mentre vagavo con Mario per la casa degli specchi, che mi decisi a fargli una domanda che covavo da un po'. Giocavamo a distorcerci le braccia negli specchi in fondo alla capanna, quando gli chiesi: «I turchi li hanno messi a vivere tutti nello stesso quartiere perché sono stranieri?»
«Ohi ben!» aveva risposto lui. «Secondo te perché, sennò?»
«Strano» avevo osservato. «I miei sono albanesi, eppure viviamo in Via Costa, con tutti gli altri.»
Mario aveva fatto tanto d'occhi. «Albanesi? Ma se ti chiami Andrea Rinaldi!»
«Mio nonno era mezzo italiano e Andrea si usa anche in Albania!» sorrisi incerto. «Credevo d'avertelo detto!»
Mario aveva puntato dritto verso l'uscita della casa. «No! E me lo potevi anche dire!»
«E cosa cambiava?»
«Oh, niente. Facciamo tardi, andiamo.»
Quella fu l'ultima estate che passai da Mario, la ricordo limpida come un film in bianco e nero rivisto cento volte. Gli ultimi due giorni di vacanza furono piovosi e Colette non aveva più voglia di uscire. Restammo sempre in salotto, a stirarci le gambe sul divano. La pioggia gocciolava pigra e Colette ci mise a tavola presto, aveva fatto i tortelli. Quando fu il momento di servirci, riempii la mia scodella e di colpo la mano di lei mi fermò: aveva una stretta fresca, ma decisa, sconosciuta fino a quel momento.
«Non devi prendere tutto per te. Lasciane anche a noi» disse.
Prima di partire, facendo i bagagli, Mario non era riuscito a trovare un costume della Nike e mi era parso che Colette mi guardasse strano, con rimprovero.
Non tornai più nella casa a Marebello. Di ritorno a scuola, Mario si mise in banco con Luca Testa e non mi incluse quasi più nelle partite di calcio. Passavo l'intervallo con le bambine.
E avevo perso il mare, la sola possibilità di vedere le onde e svegliarmi sotto un'orchestra di gabbiani. Passai dozzine di estati nella casa sudicia di nonna Ojna e Luca Testa venne invitato molte volte da Mario, dopo di me.
Ho finito il corso da operatore ecologico, lavoro in città, di notte. Potrei tornare al mare, ma è come se non ne avessi voglia: lascio il ricordo lì, dentro di me, dove lo posso ritrovare.
Mi inoltro in Galleria del Toro: al buio, le vetrine dei negozi sono disanimate.
Per terra, oltre alla sporcizia, vedo un cumulo di stracci che conosco a memoria e saprei dipanare a occhi chiusi.
Scosto un lembo e trovo il viso lurido di Mario, le sue occhiaie, le sue piaghe, le sue labbra spalancate in un sepolcro di rabbia e congestione. Ha mani da scheletro e punture d'insetto sulle braccia, fino ai polsi: un marchio infido della sua prigionia.
Mi riconosce?
Non si capisce mai.
«Andiamo, Mario. Stacco fra due ore. Vieni a mangiare da me, ti fai anche una doccia.»
Lui mi segue ciondolando, blaterando parole in un linguaggio insolente.
Sulle belle vetrine della Galleria, come in uno specchio, le nostre figure deformate si fondono e invertono di nuovo.

[da Racconti A TEMA per Zammù: giochi d'ombre e di specchi]

 

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