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«E adesso, da brava, chiudi gli occhi...»
Non riusciva ancora a crederci: ma da dove cazzo era saltato fuori, questo tipo? Con quella barba scura, incolta, che le faceva il solletico tra le cosce... e con quell’aria da antieroe che le era piaciuta subito, mentre, mollemente assorta, finiva il suo ennesimo martini bianco. Si sentiva davvero di merda, quella sera. Peggio del solito, malgrado le cento euro di coca che ancora pizzicavano nel naso e il carosello ininterrotto di canne per rallentare la giostra. Sì, proprio di merda. E poi, d’un tratto, lui. Così, semplicemente. Buttato nell’angolo in fondo, in penombra, lo zaino sotto la testa, gli occhi che perforavano i segreti di un vecchio libro bordeaux. Era altrove, palesemente. Lo aveva osservato in tralice per pochi, gonfi, lenti minuti. Poi, era tornata a cercare il proprio riflesso scomposto nelle profondità del grande specchio – iridescente di bottiglie – appeso alle spalle del bancone. D’un tratto, la voce di lui l’aveva raggiunta senza preavviso: «E tu, perché stai male?» Silenzio. In un attimo, il brusìo del locale era stato inghiottito da un’altra frequenza; solo quella voce vibrava ancora nell’aria stantìa. Un’allucinazione acustica? Banale suggestione paratossica? Bah, plausibile. Posò lo sguardo stanco di vita sul legno scuro venato di alcool. «Non ha senso agitarsi se sbarello» pensò lei, sorridendo. «In fondo, se mi faccio è per quello, per il distacco, per l’antirealtà, quindi...». «Insomma, non ti va proprio di parlare, eh?» Stavolta la voce era esattamente dietro il suo orecchio, avvolta dal respiro caldo di lui che le si srotolava sul collo. Brividi, in corsa affannosa e dissociata, lungo la schiena. Paralizzata, il martini in mano come un’ancora di salvezza, gli occhi inchiodati sulla cannuccia nera, lei trattenne il respiro e non si voltò. Lui le passò un polpastrello ruvido sotto il mento e le fece girare il viso. Occhi nocciola, liquidi. Capelli neri, scompigliati. “Trasandato” fu la prima ed unica parola coerente che le si affacciò alla mente. E le piacque subito. «Perché stai male, insomma?» fece lui, chinandosi in avanti ed iniziando a succhiare dalla sua cannuccia. Lei si inumidì tra le gambe, in un attimo. Surreale. Ma chi cazzo era questo qua? Come mai era riuscito a smuoverla – fuori e dentro – in questo modo? Da mesi, ormai, non riusciva a provare più nulla. Di alcun genere. Per niente e per nessuno. Accidia? Male di vivere? Straniamento? Alienazione? O, più prosaicamente, depressione? Poco importava, in fondo. L’effetto era comunque quello del distacco estremo, dell’inerzia emozionale, che lei incentivava metodicamente con sabba di droghe e con l’alcool. Aveva smesso di fare sesso da mesi, tanti mesi... troppi: non riusciva più a risalirne il flusso per contarli. Più nessuno la eccitava. Anzi, la fisicità stessa le era nemesi: quella altrui la disgustava, la propria le pesava. Percepiva il corpo come un’appendice inutilmente grave della mente. Ormai, la disturbava febbrilmente anche il semplice fatto di dover mangiare e dormire. Rifuggiva ogni riflesso sociale, salvo una capatina al bar ogni tanto, quando la neve le chiamava i drink da dentro le narici. Altrimenti, solo infinite passeggiate – notturne, solitarie – nei meandri cittadini, nei vicoli più antichi ed interni, auricolari nel cervello e moleskine tra le dita fredde. Non serviva altro. E adesso... questo tizio che spuntava dal nulla, dal centro più oscuro dell’umanità in involuzione... e la smuoveva dentro.
«Rilassati, adesso...» La sua lingua umida le disegnava sapiente i contorni del sesso, riempiendole il cervello di lucciole e interferenze.
Lo aveva portato a casa sua, quasi in trance. Un villino arretrato, in stile Liberty, lontano dai clamori della strada. Lo aveva lasciato entrare, senza avere la forza di guardarlo, fingendo di non avvertire gli occhi di lui che le leggevano dentro. «Se ti serve il bagno, è al piano di sopra, se invece... » «Shh...» sussurrò lui voltandola e attirandola a sé. Un bacio, caldo, umido, vibratile. Incredibilmente lungo. Ma ancora più incredibile fu che a lei piacesse. E tanto. Lui odorava di vita vissuta ai margini, in penombra. Il suo odore le si incanalò nel naso, più veloce di una botta, e gli argini crollarono. Sentì le sue mani sul collo, poi sulla schiena e poi giù, a stringerle i glutei. Lei lo respinse dolcemente, armeggiando con la chiusura dei pantaloni sformati di lui. «Shh...» sibilò ancora lui, «saremo anche a casa tua, ma stanotte l’ospite d’onore sei tu». E sorrideva, mentre la distendeva sul divano, le sollevava la minigonna e le sfilava le mutandine rosa con i piccoli teschi stampati sopra. Un sorriso antico, immobile di quiete, stranamente adeguato a quel volto senza tempo. La guardò in fondo agli occhi, e poi la sua testa scomparve tra le cosce di lei... e iniziò l’estasi.
«Dove sono?» Scaglie di giorno maturo filtravano dalle persiane socchiuse, modellandosi sulle pareti. Sollevò le lenzuola perché non le gualcissero il corpo vestito di nudo e la malinconia del freddo le inturgidì i capezzoli. Le mani abbracciarono l'assenza distesa al suo fianco mentre fiocchi di luce assonnata volteggiavano atoni, sperduti nei rintocchi opachi del silenzio. Lentamente lei riprese coscienza, la testa pesante e confusa. La Vita brulicava pressante fuori dal guscio, fibrillando a scatti la nidiata di ansie non del tutto sopite nel doppiofondo dell'animo. Brandelli d’immagine le si affacciavano come giochi di specchi alla memoria: lui... la sua barba... la sua lingua... si erano amati senza sosta per un tempo indefinibile, impronunciabile, inesprimibile... Si alzò dal letto e null’altro che il silenzio e una quiete monocroma la circondavano. «Solo un sogno, quindi...», e le lacrime le si arrotolarono sotto le ciglia. «Ho bisogno di caffè... di un litro di caffè...» pensò, dirigendosi a passi nervosi verso la cucina. Non lo vide subito, mentre assorta caricava la moka ed accendeva il gas. Non lo vide, ma era lì. Proprio lì, sul tavolo rotondo di mogano. Un biglietto. Un frammento di pagina a righe, strappato alla sua moleskine nera, poggiata poco più in là. Poche parole, una grafia piena, bella, morbida... le lettere sembravano scivolarle dolcemente negli occhi una dopo l’altra, senza fretta, trovando da sole la strada per insinuarsi nell’incavo più remoto del suo animo: C’è luce in penombra, Bambina Smarrita... Buona Vita. E mentre l'aroma sinuoso di caffè screziava l’aria, le lacrime iniziarono a srotolarsi mute fuori dalle ciglia. Ed erano calde, adesso, come il suo animo. Di nuovo.
[da Racconti A TEMA per Zammù: giochi d'ombre e di specchi]
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