|
Il suo sguardo mi seguiva come un’ombra. Quando veniva un’amica a casa per studiare, o a pranzo dopo la scuola, avvertivo quegli occhi puntati prima su di lei e poi su di me. Era un esame meticoloso, con precisione millimetrica vagliava ogni dettaglio: altezza, coscia, conformazione gluteo, ventre, larghezza spalle, collo, guance. E confrontava. Me e lei. Lei e me. Le sue pupille sorvolavano rapide, catalogavano. Se qualcuno giudica stupidi i Pellerossa d’America che credevano una foto capace di rubar loro l’anima, non è mai stato scandagliato da quegli occhi. Quando emergevo dalla doccia in lievi nubi vaporose benedicevo la condensa. Grazie, grazie di velare lo specchio del bagno e impedire con innocua delicatezza agli occhi di scontrarsi con l’immagine riflessa. I miei occhi hanno presto imparato a comportarsi come quelli di mia madre. Fotografavano, analizzavano, disprezzavano. Era vitale evitarli. Mi somministravo veloce una crema idratante su gambe, sedere e pancia. Cercavo di pensare ad altro in quei momenti: immaginavo una piccola imbarcazione dispersa nell’oceano che all’improvviso si imbatte in un porto sconosciuto. Ero su quella barca e vedevo di fronte a me un ameno villaggio, accogliente, fiabesco. Odiosi lembi di carne a tratti mi distraevano da quella visione. Lo sguardo, per errore, cadeva sulla pelle ricolma ma io subito, terrorizzata, rifuggivo al porto, alle case dei pescatori, allo sciabordio delle onde.
Le donne che popolavano lo schermo della TV e i cartelloni pubblicitari confermavano la mia miseria. Le rimiravo, prostrata dalla loro perfezione. Non mi capacitavo di quella lunghezza infallibile, delle forme esatte, precise. Capii cosa significava davvero il Sublime romantico al cospetto di quelle immagini: terrore, meraviglia, estasi. A tratti, il suo sguardo ombra mi esasperava. In quei momenti urlavo contro di lei. Cosa ci posso fare, le chiedevo. Basta, basta, basta. Mia madre rispondeva di rivolgermi a una dietista. «Guarda in faccia alla realtà, affronta le cose, invece di nasconderti.» Com’era spietata quella realtà che dovevo sconfiggere. Dovevo conquistarmi lo specchio, colonizzare quello spazio per potere costruirci ciò che lei voleva. Se no, ribatteva acida, come avrei fatto nella vita? Mi sarei sempre sentita a disagio, diversa, inferiore. Era per il mio bene. Soffrivo. Non ci sarebbe voluto molto per raggiungere la mia uguaglianza. Le mie ribellioni duravano poco. Tornavo in camera e mi disperavo qualche ora nel letto, poi vomitavo sul diario lacrime e tragici propositi e infine cadevo addormentata, esausta. Feci visita a diverse dietiste. Una era anche il chirurgo estetico che aveva rifatto le labbra a mia mamma. Il suo studio sembrava uscito da una telenovela americana: bianco e rosa pieno di fiori finti dentro enormi vasi. Un’altra invece mi lasciò di stucco perché era lei stessa evidentemente obesa. Mi intimò di dimagrire almeno dieci kg. Quella che lavorava in ospedale si dimostrò la più comprensiva: dopo essermi pesata, ogni volta piangevo, mentre lei cercava di consolarmi. Una volta addirittura mi abbracciò mentre singhiozzavo come un neonato. Furono tutte esperienze fallimentari: dimagrivo qualche kg, poi, stremata, smettevo di presentarmi agli incontri settimanali, sentendomi all’improvviso leggera come un ergastolano appena uscito di prigione. A volte mi sfiorava il dubbio che tutte quelle donne fossero mia madre travestita, la quale, in tempo record, riusciva a precedermi mentre rincasavo e a farsi ritrovare in tuta sul divano davanti alla TV. Perché erano tutte donne se no? Non esisteva un dietista uomo? Il mio corpo nel frattempo, avevo solo 15 anni, cresceva incurante di mia madre e delle sue molteplici ombre, dietiste, donne delle pubblicità. Ma soprattutto ignorava me, i miei disperati desideri. Si rimpolpava vigoroso su seno, fianchi e cosce, orgoglioso di quella prosperità vitale, mentre la mia anima si riduceva a uno spettatore sconvolto da una messinscena grottesca e paradossale. Alla mia femminilità pareva non importare proprio nulla della moda e delle rigide aspettative materne: lei stava sbocciando e gli altri dicessero quel che volevano. Com’era coraggioso, spavaldo e anticonformista quel mio corpo adolescente! Mentre io, a differenza sua, continuavo ad avere paura di tutto, specialmente di quegli specchi terribili che erano gli sguardi altrui. Così terrorizzata da ombre ingannevoli, non mi rendevo conto di quanto quella carne che mi affliggeva eccitasse gli uomini. Non ero la ragazza che notavano quando entrava nei negozi, o si presentava al bancone di un locale. Si giravano per le ragazze che ricalcavano il modello di mia madre, quelle con le gambe lunghe e un viso tirato a lucido. Però, se solo avevo il coraggio di scambiare due parole e lanciare loro un sorriso che durava un secondo di troppo, ecco che un istinto arcano li spingeva sempre più nella mia direzione. Il desiderio di toccarmi, avermi fra le braccia, a tratti li rendeva quasi folli, stupidi, ridicoli. Ricordo un ragazzo conosciuto in discoteca, che interruppe un bacio per fissarmi negli occhi e dichiarare attonito: «Non riesco, proprio non riesco, a toglierti le mani di dosso.» Anche gli uomini stessi credo fossero stupiti di quanta carica erotica avesse la carne che stringevano fra le mani nervose e di come li stordissero quei miei fianchi che non entravano in una 44. Io, dal canto mio, credevo impossibile che un corpo, pesato e soppesato da quasi una decina di dietiste, potesse suscitare tanta vitalità e non riconoscevo la gioia di quelle prime baruffe amorose. Ma la carne non dava ascolto ai pensieri e si prendeva tutto il piacere di cui era capace. Non aveva vergogna, non si interessava alle fotomodelle e agli specchi. Voleva vivere e basta.
Adesso ho 19 anni. Non ho la televisione, nessuno porta riviste. Non mi tormenta più la pubblicità con le sue chimere. Anche lo sguardo di mia madre ha cessato di seguirmi come un’ombra. Pare assente, forse scandaglia chissà quali altri abissi. L’unico specchio che ho a disposizione è quello del bagno. Ora come allora ciò che vedo mi spaventa e non voglio, non posso accettare, che quello sia io. Mentre l’infermiera mi cambia la flebo e mi solleva il braccio con estrema delicatezza, penso a quel porto che si vede dalla barca, alle sue strade tranquille, a quelle case bianche. Il corpo ha finito di pensarla a modo proprio, ora siamo d’accordo io e lui: non ci importa se moriremo, noi non mangiamo.
[da Racconti A TEMA per Zammù: giochi d'ombre e di specchi] |