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Dormirò domani PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianni Usai   
Mercoledì 17 Marzo 2010 00:00

Sono steso di sghimbescio su un divano, lo divido con qualcuno che sta dormendo pesante, forse il marito di mia sorella. Nella stanza filtra un’elemosina di luce artificiale attraverso la porta socchiusa, percepisco la presenza di altre persone, pare la mia famiglia al completo. Ci sto male qua dentro, tenuto sveglio dall’ansia di aspettare qualcosa che non conosco quando vorrei dormire, come tutti gli altri.
Adesso lo so, mi trovo nella vecchia casa dei miei nonni. Questo posto è disabitato da anni, aggiunge inquietudine all’ansia. La casa improvvisamente è davanti a me immersa nella notte, mi tolgo dalla strada per evitare di venire messo sotto da un’auto che infrange il silenzio col suono cupo e molesto di molti cavalli messi sotto tiro. Guardo i fanali rossi perdersi nell’oscurità e sono di nuovo solo a chiedermi cosa faccio in questo posto dimenticato dagli uomini e da qualunque dio dovrebbe curarsene.
Apro gli occhi sulle tre del mattino, mi rendo conto che nei pochi minuti di riposo che questa notte d’insonnia mi ha concesso ho sognato di una notte insonne. Sono sfinito e fa un gran caldo mentre fuori un temporale, primo anticipo d’autunno, sferza la terra indurita da troppi mesi di siccità. Scrosci d’acqua e tuoni sono una colonna sonora poco rassicurante, dopo tanto tempo è un rumore non più familiare, pare che da un momento all’altro possa arrivarci addosso un’onda di piena a spazzarci via e cancellarci dalla faccia della terra. Mi sento sprofondare nelle lenzuola, madido di sudore e oppresso dal peso sullo stomaco ereditato dal sogno di poco fa o forse dalla cena mandata giù senza troppa convinzione. Solo quando provo a muovermi mi accorgo di avere il suo braccio attorno al collo. Non la voglio svegliare, allungo una mano alla ricerca del telecomando per il condizionatore, devo interrompere questa maledetta sauna. Trovarlo però non mi serve a niente, un fulmine ha fatto saltare l’elettricità, devo dire addio all’unica possibilità di sollievo. Provo ancora a chiudere gli occhi, bruciano. Il soffitto è una pozza d’asfalto rovesciata, sono inchiodato a letto dai suoi vapori, cola lungo le pareti, giù fino al pavimento, fetida brodaglia ribollente si deposita sulle mattonelle coprendole del suo nero caustico. Tra non molto completerà l’opera, mi inghiottirà per fondermi rendendomi parte di sé.
Salto ancora una volta fuori da quello che dovrei chiamare sonno, e invece non è altro che la realtà parallela nella quale il disagio fisico e l’ansia frustrante di questa notte prendono forma. È uno schifoso labirinto di labirinti senza uscita, almeno fino a che non avrò sconfitto questo stato di torpore comatoso che mi impedisce di lasciare il letto e andare a raffreddare il cervello ficcando la testa dentro al frigorifero.
Scivolo via lentamente dal suo abbraccio, la lascio al suo sonno silenzioso, immobile. Spesso mi avvicino per sentirne il respiro tenue, lieve, il minimo indispensabile per non spezzare il filo, oppure fingo di urtarla per sbaglio, in modo da suscitare in lei un segno di vita, una qualunque reazione che mi rassicuri. Nei primi tempi la sua presenza muta quasi mi impediva di dormire, la sensazione di indifesa precarietà che la delicata figura stesa lì accanto a me trasmetteva era insopportabile. È stato così fino a quando il tempo e l’abitudine non hanno compiuto il proprio lavoro.
I bip in successione degli elettrodomestici nella cucina segnalano il ritorno dell’elettricità. Apro il frigorifero, mi attacco alla bottiglia dell’acqua e mi accorgo finalmente di quanto ne avessi bisogno. Avevo i sensi congestionati al punto di non sentire lo stimolo della sete o di non riconoscerlo, confuso com’era nel malessere generale.
Fuori continua a piovere forte, un paio di giorni come questo e sui nostri monti di leccio e corbezzolo sarà una buona annata per ovuli e porcini.
Mi butto sul divano e accendo la tivù, un tempo la televisione a quest’ora era pane quotidiano. Lo era quando parcheggiavo all’università ed era così ai tempi in cui facevo il cameriere a Londra. Spit or swallow, Londra è come le sue puttane, ti sputa o ti ingoia. Io sono stato prima ingoiato e poi sputato. Adesso sono come un animale notturno costretto a muoversi di giorno. Goffo e insicuro, nudo alla luce.
Su Discovery Channel trasmettono un’operazione chirurgica. Hanno staccato lo scalpo e la faccia a una poveretta alla quale vogliono ricostruire lo zigomo e l’orbita oculare andati in frantumi in un incidente stradale. La pelle è stata separata dall’osso e rivoltata come un calzino, dicono serva per non lasciare cicatrici visibili. Usano viti e placche metalliche, persino un trapano e un avvitatore elettrici, proprio come in officina. Dall’area sulla quale stanno lavorando di tanto in tanto si alza un raccapricciante fumo bianco. È disgustoso, non dovrebbero farci vedere certe cose, credo sarebbe meglio non sapere cosa sono capaci di farci sul tavolo di una sala operatoria. Quando il disgusto sta per diventare nausea cambio canale e non ci metto molto a passare dalla carne esposta tra le mani del chirurgo a quella svenduta dall’obiettivo di una telecamera.
Una penetrazione in primo piano su trentadue pollici hai bisogno di metterla a fuoco, uno scroto depilato che sbatte contro un buco di culo può sembrarti un ippopotamo rosa che sbadiglia, finché i tuoi occhi non danno i giusti punti di riferimento al cervello rincoglionito delle quattro del mattino. Non c’è mai traccia di lubrificazione vaginale in queste trivellazioni olimpioniche, dopo interminabili pompate questi forzati del sesso estraggono i loro arnesi asciutti e puliti manco li avessero tenuti tutto il tempo sotto naftalina. I registi del porno sono sempre più bravi a trovare la luce giusta, ma dovrebbero frequentare dei corsi di fisiologia femminile, perché le posizioni che studiano per i loro attori danno l’impressione di essere poco redditizie per le donne. Non che la cosa sia fondamentale per lo scopo che si prefiggono, ma anche l’apparenza conterà pur qualcosa.
Il mio eroe è passato dalla trivellazione all’esplorazione, se fossi un ginecologo, da questa inquadratura potrei stilare una diagnosi attendibile. Non la capisco questa morbosa e sistematica attenzione per il dettaglio anatomico, dopo cinque minuti la sensazione è la stessa di quando avevo sotto gli occhi le ossa del cranio di quella poveretta. Un misto di curiosità e disgusto, poi la curiosità va a farsi fottere e rimane solo il disgusto.
Eppure quella dentro i miei boxer ha tutta l’aria di essere un’erezione in piena regola, si pone il problema di come trattare la questione. Potrei infilarci le mani e risolvere la cosa in cinque minuti, oppure potrei portarmela fino in camera da letto e provare a svegliarla. Il fatto è che non c’è tempo, devo correre, se non voglio essere risucchiato tra le cosce del mostro che sta materializzandosi attraverso lo schermo liquefatto. Un enorme, perfetto sesso di donna, bellissimo e spaventoso, viene verso di me, non mi resta che la fuga per evitare la fine.
Ammesso che ne valga la pena. Non sarebbe forse una resa onorevole? Finire là dove tutto ha inizio, arrendersi all’ombelico del mondo, la più nobile, dolce, umida delle rese possibili. Se solo fosse reale, perché sono ancora nel labirinto di labirinti, e questo non è altro che l’ennesimo, folle capitolo di una notte senza pace.

[da Racconti A TEMA per Zammù: giochi d'ombre e di specchi]

 

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