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Mio padre tira su con il naso. A me non è mai piaciuto. Tira su. Gli si chiude una narice. Lo fa a tavola, quando siamo in macchina. Lui guida. Lui cambia le stazioni radio. Lui tira giù i finestrini. Lui dice: “Zitti, che ci sono le notizie sul traffico”. Io non sopporto chi tira su con il naso. È un rumore insopportabile. Mi fa proprio innervosire. Mia madre non dice niente. Guarda davanti. Io con la coda dell’occhio lo sbircio. Non ce la faccio a far finta di niente. Mio padre ha il naso aquilino. Le sopracciglia come due parentesi graffe che spiovono verso gli zigomi. Mi guardo allo specchio. Lo faccio in continuazione. Vado in bagno e controllo. Mi dico: “Non voglio essere come lui”. Mi tiro su le sopracciglia con gli indici, come un pugile suonato all’angolo nel minuto di riposo tra un round e l’altro. Mi metto il pollice sotto il naso e spingo su. Penso che se lo faccio tutti i giorni, essendo cartilagine, il setto nasale mi si possa alzare. È una questione di costanza e di volontà, mi dico. Ed io ne ho da vendere. Gli indici spingono verso l’alto. Il pollice anche. Mi guardo allo specchio. Sembro una maschera di carnevale. Un mostro alieno, un robot. La mia faccia è nascosta dietro tutte queste dita che vogliono deformarmi il volto. Migliorarlo. Non voglio essere come lui. Perché ho le stesse sopracciglia. Perché ho lo stesso naso. Meno male che almeno non tiro su con le narici. Io volevo assomigliare a mia madre. Lei ha un naso piccolo, minuto. Ed è sorridente. Io sono come lui, non ci posso far niente. Mi guardo nelle vetrine dei negozi e vedo lui. La sua faccia, le sue movenze, il suo sguardo da cane bastonato. Il suo sorriso, le poche volte che mi esce fuori. Che mi scappa. Lui dice che sorridono i falliti. I superficiali. Gli ottimisti. Poi ci aggiunge un “bastardi” in fondo alla frase. Così, come rafforzativo. Non posso staccarmi dalla mia ombra, non posso rinnegare i tratti somatici, cancellarmi il cognome. Devi accettare, è il consiglio che mi danno tutti. Vorrei staccarmi le guance e darle in pasto ai cani, vorrei raddrizzarmi il naso a suon di pugni. Ma ogni ferita che mi faccio peggiora soltanto le cose. Torno a casa, mi metto a sedere a tavola. Faccio il più piano possibile. Scosto la sedia senza strusciarla a terra. Che sennò graffi il pavimento. Che sennò disturbi i vicini al piano di sotto. Mi metto il tovagliolo sulle ginocchia. Seguo tutta la procedura. Prima cosa la disciplina, dice mio padre. Secondo, la puntualità. Terzo, il rispetto. Le sue parole mi si sono attaccate alla pelle. Sono come lui. Le sento risuonare, mi fanno eco nella testa, mi fanno grancassa nella pancia. Non voglio essere come lui. Non volevo essere come lui. Non lo guardo negli occhi. Guardo dritto avanti a me. A tavola si sta zitti e si ascolta il telegiornale. Nessuno può commentare le notizie. Tranne lui. La roba che hai nel piatto la devi finire. Mi metto a sedere ed ho questi tagli sulla faccia. Penso, ora mi dice qualcosa. Penso, ora mi chiede come me li sono fatti. Penso, ora mi dà una sberla. Penso, ora mi chiede se ho fatto a pugni a scuola. Lui guarda dritto verso la televisione. Un boccone e poi un altro. Vede tutto, non gli sfugge niente. Sicuramente ha visto il gonfiore, certamente ha notato con la coda dell’occhio il rossore dei graffi. Sulla fronte, sul mento, sulle labbra. Non si riesce in un pomeriggio a cambiarsi i connotati. Ci vuole più impegno. Forse un altro temperino. Così ho preso a farmi tagli ed a farli sempre più profondi. Spingo la lama dentro altre ferite non ancora del tutto guarite. Non mi riconosceranno così conciato. Sarò diverso. Il dolore è acuto ma passa in un attimo. Mi dà quasi piacere. Ormai mi sono abituato. Vado a tavola tutto segnato. Mia madre è lì stretta e piccola che sparisce dentro il suo grembiule. Lei mi guarda e le si inondano gli occhi. Chissà che cosa pensa. Non mi dice niente. Quando c’è il telegiornale non deve volare una mosca. Lui guarda avanti a sé. Se sei arrivato puntuale, se non hai strisciato la sedia a terra, se hai detto buon appetito, non ti può succedere niente. Lui intanto tira su con il naso. Lo fa ad intervalli regolari. E a me vanno di traverso i tortellini e mi sento il brodo caldo fin nelle narici. Sento tutto dentro galleggiare, svuotarsi e riempirsi come un cesso rotto. Il cassone che si riempie d’acqua, lo scarico che gorgoglia. Continuo a guardarmi allo specchio. Ne ho bisogno fisico. Ho fatto il solco tra camera mia e il bagno. Vado a controllare lo stato delle ferite, delle cicatrici, dei segni, delle croste. Le stacco e guardo sotto l’opera che si porta lentamente a compimento. Ci sono segni vecchi e segni nuovi. Le linee si incastrano, si incrociano, formano dei reticolati, delle ragnatele. Adesso assomiglio sempre a lui. Anche se lui non ha cicatrici, ma soltanto rughe. Verranno anche a me le rughe. E mi verranno proprio negli stessi solchi. È la pelle, è il dna, dice mia madre, con una punta d’orgoglio. Passo la maggior parte del tempo con un pezzo di carta igienica in mano pronto a tamponarmi le ferite. La faccia mi frizza. A volte ci metto sopra il sale e mi sento formicolare tutta la pelle, come se si volesse staccare. Come alzare un tappeto. Come un’onda. Altre mi strizzo sulle labbra tagliate un limone intero. E piango. Mi si inumidiscono gli occhi fino a non vedere più la mia immagine. Vedo un qualcosa di deformato, con i bordi diluiti nell’aria, con i contorni sgranati come in una foto mossa. Ed allora sorrido perché non mi riconosco. E sorrido perché la mia trasformazione si è compiuta, perché ho raggiunto il mio obiettivo, perché, finalmente, ce l’ho fatta. Poi mi asciugo le lacrime, stando attento a non macchiare l’asciugamano. E mi vedo ancora lì. Se faccio un passo indietro, se mi distanzio un metro dal grande vetro, eccomi, sono di nuovo lui. Da vicino sono dilaniato, ributtante, stomachevole, disgustoso nelle mie piaghe, repellente nelle mie pieghe, repellente. Non mi parlerei se mi incontrassi per strada. Se mi incrociassi cambierei marciapiede. Non saluterei mai uno come me, con questa faccia fatta di rigonfiamenti e vesciche. Infatti nessuno mi parla. Se stai in silenzio, se non disturbi, se arrivi puntale, se non parli durante il telegiornale, nessuno ti nota. Neanche con questa faccia qua. Oggi ho tirato su con il naso. Sono uguale a lui. Non voglio essere come lui. Ho pianto perché non posso staccarmi l’ombra. Non la posso ferire, non la posso tagliare, non la posso far sanguinare.
[da Racconti A TEMA per Zammù: giochi d'ombre e di specchi] |