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Padre Pio panc PDF Stampa E-mail
Scritto da Matteo Camporesi   
Mercoledì 21 Dicembre 2011 00:00

Avrò avuto più o meno vent’anni quando me ne sono accorto per la prima volta: sul fianco destro, all'altezza del rene, avevo un pezzetto di pelle che pizzicava, e se lo grattavo la pelle veniva via come niente. Lì per lì non ho dato molto peso alla cosa, perché era in un punto poco visibile. E poi avevo vent'anni, cosa mai poteva essere. Dopo un po’ iniziai ad avere prurito ai gomiti, e di nuovo la stessa cosa: la pelle diventava rossa, poi si squamava, e si staccava. Un po’ come avere la forfora sui gomiti, o cambiare pelle come un serpente.

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pronto soccorso PDF Stampa E-mail
Scritto da Stefano Migliore   
Mercoledì 09 Novembre 2011 00:00

mi addormento quasi sempre quando sono in movimento.
treno, autobus, traghetto, aereo, automobile.

il problema è l'autobus. scomodo, senza poggiatesta, devi stare attento alla fermata e al controllore, un incubo.

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D’un amore così vero, d’un amore così raro PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabrizio Gabrielli   
Mercoledì 26 Ottobre 2011 00:00

La città, concettualmente, cartograficamente, si staglia cristallina: mai un colpo di testa, un imprevisto, mi segui Sandy? L’ananasso che s’incrocia col salice scorre sempre parallelo all’arancia, è un assioma botanico prima che urbanistico, e finisce che di perderti riesca mica, foss’anche la prima volta che, con l’inglese stentato e tutto quello che ne segue, il baluginio nelle mirate gonfie di stupore e disorientamento. All’incrocio tra l’ananasso e il salice c’era uno sottoscala, ti ricordi orsacchiotto?; in quel sottoscala là prova a immaginarci gli occhiali tondi, gl’inverni rigidi, una Brooklyn gelata e tutt’affatto sfarzosa,  il sangue freddo e le colazioni da Tiffany; ma erano tempi differenti, più barbini, dovrai convenire con me; e adesso  guarda la punta al di là delle Heights: vedi com’è spoglia, non ti pare?

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La notte lava la mente PDF Stampa E-mail
Scritto da Mauro Tetti   
Lunedì 01 Agosto 2011 00:00

Giana accelera il passo per seminare quell'orco. Lei l'ha visto, che ha il viso tutto butterato e disgustoso, pieno di cicatrici, l'occhio bovino che non riesce a trattenere. I suoi baffi sono unti come di uno che ha mangiato interiora.
“Che schifo quello! Pezzemmerda lasciami in pace.”

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Sulla scatola c’è scritto giusto PDF Stampa E-mail
Scritto da Marco Manicardi   
Mercoledì 27 Luglio 2011 00:00

Gli occhiali da ciclista sono una cosa bellissima, da fighi, sempre alla moda, con le lenti a specchio, e quand'ero esordiente avevo i Briko con la montatura gialla e le lenti a mosca a specchio blu. Adesso che sono negli allievi, però, mi compro proprio gli Oakley, piccoli e stretti, con la montatura leopardata viola-blu cangiante e le lenti rosso-fuscia che più a specchio non si può. Diobono che fighino che sono.

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Farfalicchi PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabrizio Gabrielli   
Mercoledì 06 Luglio 2011 00:00

Peppino Campo, il figlio del tonnarota Gaetano, a mia mi vuole bene.
Me l’ha detto una sera profumata di finocchio selvatico, mentre il sole se lo inghiottiva la sagoma di Punta Troia laggiù, a ponente, ed il vento ci spargeva il sale nei capelli.

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Donna sudamericana e fantasma che si vede PDF Stampa E-mail
Scritto da Filippo Balestra   
Venerdì 24 Giugno 2011 00:00

La sua storia è interessante: si chiama Maya, è una ragazza ecuadoreña bellissima, ancora qualcosa di maya o azteco o inca, ed è un peccato rendersi conto che per colpa della mia ignoranza non conosco affatto la differenza tra queste popolazioni. Credo sia anche un po' colpa dalla nostra presenza passata. Quella dei conquistadores. Ognuno di noi ha almeno un lontano parente conquistador, non facciamo finta di niente. Ognuno di noi tranne questa ragazza ecuadoreña bellissima. Anche se pure lei, nella sua genia, almeno uno stupro da qualche ingombrante ispanoeuropeocaucasico nel passato, sarà pur avvenuto.

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Quello che vuole la gente PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianni Usai   
Mercoledì 25 Maggio 2011 00:00

Dopo giorni passati a girare per le riserve marine di questo dente di terra conteso tra Africa e Asia mi trovo ad oziare in un resort cinque stelle, dove l’unico pensiero è decidere in quale piscina stare a mollo e quale ristorante scegliere per il pranzo e per la cena. Lascio la mancia in ogni posto dove mi fermo a mangiare per la prima volta, dovrebbe servire a garantirmi un trattamento decente o almeno a evitare che un cameriere incazzato sputi dentro al mio piatto. Provo tutti i bar disponibili e come al solito in questi posti sono di pessimo livello. Hanno un buon vino, privo di equilibrio e acerbo, ma forte e tagliente come certi rossi delle mie parti, buono solo per accompagnare i pasti.

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Come se fuori non ci fosse niente PDF Stampa E-mail
Scritto da Beatrice Pesente   
Mercoledì 18 Maggio 2011 00:00

Daniela leggeva al tavolino nell'angolo del bar. La infastidiva lo sguardo della gente sul collo, nei luoghi affollati, e la parete alle spalle le dava una qualche forma di sicurezza. Quando aveva un pomeriggio libero, le piaceva stare così, seduta da sola da qualche parte, dimenticandosi per un po’ delle ore che passavano.
Sentiva l'odore della pioggia sui cappotti. La luce era bassa e rossastra. Gli alcolici erano stati allineati su uno scaffale, in alto, sopra il bancone. C’erano tazze abbandonate sui tavolini, con i loro fondi di caffè, tovaglioli appallottolati e ombrelli ammassati accanto alla porta. Una musica anonima proveniva da chissà dove.

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la valigia PDF Stampa E-mail
Scritto da Elena Marinelli   
Venerdì 11 Marzo 2011 00:00

Il citofono non funzionava mai, non ho mai saputo quale bottone premere perché non c'era il tuo cognome sopra, non ci sono mai stati, in generale, i cognomi su questo citofono: numeri, solo numeri, non vanno nemmeno in ordine, al quarto piano, per dire, sono tutti sballati. Io ti facevo uno squillo e il portone si apriva, come una formula magica, ma meno romantica e magari avevo le buste della spesa, un iris in mano o in bocca, ti prendevo la posta o comunque guardavo se c'era, ché tu distratta lo sei sempre stata e il citofono non lo facevi mai aggiustare. È comodo lo stesso, mi dicevi. E come faceva ad essere comodo, dico io.

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Gli ossi morti hanno solo gli estremi PDF Stampa E-mail
Scritto da Elena Marinelli   
Giovedì 20 Gennaio 2011 00:00

Gli ossimori li pronunci come ossi piccoli di cui impugni solo le giunture, ossi secchi spolpati dalle grinfie di un cane che se morde, fa male; fa male solo con le labbra, perché non ha denti, fa male se prende la caviglia e il polpaccio, ma se gli guardi in bocca non scappi, non ti mette paura, non ha nemmeno la lingua, non può parlare, non ringhia, non fa paura, ma fa male, tira via la carne, affamato di tutto quello che non sa di avere.

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ossa di cristallo PDF Stampa E-mail
Scritto da Massimiliano Città   
Mercoledì 12 Gennaio 2011 00:00

La luce insolente di occhi indagatori puntata su di me disegna un’ombra lieve. Piccola cosa intorno al rumore che genera il mio passaggio. Qualcuno si sfrega le mani, il tutto esaurito si dice garantito. In cartellone il mio nome grande troneggia. E qualche giornalista impettito mi chiede come sono giunto fino a qui, come ho fatto a riuscirci.

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You gotta pay the dues, if you wanna sing the Blues PDF Stampa E-mail
Scritto da Massimiliano Città   
Mercoledì 08 Dicembre 2010 00:00

La voce di zia Bessie pareva essere l'insieme di tante voci. Le voci di un'intera generazione accomunata dal sudore che sapeva ben riconoscere sui campi di cotone, una voce che diceva di quel sudore più di tanti resoconti di costume afro-americano che si vedono spesso in giro. Una voce che parlava di razze differenti, da mettere una di fronte all'altra per evidenziarne il diverso colore, una voce che superava gli zigomi pronunciati, le labbra ispessite dalla fame, la muscolatura nervosa, il culo dei neri, che a muso duro venivano puntualmente sbattuti fuori.
Da qualsiasi luogo.
Lei era quella voce e molto di più.

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Bimbe belle PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Pavone   
Mercoledì 17 Novembre 2010 00:00

Che poi, da dove le erano usciti quei capelli?
Boccoli grandi, che formavano tunnel di pelo che nascondevano ombre.
Di un rosso tiziano poi, estraneo.
Michele era bruno, proprio come Martina e me.
Forse aveva ereditato il colore dei capelli dalla nonna, oltre ai suoi capricci.
Sì, erano proprio belle.

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un’eterna tonica PDF Stampa E-mail
Scritto da Simone Rossi   
Venerdì 22 Ottobre 2010 00:00

C’è un mio amico che suona il didjeridoo. Il didjeridoo si pronuncia digiridù, che è come lo scriveremo da ora in poi. Il digiridù è uno strumento a fiato australiano, credo sia lo strumento nazionale australiano. Il fatto che l’Australia sia anche in un certo senso un continente rende il digiridù lo strumento continentale australiano. Il fatto che “continentale” sia l’aggettivo con cui gli isolani sardi si riferiscono ai peninsulari italiani trasforma l’aggettivo “continentale” in un allegro paradosso che contiene un’isola, una penisola e un continente, tutti dentro al digiridù.

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Lou Gherig PDF Stampa E-mail
Scritto da Jacopo Cirillo   
Mercoledì 15 Settembre 2010 00:00

Lou Gherig è tristemente famoso per il morbo di Lou Gherig. Ma il morbo ha preso il suo nome sia perché lo ha affetto, sia perché Lou è stato uno dei più grandi giocatori di baseball, il più grande “prima base” della storia dello sport. E soprattutto detiene un record, una striscia di 2.130 partite consecutive in cui ha giocato titolare.

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Decido io quando è notte PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuseppe Sofo   
Mercoledì 08 Settembre 2010 00:00

La sua lingua, che non vedevo, aveva fatto un movimento impercettibile tra il palato e i denti. Non di quelli che si fanno per beccare cazzo, ma di quelli involontari che ci servono per provare a ristabilire all'interno del corpo un equilibrio che si è spezzato, non appena la voglia di entrare nel corpo di un altro ci fa sentire che ci manca qualcosa, fosse anche solo quel po' di saliva riacquistato con un movimento di lingua, impercettibile, tra il palato e i denti. L'uomo lo ricordo, ma non ricordo perché.

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Eleonor e le gardenie PDF Stampa E-mail
Scritto da Massimiliano Città   
Mercoledì 28 Luglio 2010 00:00

E talvolta nei rari momenti di lucidità, quando sei presente a te stessa, finisci per chiederti stupidamente come una bimba di fronte l'esistenza di babbo natale, ma m'amano davvero? Tutti in fila, davvero m'amano? E poi, con un sorrisetto che non saprei definire concludi che sì. T'amano. T'amano fino a tal punto da fornirti da sé di roba. Ti riempiono come un tacchino farcito e tu sei bell'e contenta. Fino alla prossima dose. Io ho smesso, e poi ripreso. Adesso sono qui. Con la profonda convinzione di sapere che è l'ultima volta.

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Elephant PDF Stampa E-mail
Scritto da Elena Marinelli   
Mercoledì 14 Luglio 2010 00:00

Quando io ero piccolo, c’era un tizio che lavorava nella casetta qua accanto; usciva con un giubbotto verde acido e una bandierina rossa, premeva un bottone e l’asta si alzava.
Poi un giorno è caduto indietro, per uno sbilanciamento, tra i campi d’ortiche sul ciglio della strada e da allora hanno automatizzato il passaggio.
Però adesso quando deraglia la littorina non lo sappiamo mai.

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Astice PDF Stampa E-mail
Scritto da Marco Candida   
Venerdì 11 Giugno 2010 00:00

Anche tre giorni fa, ed ecco che comincio con la storia che qui volevo raccontare fin da principio, mi trovavo per l'appunto proprio al Mercato Orientale di Genova. Passeggiavo tra i banchi del mercato assieme ad Amanda. Era un sabato. Saranno state le tre o le quattro del pomeriggio. Ricordo che faceva molto caldo. Amanda era affascinata dal fatto che le mille trecento sessantanove creature aliene che avevo classificato e descritto nei miei libri derivassero, in realtà, dall'incrocio tra crostacei, cetacei, insetti, dinosauri, e altre specie e famiglie di animali dai nomi assai più complicati. Naturalmente appena mi accorgevo che più che lodarmi Amanda stava soltanto cercando di ficcarmi sotto i piedi un qualche piedistallo, io mi affrettavo a fare subito un balzello più in là al fine di evitarlo.

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Un buon pretesto per iniziare a bere PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Mazzoli   
Mercoledì 26 Maggio 2010 07:25

Fu durante uno spettacolo che ritornò inaspettatamente nella mia vita, prendendola a calci come si fa con un cane e, da quel giorno, non riesco a liberarmi di lui.
Quella volta ero sul palco, come al solito. Stavamo mettendo in scena il Cyrano di Rostand, ed io interpretavo Cristiano. Colpi di spada e piroette danzanti che avrebbero affascinato anche lo spettatore più esigente, eppure non sentivo applausi.
Una notizia incredibile era entrata in sala e ora stava girando da una bocca all’altra, rubandomi la scena da sotto i piedi. Il teatro mi crollò addosso e nessuno mi guardava. Io non esistevo più, né Cyrano né le belle parole di Rostand. C’era solo questa voce che girava. Che gira tra il mio pubblico in fermento, durante il mio spettacolo e che mi relegò in un angolo buio o oscuro come il mio umore.

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Skyscraper PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Milanese   
Mercoledì 19 Maggio 2010 00:00

Un vanto, uno stupido orgoglio per una cittadina di poche decine di migliaia d'abitanti che occupa una porzione di niente ad ovest di Milano. Nella piana, nelle risaie, dove l'unica specialità della zona sono le rane, ovviamente insieme ai più fastidiosi insetti del pianeta.
Già questo, e tu lo sai benissimo, potrebbe dare un idea ben precisa su quale razza di posto sia Mortara.
Il pilone giallo scuro è la prima cosa che si nota entrando in città (paese?), insieme al cartello di benvenuto. Quello con la scritta grande e sotto tutte le città gemellate in giro per il mondo, una cittadina polacca, una francese, e l'unica di cui ti sei sempre ricordato il nome: Santa Cruz, Argentina.

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sunday morning PDF Stampa E-mail
Scritto da Elena Marinelli   
Mercoledì 05 Maggio 2010 00:00

Guaio come lo diciamo noi, a Casacalenda. Guaio che vuol dire una cosa non proprio normale, un po’ brutta, ma non esagerata. Un guaio mette in allarme. Nulla più. Non mi aspetto nulla di grave. Aveva la voce fioca e trattenuta, ma non mi preoccupo. Se fosse successo qualcosa di davvero grave, un guaio serio, non avrebbe chiamato me.

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Nel nero PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Gori   
Giovedì 29 Aprile 2010 00:00

Miliardi di luci. Mi scelgo la finestra accesa di un casermone in periferia. La seconda da sinistra, sesto piano. La sagoma di una donna, in controluce, appoggiata al davanzale. Mi ci gioco tutto. Vorrei essere lì e irrompere nella tua vita. Suonare il tuo campanello e arrendermi a te, consegnarmi, chiunque tu sia. Chiederti di salvarmi, di portarmi via con te. Di lasciare la tua casa, la tua famiglia, se ne hai una. E scappare insieme dalla notte. Sei una sconosciuta, forse puoi farlo sul serio. Magari hai una macchina abbastanza veloce. E poi forse in due si riesce a sconfiggere la notte. In due forse non si muore.

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Io so chi sei PDF Stampa E-mail
Scritto da Mariagrazia Di Stasi   
Mercoledì 21 Aprile 2010 00:00

L’ho vista!
Una donna dai capelli rossi, fisico slanciato e scattante, è apparsa per un attimo in uno degli specchi. È stata un’impressione così fuggevole, che ho quasi pensato di aver avuto un’ allucinazione. Mi sono messo a girare per tutta la casa, ho scrutato in ogni stanza e in ogni angolo, naturalmente non c’era nessuno. A furia di stare solo, certe volte mi prendono le paranoie.

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Riflessi di donna (Conchita, Ada, Monica, Irina) PDF Stampa E-mail
Scritto da Massimo Ubertone   
Giovedì 15 Aprile 2010 00:00

Ada ha ottantaquattro anni, e da mesi non lascia il letto. Il suo cuore è malandato ma ancora ben vivo, e non sopporta le ingiustizie.
Ada è dalla parte di Conchita al cento per cento. Pensa che una donna così bella, e con quel temperamento, non può sprecare la vita con un uomo che non ama. Sa che solo Ramon (il bel Ramon) potrà renderla felice, e spera tanto che lei trovi la forza di ribellarsi.

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Risciò PDF Stampa E-mail
Scritto da Maria Silvia Avanzato   
Mercoledì 07 Aprile 2010 00:00

Mi piaceva vedere la mia faccia esasperata in mille forme. Mi spaventavo, guardandomi riflesso e mi chiedevo come sarei stato nello specchio successivo: più avanzavo, più ero lontano dalla mia vera faccia.
Mario sostava davanti a uno specchio oblungo che gli tirava i lati della bocca verso l'alto.
«Senti, Rinaldi, di tutti i giochi che ci sono, questo fa lezzo!»
Vedevo la mia testa dilatarsi in curve ampie, sbiadite, mentre Mario si disfaceva nella sua parte di specchio: così allungate e deformi, le nostre immagini riuscivano a fondersi e toccarsi.

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Bagliori d’ombre mosse PDF Stampa E-mail
Scritto da Emèl Mamìya   
Mercoledì 31 Marzo 2010 00:00

Buttato nell’angolo in fondo, in penombra, lo zaino sotto la testa, gli occhi che perforavano i segreti di un vecchio libro bordeaux.
Era altrove, palesemente.
Lo aveva osservato in tralice per pochi, gonfi, lenti minuti.
Poi, era tornata a cercare il proprio riflesso scomposto nelle profondità del grande specchio – iridescente di bottiglie – appeso alle spalle del bancone.
D’un tratto, la voce di lui l’aveva raggiunta senza preavviso:
«E tu, perché stai male?»
Silenzio.

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Specchi e altri demoni PDF Stampa E-mail
Scritto da Elena Gessi   
Mercoledì 24 Marzo 2010 00:00

Feci visita a diverse dietiste.
Una era anche il chirurgo estetico che aveva rifatto le labbra a mia mamma. Il suo studio sembrava uscito da una telenovela americana: bianco e rosa pieno di fiori finti dentro enormi vasi.
Un’altra invece mi lasciò di stucco perché era lei stessa evidentemente obesa. Mi intimò di dimagrire almeno dieci kg.
Quella che lavorava in ospedale si dimostrò la più comprensiva: dopo essermi pesata, ogni volta piangevo, mentre lei cercava di consolarmi. Una volta addirittura mi abbracciò mentre singhiozzavo come un neonato.
Furono tutte esperienze fallimentari: dimagrivo qualche kg, poi, stremata, smettevo di presentarmi agli incontri settimanali, sentendomi all’improvviso leggera come un ergastolano appena uscito di prigione.

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Dormirò domani PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianni Usai   
Mercoledì 17 Marzo 2010 00:00

Apro gli occhi sulle tre del mattino, mi rendo conto che nei pochi minuti di riposo che questa notte d’insonnia mi ha concesso ho sognato di una notte insonne. Sono sfinito e fa un gran caldo mentre fuori un temporale, primo anticipo d’autunno, sferza la terra indurita da troppi mesi di siccità. Scrosci d’acqua e tuoni sono una colonna sonora poco rassicurante, dopo tanto tempo è un rumore non più familiare, pare che da un momento all’altro possa arrivarci addosso un’onda di piena a spazzarci via e cancellarci dalla faccia della terra. Mi sento sprofondare nelle lenzuola, madido di sudore e oppresso dal peso sullo stomaco ereditato dal sogno di poco fa o forse dalla cena mandata giù senza troppa convinzione.

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Volevo assomigliare a mia madre PDF Stampa E-mail
Scritto da Tommaso Chimenti   
Mercoledì 24 Febbraio 2010 00:00

Adesso assomiglio sempre a lui. Anche se lui non ha cicatrici, ma soltanto rughe. Verranno anche a me le rughe. E mi verranno proprio negli stessi solchi. È la pelle, è il dna, dice mia madre, con una punta d’orgoglio. Passo la maggior parte del tempo con un pezzo di carta igienica in mano pronto a tamponarmi le ferite.
La faccia mi frizza. A volte ci metto sopra il sale e mi sento formicolare tutta la pelle, come se si volesse staccare. Come alzare un tappeto. Come un’onda. Altre mi strizzo sulle labbra tagliate un limone intero. E piango. Mi si inumidiscono gli occhi fino a non vedere più la mia immagine. Vedo un qualcosa di deformato, con i bordi diluiti nell’aria, con i contorni sgranati come in una foto mossa. Ed allora sorrido perché non mi riconosco. E sorrido perché la mia trasformazione si è compiuta, perché ho raggiunto il mio obiettivo, perché, finalmente, ce l’ho fatta.

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