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La ballerina PDF Stampa E-mail
Scritto da Milvia Comastri   
Mercoledì 27 Gennaio 2010 00:00


È così che è cominciata. Me ne stavo lì nudo, con la luce spenta, davanti alla finestra spalancata. Pensavo che faceva molto caldo, per essere alla fine di maggio, e che i tigli nel viale avevano un odore troppo intenso, sfibrante, e che il caldo io proprio non lo sopportavo, mi scioglie le gambe e il cervello, il caldo. E pensavo che avrei dovuto essere già a letto, visto che mi sarei dovuto alzare presto, la mattina dopo. Mi aspettava una  settimana di colloqui, lezioni, test. Poi, se fosse andato tutto bene, un lavoro. In quella città che non conoscevo e che mi impauriva perché di me non sapeva niente.
Sarà stata l’una, credo. Nel palazzo di fronte tutte le finestre erano buie e anche i lampioni, giù in strada, erano spenti. Buttai la cicca nel vuoto e seguii con lo sguardo la scia arancione che fendeva il nero, come un piccolo razzo.
Fu in  quel momento che si illuminarono le due finestre al secondo piano. Una finestra ampia e una porta finestra attigua che dava su un balcone.
Poi apparve lei.
E si mise a danzare.
Era come essere nel palco di un teatro. Non che io fossi solito ad andare a teatro. Al paese c’era il cinema del prete, niente altro. E anche lì non è che ci andassi molto.  Preferivo starmene da solo, la maggior parte del tempo.  Ma fu proprio questo che pensai. Pensai: è come se fossi a teatro. E continuai a guardarla, la ragazza, e più la guardavo e ne seguivo i movimenti aggraziati, più mi sembrava di non potermi muovere da quella finestra.
Lei  indossava un tutù bianco e quando passava davanti alla porta finestra vedevo la sua figura tutta intera, i piedi sulle punte, le scarpette di raso che li racchiudevano, i volteggi, i saltelli. Mi venne in mente la riproduzione del quadro di Degas che stava nello studio del dottor Clerici.  Glielo avevo chiesto, una volta, di quel quadro.  “Degas”, aveva detto lui, “Degas ne ha dipinte, di ballerine…” Anche in quel quadro la ballerina aveva una finestra alle spalle, e sullo sfondo si scorgevano vecchi palazzi.
Ecco, era come se anch’io, in quel momento, facessi parte del quadro, abitante insonne di una di quelle case. E a mano a mano che la danza continuava pensavo a parole come farfalla, e luna, e nuvola, e perfezione.  E anche la parola morte, mi venne in mente, non so perché, ma mi sembrò una parola normale, come le altre. Danzava senza musica, o almeno io non la sentivo. Ma ero certo di non aver mai visto qualcosa di così bello. Il suo viso era una macchia incerta, solo i capelli, che erano neri e raccolti in uno chignon, riuscivo a vedere, intorno a quella macchia.
Mi accesi un’altra sigaretta. La danza si interruppe  e lei si avvicinò alla finestra. Si sporse leggermente, poi portò una mano alle labbra e mi lanciò un bacio. Forse alla breve luce della fiamma dell’accendino era riuscita a vedermi? Non me lo chiesi, allora, rimasi solo stupito, straniato direi, ma solo per un attimo,  e mentre stavo per ricambiare il bacio, la luce si spense.
Questa cosa è andata avanti per cinque sere. Era come se avessimo un appuntamento. Dall’una all’una e mezza di quelle notti così afose da sembrare già estate. Io davanti alla finestra, unico spettatore, lei a danzare nella stanza dell’appartamento del secondo piano del palazzo di fronte. Anche il bacio era diventato un rituale, e io ero diventato svelto a ricambiarlo.
Poi me ne andavo a dormire, e non è che durante il giorno ci pensassi tanto, alla mia ballerina. Avevo i miei colloqui, le crocette da mettere sui test, la macchinetta distributrice del caffé che si mangiava le mie monete in cambio di brodaglie scure, gli sguardi degli altri partecipanti, i miei sguardi su di loro. L’ansia di non farcela, che tutti erano meglio di me, pensavo.
Ma ogni notte, quando mancavano dieci minuti all’una, mi mettevo davanti alla finestra e aspettavo.  
Già dalla terza sera mi sembrò di avvertire un cambiamento, nel suo modo di danzare. Mi sembrava che con i suoi movimenti volesse esprimere una sorta di disperazione, la disperazione della solitudine, pensai. Disperazione e morte. Ancora questa parola, morte, mi venne alla mente.  Ma era solo un’impressione, la mia, che non guastava affatto il piacere che provavo guardandola. Era un piacere innocente e erotico al tempo stesso, ma che alla fine mi lasciava con l’animo leggero e con il  desiderio placato, come se avessimo fatto all’amore, io e la ragazza. Non ho mai pensato di avvicinarla, di sapere chi fosse. Poi lì non conoscevo nessuno a cui chiedere. Ero solo di passaggio, nell’appartamento vuoto prestato da un amico di mio padre.  E poi non mi interessava, conoscerla. Conoscerla mi avrebbe spaventato, pensavo.
La sesta sera le finestre rimasero al buio. Guardai l’orologio. L’una era passata da cinque minuti, e lei non si faceva viva.
Poi scorsi un movimento, su in alto.  
Illuminata dalla luna piena la mia ballerina stava ritta sul ripiano della balaustra di cemento che racchiudeva il tetto terrazzato del palazzo. Un ripiano abbastanza largo da permetterle piccoli passi di danza. Le braccia ad arco sopra la testa, si muoveva lenta, più aggraziata di sempre. I capelli erano sciolti, quella sera. Era bellissimo, molto più bello di tutte le altre sere, guardarla. Mi sembrò del tutto normale vederla lassù, era come se uno scenografo avesse spostato l’ambientazione della scena.
Dopo pochi minuti si fermò, portò le dita alle labbra e mi lanciò un bacio.
Poi spiccò il volo.
E mi parve un’esibizione sublime, vederla scendere giù, vederla attraversare lo schermo nero della notte.

Il giorno dopo un uomo dalla faccia di cane mi disse che quel lavoro non lo avrei avuto.  Non ero risultato idoneo, mi disse.
Tornai all’appartamento, per far su le mie cose e tornarmene al paese.
Per le scale incontrai una donna.
Chiesi.
Mi guardò perplessa, mi sembrò di vedere come un breve lampo di paura, nei suoi occhi. Mentre continuava a salire le scale  mi gridò che il palazzo di fronte era completamente disabitato da sei mesi. Devono abbatterlo, mi disse. Il mese passato hanno staccato tutto: luce, gas, acqua.  

Fu un maggio caldo, quello. Il maggio più caldo che io ricordi.


[da Racconti A TEMA per Zammù: direzione obbligata]

 

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