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Propriano PDF Stampa E-mail
Scritto da Mario Pischedda   
Giovedì 28 Gennaio 2010 00:00


Leggo e scrivo. All'istante. Non ho ricordi, non so come fare, chi interpretare. Tutto è successo qualche mese fa. Le occhiaie sono vuote, il respiro lento e l'anima imbelle. È la memoria che mi manca, quella che mi sorreggeva bene agli esami dell'Università. Ora vacilla. Non so quale acqua raccogliere nè dove andare. Mi ritrovo assente, stoico, apatico, nullatenente. La botta è stata attutita dall'airbag, quando la macchina è scivolata sulla cunetta caracollando a manca e a destra. Una panda verde pisello. Non do più importanza alla scrittura, il mio quadro è cambiato, tutto. Non ho riferimenti, nè padri putativi, nè qualcosa a cui appigliarmi. Ritengo la scrittura inutile, questo inutile esercizio nel quale ora sono impegnato senza forza, senza sforzo, senza stimoli, così come montare di guardia all'obitorio. L'aria è grigia, un velo di cenere copre il bosco di betulle. La dinamica la ricordo a malapena, ma è che la macchina mi è schizzata come una saponetta bagnata tra le mani, improvvisamente, di getto, e pensare che non stavo correndo. Pink Floyd nello stereo. Ed io a testa in giù tra le fresche frasche, neo Yuri Gagarin.
Sì la cosa più vera è che si è dei numeri, ci sei, non ci sei, è la stessa cosa. Ora mi considero uno zombie, vivo, redivivo, ma come se fossi già liquidato da quella curva traditrice, forse umida, imbevuta d'acqua lungo i bordi. Mi vedo a ritroso, assente. Non riesco più a inseririmi nella normalità, io che sono un normotipo, brevilineo e bronzé. Parlo di me, in prima persona, ma da estraneo, è un altro che scrive me stesso, straniato, estraneo, alieno a me stesso. Cerco di ripercorrere il passato, ma qualcosa si oppone, non sono più lucido, ho un bagliore, un nome sulla punta della lingua che non affiora, che fatica ad affiorare, come quell'Oscar Pistorius che non veniva nonostante l'insistenza col mio uomo illustrato a cui facevo da chauffeur  fino a Propriano, un magnifico fiordo corso che racchiudeva l'acqua calma e le barche bianche placide. I caffè pullulanti e l'ice cream alla vaniglia. Occupo il tempo con la letteratura di serie B, improvviso versi che non vengono, che non quadrano, che non sposano quello che ho dentro. Scrivo da fallito, fallimentare, insoddisfatto, scavo l'insoddisfazione di tutto, di tutti, di tutte le cose, senza trama, senza plot, senza dialoghi, senza chat, ciatto a vuoto con me stesso. È questo vuoto che mi opprime, la noia, il non far nulla, ma soprattutto il non aver voglia di fare nulla. Mi alzo stanco, indifferente alla bruma, ai tramonti e alle albe chiare. Leggo di continuo, nevroticamente, di tutto, di tutti, vorace, onnivoro come un tarlo, ma poi alla fine anche la letteratura alta mi viene a noia, mi stanca e riprendo il cammino vuoto del bosco, rimugino le parole, cerco una ispirazione che non viene, vivo anonimo, anomico ed anemico. Spingo la testa tra le nuvole, gli occhi che non si staccano dal passato. Ho la nostalgia e non so di che cosa. La paura di perdere, di perdermi, di essere perso, irrimediabilmente perso.

I ricordi si confondevano, si confondono. Mi chiedono delle cose non so cosa rispondere, come rispondere. I nomi, quelli poi proprio non vengono, cerco di collegare, di creare associazioni, niente da fare. Tutto terribilmente complicato, anche ora che sto sotto pressione mi è difficile risalire all'indietro, catalogare, stabilire la data, faccio questo esercizio per cercare di salvarmi, per riacquistare quello che ero, per riappropriarmi di me stesso. Un'atmosfera, un desiderio, una battuta, quell'allieva brava, quell'altra che mi scrive, quella ancora che mi saluta e che io continuo a chiamare "coso".  La notte occupa tutto il nostro viaggio triadico, io, l'uomo illustrato e il figlio che ora tocca a lui tenere, dopo la separazione irreparabile. Quella donna, quella sua ex donna era venuta col suo nuovo compagno, più giovane, molto giovane e con gli immancabili ray ban per attutire la luce abbacinante del sole. L'estate calda di fine luglio, quella che precede agosto, il mese più torrido, mese che non sopporto, mese che abolirei, pensare che precede quel mese dolce che amo: settembre e quando è bel tempo ottobre, il mese che più amo, quello in cui sono nato. Mi appiglio  a questo mese, ai suoi sapori, alla vendemmia, all'uva, al vino, al mosto dolce, alla campagna che brilla di sole tiepido, caldo. Anche i dialoghi li ricordo a monconi, nella macchina che scivola verso Bonifacio. Chiediamo, ci fermiamo, orami è buio, ma tutto è completo, pieno.
-Tout complet...!
Il viaggio S.Teresa Gallura - Bonifacio nella sala dei passeggeri, una tenda alla finestra ricorda all'amico Guido Gozzano, un'atmosfera gozzaniana. Maupassant ambienta un suo racconto a Bonifacio, una storia di sangue, un qualcuno che si rifugia in Sardegna e poi viene riacciuffato, ma la descrizione della scogliera bianca alla Dover è ineguagliabile, non mi sento di misurarmi con lui. Il mare è azzurro, la fronte scotta e la salsedine asciuga i sospiri.
Ruzzolo all'ingiù e la cintura di sicurezza mi salva da morte sicura, istanti terribili, senza un graffio, terribilmente presente a me stesso, lucido, freddo e col panico che inizia a salire, vedo un fumo salire dalla pedaliera. Vuoi vedere che mi sono salvato dal capitombolo ed ora morirò carbonizzato, bruciato, al rogo, inchiodato al sedile, senza possibilità di salvezza alcuna, terribile, momenti di panico. Devo stare calmo, devo uscire fuori, devo salvarmi, l'istinto brucia tutte le filosofie, tutti i miei stoicismi, tutte le mie rassegnazioni, tutti i consigli, devo assolutamente uscir fuori dalla scatola verde pisello, liberarmi dalla cintura, saltare il pomo del cambio che intralcia il passaggio. Mi attendono due signore, una con l'indirizzo del carro attrezzi.
Quel giorno andavo prudente, come al solito, ma qualcosa non aveva funzionato, non so ancora spiegarmelo quando passo al rallentatore in quella curva semiaperta, in pianura. Mi ripeto il viscido, il bagnato, la macchina, non so proprio come spiegarmelo. So che da quel giorno qualcosa è cambiato, sono diventato ancor più prudente, suono ad ogni curva, scalo con le marce, rallento ancora...
E questa è la macchina che ho ripreso per accompagnare, con prudenza estrema, l'ospite illustrato dalla Sardegna in Corsica e viceversa, questo lo ricordo bene, quasi con dettaglio, quello che si è perso per strada è invece qualche frammento che riguarda il mio passato, ma poi alla fin fine non è così importante, bisogna liberarsi degli inutili fardelli. Non tutto si può ricordare, nè tutto deve essere ricordato!

[da Racconti A TEMA per Zammù: direzione obbligata]

 

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