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Sento un manganello che sbatte forte sulle sbarre e mi sveglio. È così ogni mattina: i secondini passano da una cella all’altra, picchiando i loro bastoni sul metallo freddo. I sogni si dissolvono in frammenti, sostituiti per un attimo dai ricordi dei giorni che ho passato qui dentro, dei giorni che ho passato in questo carcere. Poi penso alla giornata che mi aspetta, all’ennesima giornata da detenuto che sto per trascorrere, e alle quindici ore di fatica e sofferenza che mi attendono. La guardia mi urla di fare in fretta, salto in piedi, mi vesto. Sorrido. Sono così felice che mi si stringe il cuore.
La prima cosa, al mattino, è la doccia. Ci spingono in una grande sala sporca, e ci cacciano sotto all’acqua gelida. Niente sapone, niente spugne. Non servono a lavarci, le docce, solo a svegliarci. La colazione consiste nel classico tozzo di pane, il più delle volte, ma tutte le mattine ad uno dei prigionieri tocca un vassoio pieno di prelibatezze. Altri due, invece, saltano il pasto, e chi non riceve cibo è obbligato a sedersi di fronte a chi ha avuto brioches e cappuccino, fette biscottate e marmellata, latte coi cereali: cercano sempre di alimentare l’odio, i secondini. Oggi sono fortunato, e resto a digiuno. Posso fare un po’ di scena. Davanti a me c’è Luca, col pane tostato e una tazza di the. Inizio a supplicarlo, e mi faccio venire le lacrime agli occhi, ma le regole non permettono che ci si scambi da mangiare. Si gode le sue fette col burro, Luca, gli urlo Ti prego, faccio casino, mi butto per terra. Fingo una crisi isterica, e una delle guardie mi tira un pugno in faccia. Sorrido ancora. Il sapore del sangue non è mai stato così buono.
La mattina ci sono gli esercizi in cortile. Siamo in mutande, e fa freddo. Ogni giorno i secondini scelgono uno di noi, lo esentano dalle attività e lo portano nella Casa del Lusso, che sta fuori dal carcere. Io ci sono stato una volta sola, quindici giorni fa. C’è ogni ben di dio, lì: letto matrimoniale, vestaglie di seta, cibi raffinati. Puoi far venire la tua ragazza per fare sesso, e se non ce l’hai ne scegli una da un catalogo. Per un giorno, nella Casa del Lusso, puoi fare quel che vuoi. Tocca a Marco, oggi: quando fanno il suo nome lancia un urlo, e dice Sto arrivando, Cristina, con le lacrime agli occhi. Il numero di guardie è pari a quello di noi detenuti, così per gli esercizi mattutini abbiamo tutti il nostro personal trainer. Il mio oggi è Filippo, un ragazzone muscoloso che mi fa correre per un’ora, prima di farmi fare le flessioni. Ha un frustino e non esita a usarlo, appena rallento. Correre è difficile, se non mangi dalla sera prima, ma ogni crampo e ogni spasmo sono come benzina, per la mia mente. Ce la metto tutta, e sono felice.
Il pranzo si svolge più o meno come la colazione. Alcuni digiunano, altri hanno porzioni abbondanti. Mi danno due fette d’arrosto e le patate al forno, così ne approfitto per far ammattire Carla, che non ha ricevuto niente. Le avvicino la carne alla bocca, gliela faccio annusare. So bene che non potrà prenderla: la pena per chi ruba il cibo è di venti frustate, e lei ha troppa paura del dolore. Per dolce mi spettano due bignè alla crema e mi guardo intorno, mentre li assaporo. La sala dove mangiamo è semivuota. Siamo rimasti in pochi, ormai, in questa prigione: dei venti che eravamo, divisi tra carcerati e secondini, dodici sono già stati eliminati.
Verso le due c’è il sorteggio delle coppie e delle attività pomeridiane. Da una vecchia pentola ogni carceriere estrae un biglietto col nome del detenuto che gli spetta quel giorno. Poi è la volta del prigioniero, che pesca da un secchio il foglietto con l’attività. Può capitarti di seguire un corso accelerato di ceramica, di leggere un libro, o di fare giardinaggio. Altre volte ti tocca la cella d’isolamento, o il gioco del silenzio. Ci sono anche delle punizioni: olio di ricino, bastonate, catene. È tutto affidato al caso: nessuno può scegliere. Faccio coppia con Laura, oggi, e sul biglietto che estraggo c’è scritto TORTURA. È una fortuna, da un certo punto di vista: chi soffre di solito fa pena.
La stanza delle torture è nel seminterrato, e sembra un ambulatorio in miniatura: ci sono un lettino, degli strumenti medici, qualche disinfettante. Ci sono anche molte corde e degli anelli alle pareti. Laura si frega le mani, soddisfatta di ciò che il caso le ha riservato. Io sorrido: me la giocherò fino in fondo, anche se farà male. La mia aguzzina prende le corde, e mi dice di porgerle le mani. Mi lamento. Gemo. Faccio un po’ di scena, insomma, come sempre. Alla fine mi lega mani e caviglie agli anelli di ferro, e resto in piedi nudo, con le braccia in alto e le gambe aperte. Osservo i capelli lunghi e castani di Laura, che ondeggiano mentre prende gli strumenti dall’armadietto dei ferri chirurgici. È una ragazza piccola e molto carina, il mio carnefice. Mi si avvicina con un bisturi, mi guarda negli occhi, e inizia a incidermi la pelle del petto. La lama affonda per un paio di millimetri, e la sento scorrere lentamente, verso il basso.
Resistere al dolore non è difficile: ho imparato a sopportarlo, in questi trenta giorni di carcere. Recito bene, mentre Laura continua ad incidermi l’epidermide, e a sollevarne piccoli lembi. Piango e urlo, la imploro di smetterla. Lei, inesorabile, continua col suo lavoro di precisione, senza parlare. Mi disegna addosso una serie di linee curve e sinuose, sanguinati, che vanno dal collo all’inguine. Le piace quello che sta facendo. Gode. A un certo punto posa il bisturi, Laura, e si allontana di due passi per contemplare la propria opera. Mi dice che sono bello, e si lecca la punta delle dita rosse di sangue. Torna all’armadietto e prende un barattolo di sale.
Si può resistere ad un incisione cutanea e alle bastonate, alle frustate e ai pugni in faccia, ma il sale sulla carne viva è un’altra storia. Lo lascia cadere piano sulle mie ferite, Laura, poi lo spinge sotto la pelle, me lo strofina addosso. Non devo perdere il controllo. Non devo lasciarmi andare. Penso ai miei genitori, allora, e a Serena, la mia ragazza: è l’unico modo per sopportare il dolore. Sono così fieri di me, sono così felici di quello che sono diventato. Un attimo prima di entrare nel carcere mio padre mi aveva abbracciato forte, mentre mia madre piangeva di gioia. Serena mi aveva mandato un bacio, quando i cancelli del penitenziario s’erano chiusi, e non l’avevo mai vista così felice. Non posso tradirli: mi hanno sempre appoggiato, mi hanno sempre sostenuto. Sono stati i miei primi fans, in un certo senso: mentre sopportavo anni di palestra e sedute dal parrucchiere, corsi di canto e di recitazione mi sono sempre stati vicino. Non posso mollare proprio adesso che ho imboccato la strada del successo. Il sale mi cuoce la pelle, il corpo mi esplode dal dolore, ma riesco a resistere, e continuo a recitare: urlo, mi dimeno, sputo in faccia a Laura. A un certo punto fisso una telecamera, una delle tante, e scuoto piano la testa. Lo sguardo vacuo, senza speranze, è una delle mie specialità: chi mi sta seguendo non riuscirà a trattenere una lacrimuccia.
Quando Laura finalmente mi slega, quando il dolore inizia a placarsi, ripenso alla bella sceneggiata che ho fatto: lo show di oggi è stato perfetto, anche se doloroso. Me l’immagino, la gente a casa: intere famiglie commosse e impietosite davanti alla tv. Sorrido ancora: anche per questa settimana non sarò eliminato dal televoto.
[da Racconti A TEMA per Zammù: direzione obbligata]
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