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“Storia di decisioni altrui, di direzioni impresse per interposta persona, di prevaricazione delle volontà. Là si va, ma solo se lo si decide noialtri.”
E quindi sei tornato, Georgie, e già, così sembra, blaterando epigrafi del tipo "a furor di popolo verso un futuro nuovo", una di quelle frasi da scintillio fotografico e spintonarsi di registratori e microfoni, quasi sempre pronunciate col volto fisso in camera ed un sorriso albionicamente rassicurante sfoggiato sull'uscio d'un palazzo importante. Ed ora sei là, sul palco ch'imperioso si staglia su uno sfondo magrittiano. Il Kilimangiaro in controluce occhieggia, mentre una moltitudine ondeggiante s'impiastriccia le scarpe di giallo ocra sventolando vessilli blu, ed un branco di gnu affonda gli zoccoli sui melmosi argini del fiume in dissolvenza. Alzi i pugni nell'esultanza che t'ha reso famoso, e gl'applausi si mescolano alla musica tutùmtutùm di tamburi: la folla rappresa s'abbandona precocemente ad un'orgasmica compenetrazione ecumenica, ripetendo i tuoi gesti, le tue esclamazioni, i tuoi smascellamenti incorniciati da una cravatta di pura seta che solo a saperlo, come scivoli sotto le dita quella seta, la folla, sarebbe doppiamente giubilante.
Dicono "Georgie", dicon loro, "Georgie ci traghetterà verso il domani". Indossano spille color del mare appuntate alla giacca e ti parlano in terza persona, Georgie, anche se ti son di fronte, ombre scolpite negl'addominali d'ebano afflosciati, ombre che ti vomitano nelle orecchie frasi tutt’affatto inefficaci, anzi convincenti, parole azzurre d’un fascino ingenuo, così ricche d’amor patrio e riconoscenza che vien voglia di concedergli, a chi l’ha proferite sperticandosi in riverenze, di passare in rassegna la sala dei trofei, palle d'oro e coppe di platino, medaglie bronzee e sculture d'ottone, Georgie dei miracoli, Georgie dei mille goal, Georgie l’uomonuovo. "Torna, Georgie. Quella è la tua, la nostra strada.". "Torno", rispondi tu, Georgie, "quella è la mia, la nostra strada". Gli elefanti te li sei lasciati alle spalle svariati anni prima, Georgie, gli elefanti e la fame, la polvere e gl'arbusti della savana dalle molte spine, per battere i denti in notti senza stelle e troppo lunghe. Ogni notte era appendice filamentosa di giornate grigie, private nell'intimo del grosso disco dorato che brucia l’erba africana. Indossavi le scarpe coi sedici tacchi e brucavi il verde sintetico, Georgie, sempre col cappello ed i guanti pure in primavera, che i tifosi da bordo campo ti schernivano dapprima con un brontolio sommesso, poi con gran roboare d’arrotate invettive. T’avevan messo sulle spalle un numero basso, cifra che evocava praterie sinistre da macinare con ghepardica devozione. Ma in cuor tuo, Georgie, in cuor tuo lo sapevi bene che andava triplicata, quella cifra, per galoppare leggiadro verso la destinazione che sentivi scolpita nel cuore e sguinzagliata per le vene, altro che guardarsi le spalle e coprire. Tu dovevi correre, Georgie, correre e dare sportellate, involarti ed accarezzare la sfera, copulare col cuoio usando il collo del piede destro, scheggiare angoli retti d’ardesia e gonfiare le maglie della rete. "Rientra, Georgie", ti gridava il mister. "Quella non è la tua posizione". "No che non rientro", rispondevi tu, Georgie, "quello è ciò che so far meglio. Lì è dove voglio andare. Verso la rete".
Ma le decisioni le prendevi mica tu, Georgie, le decisioni s’aggrumavano lontane dal campo di gioco, fors’anche dalla muffa che aggrediva gli interstizi tra le panche degli spogliatoi; e nemmeno sotto le docce oleanti a bagnoschiuma essiccato s'annidavano barlumi di libero arbitrio. Che tu fossi terzino era convinzione radicata negli appunti dell’allenatore, nelle visionarie elucubrazioni del presidente, nel senso comune della folla tutt’altro che acclamante. Piedi da terzino, Georgie. Mentalità da terzino.
E così t’infilavano deridendoti, Georgie, tutti gli avversari nessuno escluso, e quanto s’incazzava chi gridava colpendo a pugni la panchina “c’entra mica nella testa di cazzo di quel negro la diagonale”. Ognuno se ne scappava, roscetti lentigginosi e biondi del Fronte Nazionale che ti sputavan pure, Georgie, che te ne stavi ad occhi fissi sulla porta avversaria con oniriche rappresentazioni d’esultanza strozzate in gola. “Esci cazzo di Georgie”, t’urlavano dalla panchina, “fuori dal campo, che è sempre per colpa tua”. “No che non esco”, ruminavi tu, Georgie, “devo spaccarla quella rete”; ma poi uscivi, perché le decisioni le prendevi mica tu.
Poi, più per boutade che con seria convinzione, ti piazzano al centro dell’attacco, un giorno di pioggia equatoriale, Georgie, e tu finalmente pensi di poter guardare sempre dritto, mai alle spalle. Non arranchi più, anzi inanelli convincenti giocate; segni pure, Georgie, alzi i pugni per la prima volta e poi la seconda e la terza ancora, sempre nel giro di quei fatidici novanta minuti, che quasi non vedi l’ora che erompano dal limbo delle riserve “esci, cazzo di Georgie”, per controbattere “avete visto qual è la mia direzione? Io è là che servo, là davanti, per poter andare sempre dritto”. Non l’hai deciso tu, ti ci sei ritrovato, col numero nove sulle spalle d’una maglia a maniche lunghe fradicia di pioggia. “Debbo riconoscere d’aver avuto un’intuizione galattica”, sbava il coach, tutt’uno di pacche sulle spalle e sorrisi accondiscendenti.
Quando vai in doppia cifra cominciano a volerti intervistare. “Voglio parlare del mio paese”, con candore confessi, “dei ragazzi come me che però non ce l’hanno fatta”, ed il giornalista con la giacca dal taglio italiano ti dissuade, “guarda che quel di cui parlare lo decidi mica tu”, ti dicono, Georgie, e così ti fanno sciorinare sette parole non di più in una lingua che ti rende buffo, incastrate come pietre di bassa lega in una tessitura ben congegnata di stratosferici palleggi, diamanti ad alta caratura su sottofondo incalzante di evoluzioni rock’n’roll.
E allora quand'è che hai mosso il primo passo verso casa, Georgie, te lo chiedi mai? Forse quando traghettatore lo sei diventato honoris causa, quando hai trascinato il team alla vittoria, masticando freddo e maglie avversarie, inorgogliendo una nazione intera che ululava il tuo nome, sventolava il tuo nome, esigeva il tuo nome. Era quella, la tua destinazione? Il tuo destino? Giacche eleganti cominciasti ad indossarle dieci ore dopo che il ginocchio aveva fatto crac. Volevi lottare, Georgie, riprendere a calciare, lo avresti fatto per le nuche tonde dei ragazzini scalzi, per gli alberi dalle fronde ad ombrello, per erigerti a simbolo. Ma le decisioni, Georgie, avresti dovuto saperlo, ormai, le pigliavi mica tu. Ti assicurarono un'esistenza gonfia di gloria. Avresti vissuto impresso a fuoco nei ricordi. Per sempre.
Invece ti dissero “torna, Georgie”, e ci hai pensato a lungo. Poi sei salito su quel palco ed hai cominciato a crederci sul serio, sul serio stavolta, Georgie, che una volta tanto, una volta potente, una volta insignito, l'inedita sensazione di poter tracciare la rotta l'avresti sentita risalirti dai piedi al cuore, possente, palpabile. Ed era una certezza blu, d'un blu color del mare.
Alle presidenziali non t'è bastato essere Georgie per imprimere nuove direzioni. Le decisioni non le prendi mica tu. E nemmeno il popolo. Tantomeno all'ombra del Kilimangiaro. La storia la scrivono gli altri. Quelli che insistono. Quelli che esistono. I radicati. I perseveranti, nel segno della continuità. Il tiranno, festeggiata la rinnovata fiducia, ha voluto complimentarsi con te. La foto ufficiale prevedeva un palleggio amichevole tra i due contendenti. Ti saresti voluto esimere, Georgie, ma le decisioni, finalmente l'hai capito? Non t'hanno permesso nemmeno di portare il pallone da casa, di quel cuoio profumoso d'Europa, di trionfi, d'ineluttabile affermazione sui capricci del destino.
Quando una nave alla deriva comincia ad imbarcare acqua, nove su dieci che al tramonto successivo giace già sul fondale scoglioso. Dove tutto è blu, ma d’un blu triste.
[da Racconti A TEMA per Zammù: direzione obbligata] |