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Lo zio PDF Stampa E-mail
Scritto da Gernot Wolfram   
Mercoledì 22 Dicembre 2010 00:00


Da giorni vedo il furgone rosso. Quando arrivo a casa preparo un caffè, mi appoggio alla finestra e lo osservo, qualche volta sul volante dorme un cagnetto marrone, tutto arruffato. Il furgone nel piazzale del distributore di benzina appartiene a un uomo che sembra sbucato dal nulla. A prima vista, sembra vecchio. Porta una giacca marrone e una sciarpa arrotolata stretta intorno al collo nervoso, ogni due ore esce a fumare una sigaretta. Sta sulla porta laterale ad aspettare il cane, che annaspa nelle pozzanghere; aspira il fumo, guarda su verso il cielo, affascinato dalla luce violetta e tremolante della sera. Se ne sta così per un tempo lunghissimo, a guardare all’insù. Qualche volta gioca a bocce con se stesso, cioè tira tutte le palle da solo. Però le auto che escono dal distributore lo disturbano. Se suonano il clacson, sorride e alza le braccia, come per arrendersi.
La targa del furgone è di una cittadina della Germania centrale. Conosco quel posto. Una volta ci ho comprato un libro, era “Il sogno dello zio” di Dostoevskji. L’ho trovato nella vetrina di un negozio, mentre ero di passaggio, d’inverno, me ne ricordo ancora. Non c’era niente di notevole laggiù, tranne un edificio con pretese di palazzo, il nome dello scrittore e il titolo del libro. L’ho letto in una notte, e ho pensato che era un gran bel libro, su un uomo particolare. Così, ho deciso di chiamare “zio” quest’uomo che fuma le sigarette tanto di gusto, davanti al furgone. Guardo in giù e mi dico: ah, lo zio ne fuma un’altra, oppure: ma va, accarezza di nuovo il cane. Oppure penso: chissà quando lo zio se ne andrà via col furgone. Ieri ho perfino aperto la finestra per fotografarlo. Lui ha guardato un attimo in su e mi ha fatto un cenno. Mi sono subito tirato indietro. Non perché avessi paura di fare conoscenza, ma perché quel cenno gli era venuto come un gesto di sfida. Come volesse dire: lei chi è, cosa vuole? Evidentemente, fotografarlo era un po’ troppo.
Presto se ne andrà. Quello è uno che gira tutto il paese. Io, almeno, immagino che lui abbia il tempo di viaggiare. Ma è proprio viaggiare, il suo? E perché è venuto nella nostra città? C’è un fiume bellissimo, è vero, e un museo con un monumento nazionale (un dipinto che raffigura una battaglia nella foresta, soldati con gli elmi d’argento, facce con gli occhi fuori dalle orbite per la fatica e cavalli che crollano lentamente a terra). Si può visitare un’antica chiesa in mattoni, sull’altare c’è una larga croce, che sembra ritagliata da una padella. Ma sono sufficienti motivi d’interesse? Ho sempre desiderato vivere in un’altra città. A Roma, per esempio. O a Madrid. Anche Praga, col suo castello sospeso sulla Moldava, mi sarebbe piaciuta. Invece vivo qui, in una stanza pulita e ben illuminata, con una scrivania, e, sopra, un sottile computer portatile. Mi piace cucinare gli spaghetti, bevo molto caffè, leggo per ore, e scrivo tante lettere al computer. Per lo più queste lettere sono resoconti delle mie giornate. Non parlo tanto di me, quanto delle cose che vedo. Quindi, col passare del tempo, un sacco di gente ha conosciuto lo zio che vive in un furgone rosso. Sono addirittura curioso di tutto ciò che fa. E me lo immagino in viaggio verso una delle città che tanto ammiro.
Oggi lo zio è arrivato di buon passo, con un sacco della spazzatura da cui sporgevano due assi. Per fortuna avevo il pomeriggio libero, così ho potuto vederlo segare le assi sotto il timido sole primaverile. L’operazione tirava per le lunghe. Sono andato in cucina e mi sono fatto gli spaghetti. Ho acceso una sigaretta, e ho letto sul giornale che la città dove sono nato è indebitata fino al collo. Diceva così. Mi sono chiesto se da quella frase si poteva dedurre che le città sono come le persone. Si svegliano, si addormentano, s’indebitano, si allungano, si adagiano e vanno a passeggio, proprio adesso, mentre ci si pensa. Pensieri infantili, certo, ma mi piaceva lasciarli scorrere così, seduto davanti a un tegame di pasta fumante. Finito di mangiare, mi sono riavvicinato alla finestra. Ora l’uomo aveva segato da una delle assi una tavoletta. L’asse scartata giaceva inutile accanto alle ruote anteriori del furgone. Ha posato un foglio di carta sulla tavoletta, che teneva sulle ginocchia, ha estratto dalla giacca una matita e ha cominciato a disegnare. Non sono riuscito a capire, ovviamente, cosa stesse disegnando. Vedevo solo che ogni tanto si grattava la nuca, fumava una sigaretta e si appoggiava alla tavoletta. In questo periodo dell’anno fa ancora troppo freddo per simili occupazioni all’aperto. Mezzora dopo lo zio si è alzato, ha infilato l’asse sotto il furgone ed è sparito all’interno. Io mi sono sdraiato sul divano e mi sono appisolato, chiedendomi cosa avesse disegnato. Il distributore di benzina, la piazza, la casa o una scena di fantasia, un ricordo? Quest’ultimo, probabilmente, perché non aveva alzato gli occhi nemmeno una volta. Alla fine mi sono addormentato; ho sognato una faccenda confusa. Mi avevano regalato un animale. Faceva pensare a un koala, ma non lo era, era piuttosto un incrocio tra un koala e un cane, oppure un gatto. Comunque, aveva il pelo morbidissimo, una pelliccia grigio chiaro, delicata, che scorreva soffice tra le dita. Io lo accarezzavo, me lo stringevo al petto, e all’improvviso una mano mi ha teso un coltello. Si doveva rasare quella creatura tremante. Non sapevo che fare, avevo paura di ferire la pelle calda che pulsava. Ma un gesto imperioso della mano mi intimava di cominciare a rasare. Alla fine ho lasciato cadere la bestiola e mi sono svegliato con una strana sensazione allo stomaco. Fuori era scuro. Mi sono arrabbiato, perché ero mancato alla la luce del crepuscolo. Chissà, forse perché non mi sentivo bene, ho deciso di uscire ancora.
I lampioni nel parcheggio gettavano sul piazzale i loro cerchi di luce. L’aria era piacevolmente mite, aveva un profumo notturno di primavera. Attraverso il parabrezza del furgone ho cercato di scorgere il cane, che di solito si metteva ad abbaiare se qualcuno si avvicinava. Stavolta era tutto tranquillo. Mi sono ricordato che lo zio aveva un sistema col cane. Se faceva una scappata in città, lo lasciava nel furgone. Se invece doveva fare un’uscita più lunga, lo portava con sé. Non so più perché, ho posato la mano sulla maniglia per vedere se era chiuso. Quando ho sentito che la portiera cedeva, mi ha colto una fortissima curiosità. L’abitacolo puzzava di birra e di chiodi di garofano. Al posto dei sedili posteriori c’era un divano, con sopra giornali, pinze, chiodi e forbici. I finestrini erano nascosti da tende verdi. Nel mezzo, qua e là, palle di gomma schiacciate, evidentemente i giocattoli del cane. Nonostante il disordine, il furgone era sistemato in modo quasi accettabile.
Dalle fessure delle tende filtrava la luce dei lampioni. Ecco la tavoletta: era sopra una sedia, vicino a un piccolo armadio. Il legno era cosparso di trucioli di gomma da cancellare, come briciole di pane. L’ho sollevata, sperando che sotto ci fosse il foglio con il disegno dello zio. Che sarebbe successo, se fosse entrato proprio in quel momento? Il cane arruffato avrebbe avuto la forza di aggredirmi? Intanto pensavo che, per tale evenienza, avevo già in mente delle scuse pronte. In fondo non sapevo neppure se lo zio avesse il permesso di stare qui col furgone. Al giorno d’oggi, tutto ciò che sfugge ai controlli è una potenziale fonte di pericolo. Perciò non si può rimproverare uno perché si interessa alle cose. Ho aperto l’armadietto. Mi sono caduti addosso libri e giornali, vecchi numeri di riviste femminili del 1986. Sulla moquette sono ruzzolate anche un paio di biro. Sul ripiano più alto c’era una carpetta nera. Mi sono ricordato di averla vista durante le sessioni d’arte all’aperto dello zio. Nella carpetta c’era un unico foglio sgualcito.
Siccome era troppo buio per distinguere i contorni e le linee sottili e sbavate del disegno, ho scostato una delle tendine, per osservare il foglio alla luce dei lampioni. Però, che stile indecifrabile aveva, lo zio! Una fitta siepe, l’accenno di un cartellone pubblicitario, due alberi, auto in sosta, e, dietro, una casa di quattro piani, e tratteggi ovunque, una specie di nebbia, come al calar della sera. A una delle finestre, al terzo piano, si vedeva un uomo, anzi: la larva nera e sottile di un uomo. Stava appoggiato a una metà della finestra, la testa china, protesa in avanti con sforzo. Sembrava che tirasse leggermente indietro le tende con le mani. L’appartamento dietro di lui era ben illuminato, così che la sua figura si stagliava ancora più singolare. Sembrava quasi che fosse radicato alla finestra con una spalla. Più guardavo il disegno con attenzione, più mi appariva chiaro che lo zio aveva disegnato il mio ritratto.
Non c’erano dubbi: il mio appartamento è al terzo piano, a me piace appoggiarmi a un lato della finestra e osservo con passione quello che mi succede intorno. Ma io non sono assolutamente così, uno scheletro nero e inquietante!
Sul margine inferiore erano scribacchiate anche alcune lettere piccolissime. Dapprima ho pensato che fosse la sua firma. Invece c’era scritta la parola “mostro”. Nient’altro. Solo questa parola.
Mi sono innervosito. A che cosa si riferiva? Tranne la figura alla finestra, non si vedeva nessun altro essere vivente. Era il nome che si era dato lo zio, o piuttosto egli aveva chiamato “mostro” me? Ho guardato nel piazzale. Non si muoveva nulla. Solo una delle insegne del distributore si era spenta. Una strana collera si è impossessata di me. Che gli era saltato in mente, di disegnarmi a quel modo? Doveva averlo davvero impressionato la mia sagoma alla finestra, per arrivare a rappresentare la sua visione, sia pur distorta, in un modo simile. Mi sono inumidito il pollice e ho cancellato lentamente la parola mostro. Ci ho provato gusto. Sotto lo strofinio del dito, le lettere formavano una nuvola grigio sporco, che veleggiava in fondo al foglio come una nave avvolta nella nebbia.
In fretta ho ricacciato il foglio nella carpetta, ho raccolto i giornali, ho stipato tutto nell’armadietto e sono uscito dal furgone.
Tornando nel mio appartamento, mi girava un po’ la testa. Mai prima d’ora, in vita mia, avevo frugato e messo il naso tra le cose di un’altra persona. Inconcepibile, un vecchio e un furgone rosso avevano provocato in me un tale comportamento! Sono andato in cucina a bere qualcosa di forte. Ne tenevo una bottiglia in frigorifero, intatta, da un anno.
Nel frattempo è passata esattamente un’ora.
Adesso sono seduto alla scrivania, e sono abbastanza preoccupato. Pochi istanti fa ho sentito sbattere con fragore lo sportello del furgone. Non ho il coraggio di andare alla finestra. Non tanto perché il vecchio potrebbe scoprirmi e minacciarmi. Piuttosto, ho paura di diventare di nuovo ciò che ho visto sul disegno. Quella strana ombra, in una finestra ben illuminata, al terzo piano di una casa, vicino a uno squallido distributore che da due anni deturpa il circondario. Che fortuna: il furgone va in moto! I pneumatici scricchiolano sul pietrisco della strada. Ecco: lo zio se ne sta andando. Che regalo inaspettato, non posso crederci.

 

[scritture giovani | marzo 2004 | traduzione di Nadia Paladini]

 

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