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Quando ero piccolo io, di fronte casa mia, c’era il circolo dei comunisti. Che poi è diventato bar, poi balera, poi cinema, poi discoteca, poi night club e adesso ci sono i cinesi. I cinesi davanti casa mia hanno questo supernegozio che è come un supermercato di roba cinese che però non si mangia. Hanno tutto. Vestiti, penne, matite, soprammobili, giocattoli, oggetti per la casa, per il giardino, per il garage, per i capelli. Mettono anche un Babbo Natale finto sulla porta quando arrivano le feste. I cinesi hanno questo super-supermercato che si chiama Le cose di Giulia e tu ci entri e ti prendi un colpo perché sono tutti cinesi quelli che ci lavorano e ti fa strano pensare che un cinese si chiami Giulia, invece è proprio così, perché la figlia-cinese del proprietario-cinese è nata in Italia e lui l’ha chiamata Giulia. Mia zia, che è nata in Italia e si chiama Laura, quando viene a trovarci va sempre da Le cose di Giulia e compra delle robe che non servono a niente, poi viene a casa mia e le mette in giro. Dice Guarda come ci sta bene qui e quando lo dice ci crede veramente perché noi facciamo le facce con i pensieri storti, ma lei non le vede mai. Fatto sta che un giorno ha comprato questa gabbia di legno con dentro questo uccellino di legno che cominciava a cantare tutte le volte che accendevi la televisione. E allora il mio babbo, che fa la voce grossa, l’ha preso e l’ha buttato. Dov’è finito l’uccellino? ha chiesto la zia, È volato via ha detto mio babbo cambiando canale. Ché ai suoi tempi non c’era mica Le cose di Giulia di fronte a casa, ai suoi tempi c’erano i tempi che “si stava meglio quando si stava peggio”, perché adesso non ci si capisce niente con ‘sti decoder digitali e una volta non c’era neanche il telecomando e la televisione, infatti quando mangiamo lui dice sempre Laila, che è mia mamma, metti sul tre che c’è il giornaleradio. Proprio così, lui lo chiama giornaleradio invece di telegiornale, come i sovietici che chiamavano cosmonauti gli astronauti. Ai suoi tempi, ai tempi di mio babbo, mica c’era la televisione e infatti tutti lo chiamavano così, il giornaleradio.
Quando era piccolo mio babbo, di fronte a casa mia, c’era il circolo dei comunisti e il ventotto ottobre, tutti gli anni, i comunisti prendevano su a e andavano a Predappio a fare a schiaffoni coi fascisti. Adesso i comunisti non ci vanno più a Predappio a fare a schiaffoni, però i fascisti ci vanno lo stesso a vedere il cimitero, comprare i souvenir e fare i cortei che non possono fare. Questi nuovi fascisti sono anche un po’ leghisti, mentre i comunisti sono sempre uguali e forse è per quello che non fanno più a schiaffoni davanti al cimitero. Chi lo sa. Mio babbo, comunque, quando era giovane non abitava qui, però la domenica sera andava dietro al circolo dei comunisti, dove d’estate c’era il cinema e c’era il carretto che vendeva i cocomeri. Allora, mio babbo e i suoi amici – che io non so chi fossero – correva sullo spiazzo di ghiaia tra le sedie e passava vicino al carretto, faceva una gran cagnara e uno degli amici fregava un cocomero, poi scappavano per i campi, lo spaccavano sui sassi e se lo mangiavano. Una volta mio babbo si è sporcato la canottiera e a quei tempi non è che avevi tanti panni di ricambio, quindi si è lavato nella fontana del piazzale, ma sua mamma l’ha beccato lo stesso e l’ha riempito di schiaffoni, anche se tutti e due erano comunisti. Allora io penso che, forse, i comunisti hanno cominciato a picchiarsi tra loro, per quello non vanno più a Predappio a fare a schiaffoni con i fascisti.
Quando mio nonno era giovane c’era la guerra e di fronte casa mia il circolo dei comunisti non c’era. Di fronte a casa mia non c’era niente, nemmeno dove adesso c’è casa mia a quei tempi c’era niente. Mio nonno, dico di lavoro, durante la guerra riparava gli aerei ed era così bravo che quando era finita la guerra era andato a costruire i rimorchi per i camion della Bartoletti e una volta aveva costruito un pezzo di ferro per i rimorchi che era piaciuto così tanto al suo superiore che il suo superiore gli aveva fatto i complimenti. Mio nonno il suo superiore lo chiamava Principale e al principale si dava del voi – che poi anche ai genitori si dava del voi, ma quello che voglio dire è che alla fine era diventato operaio specializzato e aveva lavorato tutta la vita alla Bartoletti. Una volta, quando lavoravi, lavoravi sempre nello stesso posto e non ti licenziavano mai e precario era una parola che non esisteva. Mio nonno, quando era giovane, viveva nelle case popolari e intanto costruiva casa mia con l’aiuto dei suoi fratelli. Un giorno mi ha detto: Questa casa è tutta di cemento, non come quelle di adesso che hanno i mattoni vuoti dentro e io avevo cominciato a girare per la casa a toccare i muri e sentire il freddo dei mattoni pieni e un giorno con mio fratello ho trovato dei mattoni pieni nell’orto e ne ho lanciato uno contro il muro e il mattone non si è rotto. Allora avevo capito che il nonno aveva ragione, che la casa era di mattoni pieni, però la mamma, che era sì comunista, ma democratica, mi aveva dato lo stesso due schiaffoni perché si era rovinato il muro. Quando sono diventato grande ho capito che le case le facevano con i mattoni pieni perché erano più sicure quando cadevano le bombe, e oggi, che la guerra non c’è, le fanno con i mattoni vuoti. E se viene la guerra?
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