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Sotto il bicchiere PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Gori   
Giovedì 11 Marzo 2010 00:00


Sette anni, lo zainetto e un Billy all'arancia. La luce del sole di una gita di marzo, nei campi, coi compagni di classe e la maestra. Luce bianca, calda, meravigliosa. Tu, completamente felice. Violette, fili d'erba, il profumo del grano e un piccolo ramarro che scappa via. Sei felice e innamorato. Completamente. Dissolvenza. Sono passati vent'anni. E la luce del sole non esiste più. Mentre gracchiano tuoni e nuvole di pece si addensano impietose, sono una mosca intrappolata in un bicchiere fumè capovolto. Un calice sfumato d'arancione, appoggiato lì, dopo il pranzo di un matrimonio consumato nel sangue. Qua attorno tutto si consuma. Chi se lo aspettava? Sono gli ultimi istanti prima di un uragano a cui non tutti sopravviveremo. E sarà solo il primo.  La luce elettrica attraversa quel vetro affumicato e rende tutto fasullo e sinistro. Qua si soffoca, qua si annega, da qua non si scappa. E io sono finito proprio qua. La luce elettrica anche di giorno, briciole di pane che mando a memoria, un giglio ricamato a macchina sul pavimento di tovaglia, una macchia di rossetto sul muro di vetro. E poi, l'effetto fumè del bicchiere. Cinque centesimi in più, cadauno, giusti giusti per fare impazzire una mosca. Da qua è tutto arancione. La luce arancione, arancione la musica, le cellule, l'amore e la morte. Arancione domani, arancione lei, che non se lo merita mica. Vecchi film in tv, in nero e arancione. La vita più bella possibile, avete presente? Ecco proprio quella, filtrata di arancione. Marchiata e stuprata di questo maledetto arancione.  Di certo a quell'uragano sopravviveranno le mosche, intrappolate in bicchieri come questo. E da lì, al sicuro, assisteremo alla sua furia. Vedremo la morte degli altri, la natura e gli uomini che si piegano e cadono e stillano sangue arancione. E dopo, tante mosche come me che accorreranno a banchettare sui corpi. Poi l'odore della pioggia marcia entrerà dalla finestra, e come una carezza la sentirai scendere lungo il bicchiere, penetrare le fibre della tovaglia e arrivare fin qua, in questa mezza bolla di vetro, a ricordarti quello che sarai. Non c'è scampo a quella pioggia che ha affogato i ramarri verdi e violentato le violette. Sono le sette di mattina. La tempesta è finita. Poteva essere peggiore. I camerieri riprendono il turno, si spazza per terra. Ma il bicchiere rimane lì. Fuori il sole sta nascendo e qua già si accendono le luci elettriche. Ancora un giorno in arancione, tutto in arancione. Quello è certo, oggi come ieri, come domani. Fino a che vedo qualcosa che il vetro non filtra. E la cui purezza è accecante, violenta e bellissima. Dei bambini, in lontananza, in gita al primo sole caldo di marzo. Ramarri, fili d'erba e il primo amore. Il primo amore di qualcun'altro. Oggi, in questo bicchiere, voglio essere morto.

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