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Direzione Obbligata PDF Stampa E-mail
Scritto da Malos Mannaja   
Giovedì 18 Febbraio 2010 00:00


Sono le cinque e trenta del mattino.
Maria attraversa il parcheggio lasciando che i passi la conducano oltre le sbarre del cancello. La fabbrica profuma di straordinario e il cielo sgrana le pupille nere sbalordendosi di quanto possa essere avvolgente la sua fitta trama fatta di routine. “E che si fotta, il resto” - rimugina, provando ad ingannare il tanfo di metallo madido di sudore che le viene incontro - “Sono io a pensare? No… Sono io a parlare? No… Sono io a decidere? No…”
Forse comincia a piovere. Nel dubbio intanto un tuono la rimbrotta con rifiuto uguale.
Un calcio a una lattina rannicchiata contro il marciapiede, mentre con gli occhi bassi studia la punta delle scarpe. “Passi… Eh, speriamo solo che passi!”

- Buongiorno signorina.
- Buongiorno Giuliano.

Il custode s’ostina a chiamarla signorina, Maria però è sposata. Ha sposato la fabbrica quasi vent’anni prima: quel tredici settembre la fonderia chiese la sua mano… e lei disse di sì, fino a metà avambraccio. Poi, dopo un viaggio di nozze di un mese, le venne offerto di tornare a lavorare sotto lo stesso tetto, con una mansione “speciale”. Una sorta di indennizzo che fu obbligata ad accettare per provare a sopravvivere, visto che, al giro di boa del mese, l’affitto ingoiava in un sol boccone tutto l’assegno di invalidità.

Lo spogliatoio brulica di voci indistinte e vita spoglia, pronta a tuffarsi nel blu dipinto di blu.

- Hai due buchi nuovi sulla schiena.
- Immaginati cosa ha detto quando ha il letto il messaggino.
- Ohi, momenti cado!
- Ieri c’era scritto pure sul giornale.
- Non pensi che ti veda come una prostituta?
- Guarda.
- E allora? Sono una prostituta blu.
- Datti una mossa, plìs.
- Non hai paura?
- Qualcuno sa come sta Loris?
- Io no.
- Eccome no! Una fifa fottuta blu.
- Ha ancora l’influenza.

Dentro il frastuono dell’hangar principale, le mosche ronzano invisibili allo sguardo, quasi impiccandosi alle luci altissime. Più in basso, anche gli stampi dei binari sono avvolti nella nebbia. Maria gestisce con esperienza tempi morti, sovrapposizioni e cambi: è il lubrificante che trasforma gli ingranaggi umani in una macchina perfetta. A volte ha l’impressione di trovarsi in posti diversi simultaneamente, tipo l’odore d’ozono e di zolfo, quasi che avesse il dono dell’ubiquità, o forse dell’obliquità per come riesce a intersecare linee di produzione differenti in un istante. Una realtà trasversale, in cui non v’è nessun conflitto tra macchina ed essere umano. E, d’altro canto, perché dovrebbe esserci, visto che l’uomo stesso è una “macchina meravigliosa”, secondo quanto afferma Piero Angela su “Superquark”, il suo programma televisivo preferito.

- Hai visto la partita ieri sera?
- Mi sono addormentata sul divano e sono andata a letto.
- Progetti per il fine settimana?
- Avevo un sogno nel cassetto, ma m’hanno rubato il comò.

Maria sorride senza mostrare i denti, per non turbare la sfumatura nera della pelle quando s’accosta ai forni. Arriva Andrea.

- Ti vogliono in Direzione.
- Ok.

Nel palazzo degli uffici tutto bisbiglia di silenzio innaturale.

- Le presento il nuovo acquisto della direzione: il dottor Fabretti, ingegnere gestionale.
- Obbligata.

Maria fa un breve inchino, per non dover porgere l’assenza della mano destra.

- Vedrà ingegnere, la signorina Maria le sarà preziosa. Conosce personalmente ogni binario che esce dallo stabilimento, non le sfugge nemmeno una pagliuzza.
- Spero di non vedere solo la pagliuzza che è nell’occhio altrui… che poi magari non vedo la *traversina* che è nel mio!
- Ecco, io adoro la saggezza e l’ironia di questa donna.
- Grazie, troppo buono, direttore.

Maria e Fabretti escono dagli uffici della dirigenza, tornando a immergersi nello stagno. L’ingegnere è poco più d’un ragazzino, ma ha un’espressione seria contenente numeri, variabili ed operazioni aritmetiche. Le incognite sembrano tradire un palpabile disagio.

- Sembra che le voglia bene, il direttore.
- Mah, pare di sì.
- Le ha detto tutto?
- Di che?
- No, no. Di niente.

Alla donna basta un’occhiata per risolvere l’equazione negli occhi del ragazzo.

- Vogliono mettermi a casa?
- Credevo lo sapesse.
- No.

Camminano per qualche metro lungo pensieri sotterranei, finché in prossimità della stazione scende la voce della donna.

- Ero convinta di essere ancora utile. Ho solo quarantanove anni.
- M-mi dispiace.
- Beh, potrò sempre riciclarmi come puttana di mezz’età.

L’ingegnere sussulta, quindi farfuglia improbabili applicazioni dialettiche alla proprietà distributiva, tipica, peraltro, delle operazioni binarie.

- Non dica così. E’… è che c’è sempre meno lavoro. Se potessimo ridistribuire la ricchezza e moltiplicare la richiesta di prodotti all’infin…
- La smetta di dire cazzate, per cortesia.
- Mi scusi.
- Crede che non saprei far godere un uomo solo perché mi manca una mano?
- Non… non intendevo questo.
- Potrei sempre emigrare in Olanda: là c’è maggiore libertà di costumi.

Maria indica la tuta blu, quindi si concede un’ultima beffa.

- Sa come si chiama la famosa puttana olandese che la dà via a casaccio?
- …
- Van Vera. Ora, se mi perdona, devo andare al bagno.

La donna si allontana verso la toilette, mentre le scarpe mimano due ruote coniche e le orecchie battono riproducendo il tipico martellamento-tòn to-tòn del treno in corsa sopra le giunzioni dei binari.
Lo specchio all’entrata del cesso la sorprende con l’affondo improvviso di due calamari scuri, dotati d’una tale sfumatura costrittiva da farle serrare gli occhi. Nel buio della realtà che ha per base il numero due, gli stati alternativi della mente sono fin troppo semplici: uno-zero, bianco-nero, luce-ombra, tutto-nulla. Già…  tutto sembrerebbe così facile, basterebbe non stare in pensiero, mandarlo anticipatamente in pensione. Invece nulla è come dovrebbe essere, a parte, per l’appunto, il Nulla: un non-essere presente, tenuto stretto in pugno, più che un altrove dell’assenza.
Maria riapre gli occhi, fissando intensamente i polpastrelli della mano che non ha, quindi accarezza la superficie dello specchio con l’arto fantasma. L’immagine riflessa si riscuote e la consola.

- Abbiamo una familiarità assoluta con il Nulla, tutto il calore dell’essere non-essere, nell’utero di casa propria.

La donna tridimensionale replica, distrattamente.

- E’ vero. In fondo il Nulla è nostro fratello minore, maggiore e gemello, visto che viene prima, durante e dopo di noi.
- Ohi, viene in continuazione, ‘sto maniaco. Avrà disperso sperma in ogni direzione dello spazio-tempo.

L’accenno di un sorriso.

- Vedo che hai ancora voglia di scherzare.
- Il Nulla è il migliore amico dell’uomo, bau.
- Lo porterò al guinzaglio, con la mia mano destra.
- Fai bene. Così ti piscia agli angoli di vita, per demarcare il territorio.

Maria sente ansimare il cane oltre lo specchio, sfiato assordante del difetto. Vorrebbe trascinarsi fino al cesso e vomitare, ma le rotaie in cui ha incastrato i piedi segnano un’altra direzione obbligata. Prova a percorrerla, girando attorno al bagno, per ritrovarsi ancora faccia a faccia con lo specchio: è su un binario morto?
Sfidando la sua immagine riflessa, estrae da qualche tasca una non-lama, e mentre l’acqua calda scorre dentro il lavandino, taglia le vene del suo polso destro. Oltre lo specchio, la voce si compiace.

- Il Nulla ci permea, fino a che diventiamo tutt'uno con esso.
- Strano quante curve siano scritte con la carne del mio corpo, no?
- Eh… e invece non c’è modo di deviare dal binario.
- Già. Io sono nulla. Nulla rispetto a qualsiasi sistema di riferimento oggettivo.

Così, oggettivamente, percorre in direzione inversa le rotaie che l’avevano condotta in bagno, trovando l’ingegner Fabretti a attenderla nel punto esatto in cui l’aveva abbandonato.
E aspetta di morire lentamente, per tutto il resto della vita.

- Andiamo.


[da Racconti A TEMA per Zammù: direzione obbligata]

 

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