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A scuola era la più brava. Sapeva tutto prima ancora che le venisse insegnato, qualcosa la univa alle generazioni che l’avevano preceduta. Possedeva il mistero che le altre ragazze ancora non avevano. Si poteva giustificare il suo talento come un dono dei morti. Bastava che leggesse una qualche poesia, la voce le si modificava, i poeti scendevano in lei, li ospitava il tempo necessario per farli camminare qualche metro. Nel suo sguardo austero c’era una qualche forma di richiesta, una supplica velata, composta da uno strano miscuglio di disperazione e testardaggine. Suonava la campanella, i ragazzi si alzavano in fretta, abbandonavano la classe di corsa. La vita la vedevano passare dalle finestre, dai libri usati che sfogliavano di capitolo in capitolo, dall’alternarsi delle stagioni, dai capi di stato che generavano dittature sempre più elementari. Rula ritagliava dai libri versi di poesie e li incollava in un quaderno che chiudeva con un cordone e uno stretto nodo. Aveva una certa furia di vivere il mondo. Il futuro lo figurava come cancelli che si aprivano, mentre i muri diventavano sentieri dove Rula camminava spedita. Il padre e la ragazza vivevano soli, talvolta la sera aspettavano di entrare nel mondo attraverso uno stretto passaggio nei sogni, un passaggio dove solo lei, così bassa e minuta, poteva transitare. Il tempo era fuori squadra, ma nessuno faceva niente per raddrizzarlo. La notte le lenzuola diventavano pesanti di umidità e la facevano sentire piccola. Fuori, se c’erano la luna e le stelle il cielo appariva come un deserto popolato di oasi luminose e impazienti. La presenza della ragazza per il padre era un puro fattore ottico, conosceva quel corpo come l’illustrazione di un libro, come conosceva il motorino che usava per scendere da Scutari, sapeva che c’erano due ruote e un pedale, ma il funzionamento era un accenno al sacro mistero divino. La vecchia con cui il padre si rintanava a letto nei pomeriggi di calura estiva aveva una bellezza simile a una parodia. Era il ritratto della vecchiaia, ma possedeva l’allegria dello sfinimento, giocava e rideva sguaiatamente, spesso piangeva come un neonato dalla pelle ingiallita. Aveva un cane che obbediente la inondava di saliva, lo chiamava insistentemente il mio bambino. Certe donne, a cui si è prosciugato il ventre, provano a destare il ciclo femminile e gli affetti sopiti con straordinari, quanto inadatti, vezzeggiativi con cui osannano bestie e pupazzi. La vecchia fermava Rula sotto casa, le parlava di Roma, del Colosseo e del Partenone, non un accenno al rapporto col padre. A Rula andava bene quell’inganno, quel tono anonimo, ecumenico e claustrale. Tutto era teso, si soppesavano le parole, il tono, i modi. In Rula c’era una specie di fanatismo che le impediva ogni effusione fisica, l’adolescenza era fiorita e il suo sguardo stava cambiando, non era più quello di una bambola, aveva perso la profondità che hanno i fumetti, quella fatua rigidezza, quel colore forte e acceso dell’infanzia. La vecchia non riusciva ad allacciarsi alla voce che sapeva riportare in vita i morti. Aveva notato nello sguardo della ragazza una velatura plumbea, erano occhi che a volte sembravano indaco e che invece erano terra e muschio. Per un muto accordo, fra i ragazzi di una scuola, viene scelta fin dall’inizio, senza alcuna affettuosità, quella che sarà la più bella. E non perché l’uno lo dica all’altro: è un impulso. Sono gli occhi maschili, come rabdomanti, che scelgono tra le presenti. Della classe Rula era la più bassa, ma aveva gambe snelle e chiare, uno sguardo affilato, le guance piene, sempre leggermente arrossate. Era inconsapevolmente portatrice di una bellezza in miniatura che non sfuggiva a nessuno. La vecchia, un pomeriggio, la aspettò in casa, accanto al padre che muto fumava davanti al televisore. «Rula, sei bella e sana, divori tutto a tavola, non hai mai un raffreddore, abbiamo deciso che puoi andare in Italia. La scuola a Scutari non ti serve. Partirai domani e poi ci scriverai ogni giorno e noi ti risponderemo. Lavorerai, e non sarà niente faticoso.» La ragazza guardava a terra, scavava con i suoi occhi di muschio umido. La voce della vecchia sembrò sedersi nel pronunciare, più e più volte, la parola amica, ma Rula già non ascoltava. In pochi mesi la ragazza imparò a mettersi in posa tra le lenzuola e, dopo il primo amplesso, era naturale che ne arrivasse subito un altro: una successione regolare di segmenti che si uniscono. Non sognava. Si preparava una sigaretta e con la lingua la chiudeva. Succhiava carni mature, aveva i polsi consumati dalle funi, le avevano rotto un dente e i capelli ossigenati le cadevano su un seno che ospitava il fiato di amori stranieri. Amori, erano tutti amori. Singolari e unici. Amori in versi spezzati, amori punteggiati da valute straniere, enjambement programmati, assonanze di corpi, fiati in conflitto con la metrica. Rula procedeva così: si passava il rossetto oltre la linea delle labbra, indossava un paio di autoreggenti nere, consumate sui talloni, si sistemava tra le lenzuola e aspettava che il nuovo amore la toccasse dove il mondo andava a finire. Bastò un anno perché iniziasse a rimpicciolire gradualmente. Le gambe magre divennero più magre, i piedi si fecero minuscoli, le braccia e il busto si accorciarono poco alla volta. «Sei grande quanto una mano, potresti camminarmi sul pisello», le diceva spesso il cliente che piangeva sempre succhiandole i capezzoli. Quell’uomo, come altri, per Rula era innocente e l’innocenza ha in sé una certa rudezza che genera compassione, come se lei fosse diventata infine la carnefice di chi le si accostava. Rula parlava poco, eppure qualche volta citava un verso in albanese e nessuno la capiva, avvertivano una voce nuova senza riconoscervi il fiato di un poeta morto. «Voglio andare a casa», disse un giorno Rula alla compagna di stanza. «E come pensi di fare? Non sai neanche da che parte andare?» «Per andare a casa non serve conoscere la strada» rispose. Perdeva grosse ciocche di capelli che buttava nel lavandino, cancellava i gomitoli con il getto dell’acqua, spesso lo scarico si intasava e allora interveniva con un vecchio ferro che infilava nel sifone con insistenza. Le gambe erano ormai incredibilmente corte, in realtà si erano talmente gonfiate che la lunghezza era andata disperdendosi nei pantaloni. I clienti la guardavano meno, le infilavano il loro pezzo di carne rigida dove preferivano e poi pagavano per andarsene. Nessuno si fermava più ad ascoltarla, nessuno cercava più quel suono albanese semisconosciuto. Nessuno era più interessato alla voce dei poeti morti. Di giorno veniva presa dal sonno. Guardava una finestra e la finestra le rendeva lo sguardo facendola assopire. La compagna di stanza smise presto di rivolgerle la parola e se le passava accanto si scostava con orrore. Un giorno giunse una lettera per Rula: il padre era morto. Infilò la busta sopra le altre che teneva annodate con un fiocco e ripose il tutto dentro una borsa di nylon con angelica pedanteria. Trascorse la notte sveglia, sbriciolò le lettere, una ad una, con precisione geometrica. Salì lentamente la montagna sopra il paese, il vento soffiava asciugandole il sudore che le colava dalla nuca giù per la schiena. Strappò il nylon e gettò in aria una nuvola di briciole di carta che segnarono i sentieri come una mappa astrale. Il giorno dopo partorì una bambina dagli occhi di terra e muschio. «Rula, voglio che si chiami Rula.» disse «Per Rula voglio un papà e una mamma.» «Sei sicura?» chiese l’infermiera. «Sì. Rula deve tornare a casa.» La giovane donna lasciò l’ospedale da sola. Tutto in lei era tornato giusto e armonico. Dopo qualche passo si mise la mano su una spalla e le parve che dovesse durare così, in eterno, sulle montagne, tra le stelle, nei sentieri verso Scutari, di corsa a scuola fino al suono della campanella. Quella notte cantò con un filo di voce, una voce che veniva da un corpo non suo, dissotterrato.
[da Racconti A TEMA per Zammù: direzione obbligata] |