Articoli correlati


L'attesa PDF Stampa E-mail
Scritto da Rosa Tiziana Bruno   
Mercoledì 10 Febbraio 2010 00:00


Nella stazione la tabella luminosa aggiorna con precisione l’entità del ritardo con cui viaggia il treno: cinque anni, sette giorni e nove ore.
A nome delle Ferrovie, l'altoparlante rinnova la scuse senza provocare alcuna emozione fra la gente in sosta. Sui volti di tutti è stampata la naturalezza di chi accetta l’avvenimento senza scomporsi. I mugugni sono solo privatissimi, appena sussurrati all’orecchio del viaggiatore accanto. Negli occhi di ognuno, un velo di stanchezza che ricorda il grigio dei binari. Ma nessuna delle persone appare esasperata.
Alcuni non ci sono più. Si tratta di anziani che l’attesa ha consumato lentamente. In compenso altri si tengono per mano. Sono coppie divenute con il tempo indissolubili, nate dalla casuale vicinanza delle panchine.
Bambini, venuti alla luce durante questi anni, già corrono impavidi lungo le linee gialle dei marciapiedi. I genitori si chiedono se l’attesa li abbia educati ad accettare l’inaccettabile o se invece non si stiano preparando a diventare degli adolescenti ribelli. Per il momento si lamentano appena, ma da un piccolo lamento può nascere di tutto.
Al binario uno è stato improvvisato un laboratorio di pittura, dove gli artisti esprimono con i colori tutto quello che le parole non spiegano. Non è un modo per ingannare il tempo, è soprattutto un vestire l’attesa per curarla al meglio. Molti quadri raffigurano scene all’interno del treno e ritraggono i viaggiatori saliti cinque anni fa, con i loro abiti ormai lisi e spiegazzati.
La gente si ferma, guarda e poi dice la sua. Intorno alle tele si accendono dibattiti e nascono domande. Ipotesi varie e fantasiose si alternano alle più lucide previsioni.
Di sicuro, anche a bordo del treno saranno nate nuove vite e i genitori si staranno chiedendo cosa ne sarà dei bambini una volta giunti a destinazione. Si domanderanno se i loro figli sapranno vivere senza lo spettacolo cangiante del paesaggio in corsa visto dai finestrini. Se l’arrivo sarà complicato o doloroso come lo spuntare del primo dentino.
Attraverso la intricata rete di domande e possibili risposte, il tempo avanza ritmato dalle stagioni e accompagnato da scadenze puntuali. E il tabellone aggiorna, ora dopo ora, il ritardo del treno.
Il delicato compito di vestire l’attesa è affidato, dunque, alla pittura ma non solo. Ogni forma di espressione artistica trova spazio all’interno della stazione.
La maggior parte dei viaggiatori si appassiona alla lettura. Un libro, in fondo, è assai più comodo di un quadro. Si può portare con sé, entra perfino in una tasca, volendo. Si può sfogliare in qualsiasi momento e richiudere velocemente, per poi riaprirlo non appena torna la voglia.
Sarà anche per questo, ma in ogni angolo della stazione ci sono persone assorte nella lettura, immerse silenziosamente in quel mondo a parte che sono le storie scritte. Che forse a parte non è, anzi è lo stesso mondo solo visto immaginato con occhi diversi, possibili.
La giornata, oggi, è iniziata con il piacevole tepore del sole. Tuttavia nel pomeriggio la gente in sosta sui binari si trova scossa da un forte vento, freddo, gelido portatore di enigmatici messaggi.
Helen è una delle tante persone che attende con pazienza da oltre cinque anni. Poggia distrattamente la valigia in terra e si accomoda sull’unica panchina vuota nelle vicinanze.
Ha in mente di iniziare a leggere il libro che le ha regalato un’anziana signora in sala d’attesa, giorni fa. Forse questo è il momento adatto. Lo estrae dalla borsetta e si accorge che la busta di carta che lo contiene è tipica delle librerie di provincia. Chissà perché non l’aveva notato prima.
Con curiosità apre il sacchetto e scopre che la copertina è interamente dorata, con il titolo in rilievo: La storia ancora non scritta.
Sembra quasi vivo quel libro, le pagine sprigionano un odore invogliante. Emana perfino contentezza, come se considerasse un premio l’essere sfiorato dalle dita di una donna. Da come si lascia sfogliare, è evidente che gli piace farsi conoscere.
Nell’istante in cui Helen inizia a leggere, sente un gran silenzio intorno a sé. D’improvviso tutto comincia a fluire ed è difficile stabilire dove, se, e quando le cose accadono. Impossibile capire se quel che sta leggendo sia finzione o realtà, se è lei a determinare gli avvenimenti o piuttosto loro a condurla dove vogliono.
Le immagini si susseguono come conseguenza del suo pensiero che, di nuovo, è difficile stabilire se è prodotto da lei o se è determinato da qualche forza misteriosa.
C’è come un sortilegio, tra le righe di quel racconto, che imprigiona. Impossibile opporsi al suo flusso, il libro sembra avere una vita propria che ormai è difficile distinguere da quella esterna.
Per pochi attimi Helen riesce a staccare lo sguardo da quelle pagine, un solo istante per voltarsi ed accorgersi che quasi tutti nella stazione hanno un libro fra le mani.
Gente con l’espressione rapita, condannata a vivere nella trama di una storia. Non fa differenza il sesso, il nome o l’età, ognuno è rimasto intrappolato dal meccanismo di identificazione tra lettore e protagonista.
Sicuramente anche sul treno che viaggia in ritardo ci saranno molti passeggeri nelle medesime condizioni.
Helen ritorna al libro, non può più sottrarsi, ormai il suo posto è nel centro di quel racconto. Si sente come risucchiata.
Solo adesso, ora che è finita completamente dentro la trama, si accorge che il vero protagonista, sta cercando di approfittare della situazione. Vuole svignarsela, uscire dal libro lasciando lei al suo posto, tra quelle pagine.
Helen è sempre più curiosa, non smette. Va avanti ancora qualche riga, finché arriva sulla linea d’orizzonte, dove il nero delle parole sfuma nel bianco della pagina. Ed è proprio lì che scorge in lontananza un ghigno beffardo. Il sorriso malefico dell’ex protagonista che sta tagliando la corda.
Chissà, forse è anche lui un viaggiatore, uno dei tanti, magari rimasto intrappolato il mese scorso, o soltanto ieri.
Adesso Helen si rende conto che non può più uscire e non le resta che lasciarsi trasportare dalla trama, come nelle rapide di un fiume in piena. Oltrepassa la seconda metà del racconto e si accorge di aver modificato la storia, con la sua presenza e con la sua lettura, facendola diventare un’altra rispetto a quella che era. Adesso è proprio sua.
E’ la sua vita e può vederne la direzione, che non si lascia deviare.
Ma non è tutto. Ancora qualche pagina e si rende conto che quel libro non contiene soltanto la sua vita, ma anche quella degli altri.
Qualcosa lega tutti i viaggiatori fra loro. Forse proprio l’attesa, l’ansia.
L’ansia di partire o di arrivare, non fa differenza. I gesti di ognuno si intersecano per comporre un unico mosaico, assoluto.
Intanto l’altoparlante annuncia che il treno ha accumulato altro ritardo: “Al momento si tratta di 5 anni, 7 giorni, 9 ore e 54 minuti. Ci scusiamo con i viaggiatori per il disagio causato”
Helen non si fa distrarre e va avanti ancora. Sta per arrivare alle righe finali. Si volta indietro. Guarda per l’ultima volta la propria storia così unica e irripetibile. Sente di avere qualche rimpianto, ma ha ugualmente voglia di andarsene da lì.
Per far questo, le serve qualcuno da lasciare al suo posto e deve trovarlo in fretta, manca pochissimo alla parola “fine”.
Ecco, forse ci siamo. Helen, infatti, si accorge che qualcun altro nel frattempo, ha iniziato a leggere la storia.
Il momento è propizio per svignarsela, al volo.
Ora il testimone passa al nuovo lettore che è finito completamente dentro la storia. E adesso la storia di Helen è diventata la sua.
Il nuovo lettore si è appena immerso nel racconto, da pochi minuti, assolutamente inconsapevole del sortilegio. Ovviamente si tratta di te.

[da Racconti a TEMA per Zammù: direzione obbligata]

 

produzioni

Banner

progetti

Banner

collaborazioni

Banner