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Se la situazione non fosse, per me, così drammatica, anzi tragica, ci sarebbe da ridere. Sono infatti accanto alle grandi ricchezze di un’epoca antichissima e attorno rendono onore al faraone, re dio, serrati nei loro ranghi, con le spalle di fronte e i volti di profilo, schiavi, operai, guerrieri, comandanti con i loro carri di guerra, sacerdoti e divinità. Sfilate che in ogni parete convergono al centro verso il sovrano assiso in varie pose. Su un carro di guerra tenendo i vinti in pugno per i capelli, su una nave nelle vesti di Osiride, oppure assiso in trono amministrando la giustizia. Qui, in questa sala sotterranea, a tutto tondo ci sono soltanto la statuetta dell’ushebti che impugna zappa e marra per coltivare i campi nell’aldilà, e la statua del faraone con in mano i segni del potere, lo scettro e la frusta. Ed anche i coperchi dei quattro vasi canopi di alabastro traslucido raffiguranti i figli di Horus: Duamutef, col muso di cane; Hapi, in guisa di babbuino; Kebsennuf, con testa falco; Mesti, androcefalo. La luce della lampada portatile, dopo tante ore, comincia un po’ ad affievolire e, inconsciamente, mi sono ritenuto fortunato di non avere una torcia dell’epoca impregnata di bitume. La fiamma, infatti, avrebbe consumato l’ossigeno accelerando la mia già lunga agonia. Lo ammetto. Per brama di ottenere poi onori, fama e successo, volli essere il primo, e soprattutto il solo, a scoprire quella tomba per non dividerne il merito con nessun altro. Un’ansia insana e improvvisa che, purtroppo, mi aveva fatto dimenticare ogni prudenza. All’interno di quella tomba di sovrano, anche per trascorrere il tempo che mi resta, ripenso agli avvenimenti. A quando il capo degli operai egiziani vi avvertì che scavando nel fianco della montagna, in un’area ancora intatta della Valle dei Re, era stato trovato un pertugio. Un anfratto che sembrava artificiale e non una semplice spaccatura del costone roccioso. Mi recai sul luogo e, vedendo che s’approssimava la sera, con una scusa, feci sospendere i lavori ordinando a tutti di rientrare nelle loro baracche. Come studioso e ricercatore di antiche civiltà, definito un valente archeologo, mi ritenevo una persona posata esente da improvvisazioni ardite. Ma purtroppo mi sbagliavo. Nacque in me una curiosità spasmodica che non seppi reprimere. Attesi che scendesse la notte. Presi una lampada portatile e cambiai le pile per avere una maggiore autonomia poi, senza farmi vedere, pazzo come un innamorato che corre all’amata, mi introdussi nello stretto cunicolo che, scendendo nelle viscere del monte, pian piano si allargava. Con molta, tanta, incoscienza continuai a scendere notando che le grezze pareti con ancora i segni di picconi e scalpelli si facevano mano a mano più rifinite, più lisce. Raggiunsi infine una scala che si inoltrava ancora più profondamente nella roccia poi, ma non ho capito come, il cunicolo che avevo lasciato alle spalle crollò all’improvviso. Imprigionandomi all’interno di quell’oscuro ambiente ipogeo illuminato soltanto dalla mia lampada. Maledissi l’incoscienza che aveva guidato i miei passi e capii che ero stato imprigionato. Per sempre. Molto probabilmente pensai, col senno di poi, il crollo della galleria aveva fatto anche franare il costone della montagna coprendo l’area di scavo. Capisquadra e operai non avrebbero più trovato il piccolo accesso e nemmeno l’archeologo che li aveva assunti. Mi venne poi istintivo un triste sorriso al pensiero che senz’altro mi avrebbero maledetto per essere scomparso senza pagarli. Forse di questo mistero, magari citando la maledizione dei faraoni, forse ne avrebbero scritto anche i giornali per finire infine nel dimenticatoio. Mi rialzai in piedi. Non mi ero nemmeno accorto di essere finito a terra, forse per lo spostamento d’aria a seguito del crollo, con la schiena contro una colonna scolpita a guisa di statua. Indietro non potevo tornare e l'unica mia speranza era, purtroppo, nel trovare un altro varco per tornare all'aria aperta. Sciabolando il fascio di luce della lampada nell’aria ancora polverosa vidi che oltre alle due colonne andromorfe osiriane, a guisa di guardie alla tomba, si apriva una sala con tozze colonne dai capitelli, alternati, lotiformi e papiriformi. Sia i pilastri scavati dal vivo del monte, decorati come fasci vegetali, sia le pareti sembravano appena dipinti con colori ancora vivissimi. Sui muri scene di caccia nel deserto e lungo i canneti del Nilo, di schiavi al lavoro nei campi, di vita di corte e familiare con bimbi impegnati nei giochi. E di guerra col re che domina su tutti. Sul fondo del salone colonnato s’apre un’altra scalinata, con le pareti ricoperte di geroglifici, e una galleria dalla volta a mezza botte decorata ai lati da processioni di divinità rivolte, anch’esse, verso l’interno della tomba. Tra loro, uno dietro l'altro Baba, Duamutef, Geb, Bes, Hapy, Amset, Anukis, Haroeris, Harsomtus, Ha, Hapi, Amon, Apis, Anubis, Atum, Bastet, Bukhis, Maat, Neith, Nut, Hathor, Khepre, Min, Mut, Ptah, Sobek, Thot e Uadjyt. Poi in fondo, a guidare le due file Horus e Iside, da una parte; Osiride e Seth dall'altra. Tanti dei, degli innumerevoli adorati e implorati in Egitto, a rendere onore al re dio. Proseguo ancora, cercando un'uscita, ma la galleria si apre su un’altra sala colonnata con pilastri osiriani e mi prende una grande emozione vedendo il ricco corredo funerario. Quasi tutto ricoperto d’oro. Il carro da guerra, armi, cofani con gioielli ricoperti da pietre semipreziose e vetri colorati, barche e modelli di navi, abiti rituali, sedie, un tavolo, statuette, sigilli a forma di scarabeo stercorario, scatole, vasi con grano, orzo e ortaggi ormai disseccati, ciotole con cibi e offerte funerarie. In una seconda sala, assai più piccola, un sarcofago di pietra con all’interno la rituale cassa di legno dipinta con il volto del faraone attorniato dalla parrucca. La cassa è però vuota e nella piccola cella, decine e decine di metri all’interno del monte, non è mai stata sepolta nessuna mummia reale in attesa della resurrezione per congiungersi nei campi celesti col suo Ka. Sono passate ore dal mio ingresso nel cunicolo, sento i morsi della fame e, ancor più, della sete. Torno al corredo funerario metto sotto i denti chicchi di farro e d’orzo e bevo un po’ della mia stessa acqua perché non c’è altro. La luce della torcia elettrica si affievolisce. Srotolo il libro dei morti dai papiri magistralmente miniati col testo scritto per la maggior parte in ieratico. Ormai sono stanco e sento su di me l’oppressione della montagna. Spinto dalla curiosità, quella stessa che mi ha portato a una morte ineluttabile, leggo il nome del re che è alla base del sarcofago che non lo ha mai accolto per l’ultimo viaggio. Leggo il nome inciso nella pietra traducendone il senso aggiungendo le vocali mancanti. Mi balza il cuore in gola. Mi sento mancare. Mi detergo la fronte sudata nonostante il freddo dell’ambiente. Con il fazzoletto pulisco gli occhiali impolverati. Torno a leggere il cartiglio e, con un brivido, si rivela che il nome del sovrano ha molte assonanze col mio. Troppe. La luce della lampadina si affievolisce sempre più. Mi manca il respiro. Con lo stesso impeto che mi ha condotto in quella tomba prendo la decisione estrema. Torno nella sala del corredo funebre. Prendo un coltello dorato dal manico impreziosito da gemme e lapislazzuli. Poi mi corico nella cassa. Taglio le vene dei miei polsi e, mentre scorre il sangue chiudo il coperchio su di me pensando che il destino, forse sapendomi affascinato dall’antica civiltà egizia, mi ha consentito di morire da faraone. Con un sorriso penso allo stupore di chi un giorno, forse fra mille anni, tornerà a scoprire questa tomba. E chiudo gli occhi.
[da Racconti A TEMA per Zammù: direzione obbligata] |