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2022: io c'ero (ovvero il pianeta delle Oche Morte) |
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Scritto da Matteo Comastri
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Venerdì 05 Agosto 2011 00:00 |
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Non ho molto tempo e lo devo fare di nascosto ma devo raccontare come è andata perché io c'ero e, sfortunatamente, ci sono ancora. Siamo rimasti in pochi, qualche migliaio, forse più, non saprei dirlo con precisione. Ci tengono in un posto segreto ma non ci fanno mancare nulla, solo che non possiamo andarcene. Praticamente una galera. Loro la chiamano la “Riserva”.
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Certe cose non ha senso affrontarle senza capelli blu |
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Scritto da Antonio Koch
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Venerdì 03 Giugno 2011 00:00 |
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Son le 5:59 e metto su gli One Mile North. La necessità di un ipod si fa sempre più pressante, ma resisto. Volendo la musica si può ascoltare anche senza computer, senza cuffie, senza ipod. Basta un po’ di concentrazione. È incredibile cosa si può fare tramite la concentrazione. Certo che la concentrazione da sola non è sufficiente, servono altre due o tre cose, una respirazione di un certo tipo, naso e polmoni sgombri, stomaco e pancia vuoti. Son le 5:59, ieri erano le 6:00, l’altroieri erano le 6:01, il giorno prima erano le 6:02, ci siamo capiti. Ogni giorno un minuto di meno.
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Il tuo cane è assediato dalle fiamme |
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Scritto da Antonio Koch
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Venerdì 29 Aprile 2011 00:00 |
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Sono nella stanza e a un certo punto penso: perché uscire? Nella stanza si sta bene. Fuori c’è freddo, molto freddo, nella stanza c’è caldo. Non sono attrezzato per il freddo intenso. Serve roba tecnica, gore–tex, indumenti tecnici di cui sono sprovvisto. Nella stanza c’è musica, fuori c’è rumore. La stanza è pulita, forse un po’ polverosa ma pulita, e c’è un buon odore. Fuori c’è puzza. Nella stanza non c’è nessuno, sono tutti fuori. Fuori ci sono le sigarette. Io anch’io era circa un mese che non fumavo.
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Scritto da Massimiliano Città
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Mercoledì 13 Aprile 2011 00:00 |
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Dicono che non puoi sollevarti da terra. Dicono che non puoi nemmeno provarci se nasci col colore della mia pelle. Dicono che rimarrai schiacciato col ventre sull'asfalto. Dicono che gli uomini non sono tutti uguali. Dicono che c'è un dio maggiore ed altri minori, dicono che c'è un unico credo e le altre sono semplicemente mistificazioni. Dicono tante puttanate in giro, e molti danno loro retta. Dicono che mio padre era un poco di buono. Teatrante da quattro soldi in giro per le strade, lestofante dal mestiere incerto. Dicono che m'abbandonò in fasce. Dicono anche che mia madre si divertisse a far di me un'attrazione da circo. Dicono tante puttanate in giro.
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la direzione è sempre la solita |
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Scritto da simone rossi
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Lunedì 24 Gennaio 2011 00:00 |
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Vecchio, non capisci, presto progetteranno e metteranno in commercio delle ventose da attaccarci alle tempie con dentro i simulatori sintetici degli ormoni, nel 2012 ci saranno i cellulari intelligenti con l’Applicazione Adrenalina, l’Applicazione Serotonina, l’Applicazione Dopamina, al posto degli auricolari avremo delle ventose da attaccarci alle tempie, il cavo si attaccherà probabilmente alla presa dell’alimentatore, non credo che un simile stimolo elettrico possa partire dal buco delle cuffie, sarebbe bello se il simulatore sintetico dell’ormone potesse partire dal buco delle cuffie e arrivare in forma di musica ai neuroricettori, se si chiamano così, sarebbe bello se le canzoni funzionassero davvero come i bicchieri d’acqua, non so come dire, un bicchiere d’acqua fresca si beve sempre volentieri, ogni volta, non so come dire, l’acqua la sete la toglie sempre, un bicchiere d’acqua è talmente facile da capire che è diventato un proverbio, come bere un bicchier d’acqua, come bere un bicchier d’acqua per prendere una medicina, vecchio, sarebbe bello se la musica fosse una cura, una medicina, un veleno, una sostanza che agisce direttamente sui neuroricettori, se si chiamano così, questo non lo so, però secondo me gli scienziati alle ventose ci stanno già lavorando. Nel frattempo io continuo a fare la musica, anche se questo è il mio ultimo disco, poi mi sciolgo.
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Scritto da Gernot Wolfram
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Mercoledì 22 Dicembre 2010 00:00 |
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Da giorni vedo il furgone rosso. Quando arrivo a casa preparo un caffè, mi appoggio alla finestra e lo osservo, qualche volta sul volante dorme un cagnetto marrone, tutto arruffato. Il furgone nel piazzale del distributore di benzina appartiene a un uomo che sembra sbucato dal nulla. A prima vista, sembra vecchio. Porta una giacca marrone e una sciarpa arrotolata stretta intorno al collo nervoso, ogni due ore esce a fumare una sigaretta. Sta sulla porta laterale ad aspettare il cane, che annaspa nelle pozzanghere; aspira il fumo, guarda su verso il cielo, affascinato dalla luce violetta e tremolante della sera. Se ne sta così per un tempo lunghissimo, a guardare all’insù. Qualche volta gioca a bocce con se stesso, cioè tira tutte le palle da solo. Però le auto che escono dal distributore lo disturbano. Se suonano il clacson, sorride e alza le braccia, come per arrendersi.
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Scritto da David Backer
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Venerdì 01 Ottobre 2010 00:00 |
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Beh, io sarei nervosa. Io sarei nervosa se uno che non ho mai visto prima venisse a prendermi per un appuntamento e io mi fossi vestita bene e non sapessi di preciso a che ora arriverà e me ne stessi qua sulla porta ad aspettare...
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Scritto da Gianluca Pavone
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Mercoledì 29 Settembre 2010 00:00 |
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Sembrava non ci fosse più nulla dopo l’ultima città. Una strada chiusa, un vuoto inconsistente. Un punto interrogativo tra la steppaglia. Una caduta vertiginosa verso il niente.
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Scritto da Tommaso Chimenti
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Venerdì 09 Luglio 2010 00:00 |
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«Avanti», disse da dentro una voce maschile annoiata. Forse ero il duecentesimo di quel pomeriggio che andava da lui a chiedere informazioni su quel lavoro. Aprii la porta e salii il gradino improvvisato con due mattoni sbertucciati sugli angoli. Entrai guardandomi intorno. Vedendolo da quella prospettiva dentro non era così minuscolo e claustrofobico come da fuori immaginavo. Sulla destra in fondo c’era una scrivania in legno chiaro ed una sedia in finta pelle con le rotelle ed un uomo che ci si dondolava in avanti. A guardarlo fisso faceva venire il mal di mare. Sulla sua sinistra una stufetta che buttava un gettito continuo d’aria calda. Doveva essere bollente. L’orecchio sinistro del tipo al tavolo era incandescente. Ci si sarebbero potute cuocere due uova sopra.
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Scritto da Francesco Satanassi
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Venerdì 18 Giugno 2010 00:00 |
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Mio babbo, comunque, quando era giovane non abitava qui, però la domenica sera andava dietro al circolo dei comunisti, dove d’estate c’era il cinema e c’era il carretto che vendeva i cocomeri. Allora, mio babbo e i suoi amici – che io non so chi fossero – correva sullo spiazzo di ghiaia tra le sedie e passava vicino al carretto, faceva una gran cagnara e uno degli amici fregava un cocomero, poi scappavano per i campi, lo spaccavano sui sassi e se lo mangiavano. Una volta mio babbo si è sporcato la canottiera e a quei tempi non è che avevi tanti panni di ricambio, quindi si è lavato nella fontana del piazzale, ma sua mamma l’ha beccato lo stesso e l’ha riempito di schiaffoni, anche se tutti e due erano comunisti. Allora io penso che, forse, i comunisti hanno cominciato a picchiarsi tra loro, per quello non vanno più a Predappio a fare a schiaffoni con i fascisti.
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Scritto da Erwin de Greef
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Mercoledì 02 Giugno 2010 00:00 |
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La stranezza di questa notte con la tromba di Charlie Parker (“Summertime”, così struggente e profonda) che mi fa stare sereno, che mi mette in pace con il mondo intero. Negli altri tavoli e all’angolo del locale, i ragazzi rollano le cartine e il vino gira veloce, mentre le parole muoiono, spezzate sul crinale della nostra solitudine. C’è una ragazza con lunghe ciglia tristi, carnagione bianca, capelli neri, occhi neri. È il corpo sacrificale di questa notte amica, stretta tra le braccia dentro il suo mistero.
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Scritto da Alessandro Gori
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Giovedì 11 Marzo 2010 00:00 |
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Vedremo la morte degli altri, la natura e gli uomini che si piegano e cadono e stillano sangue arancione. E dopo, tante mosche come me che accorreranno a banchettare sui corpi. Poi l'odore della pioggia marcia entrerà dalla finestra, e come una carezza la sentirai scendere lungo il bicchiere, penetrare le fibre della tovaglia e arrivare fin qua, in questa mezza bolla di vetro, a ricordarti quello che sarai. Non c'è scampo a quella pioggia che ha affogato i ramarri verdi e violentato le violette.
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Scritto da Fabio F. Centamore
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Giovedì 04 Marzo 2010 00:00 |
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Annuirono ancora. Stavolta cadde un silenzio greve, quasi imbarazzato. Era come quando si entra a notte fonda in camera da letto, in punta di piedi per non svegliare la moglie o i propri figli. I fogli contenuti nella carpetta di cartoncino frusciarono per infiniti secondi, foglie di un autunno che si vorrebbe dimenticare e buttare alle spalle. Eppure tornano sempre sotto la tua porta di casa, sospinte da un vento che non ha più nulla di casuale o naturale. «Da quanto tempo è sposata, Margherita?» «Come scusi?» «Non mi ha sentito? Quando tempo fa si è sposata?» «Mi perdoni, stavo pensando. Sono sposata da poco, quasi due anni.»
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Scritto da Malos Mannaja
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Giovedì 18 Febbraio 2010 00:00 |
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Sono le cinque e trenta del mattino. Maria attraversa il parcheggio lasciando che i passi la conducano oltre le sbarre del cancello. La fabbrica profuma di straordinario e il cielo sgrana le pupille nere sbalordendosi di quanto possa essere avvolgente la sua fitta trama fatta di routine. “E che si fotta, il resto” - rimugina, provando ad ingannare il tanfo di metallo madido di sudore che le viene incontro - “Sono io a pensare? No… Sono io a parlare? No… Sono io a decidere? No…” Forse comincia a piovere. Nel dubbio intanto un tuono la rimbrotta con rifiuto uguale. Un calcio a una lattina rannicchiata contro il marciapiede, mentre con gli occhi bassi studia la punta delle scarpe. “Passi… Eh, speriamo solo che passi!”.
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Scritto da Alessandra Sartori
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Mercoledì 17 Febbraio 2010 00:00 |
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A scuola era la più brava. Sapeva tutto prima ancora che le venisse insegnato, qualcosa la univa alle generazioni che l’avevano preceduta. Possedeva il mistero che le altre ragazze ancora non avevano. Si poteva giustificare il suo talento come un dono dei morti. Bastava che leggesse una qualche poesia, la voce le si modificava, i poeti scendevano in lei, li ospitava il tempo necessario per farli camminare qualche metro.
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Scritto da Giancarlo Fabbri
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Giovedì 11 Febbraio 2010 00:00 |
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Se la situazione non fosse, per me, così drammatica, anzi tragica, ci sarebbe da ridere. Sono infatti accanto alle grandi ricchezze di un’epoca antichissima e attorno rendono onore al faraone, re dio, serrati nei loro ranghi, con le spalle di fronte e i volti di profilo, schiavi, operai, guerrieri, comandanti con i loro carri di guerra, sacerdoti e divinità. Sfilate che in ogni parete convergono al centro verso il sovrano assiso in varie pose. Su un carro di guerra tenendo i vinti in pugno per i capelli, su una nave nelle vesti di Osiride, oppure assiso in trono amministrando la giustizia. Qui, in questa sala sotterranea, a tutto tondo ci sono soltanto la statuetta dell’ushebti che impugna zappa e marra per coltivare i campi nell’aldilà, e la statua del faraone con in mano i segni del potere, lo scettro e la frusta.
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Scritto da Rosa Tiziana Bruno
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Mercoledì 10 Febbraio 2010 00:00 |
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La gente si ferma, guarda e poi dice la sua. Intorno alle tele si accendono dibattiti e nascono domande. Ipotesi varie e fantasiose si alternano alle più lucide previsioni. Di sicuro, anche a bordo del treno saranno nate nuove vite e i genitori si staranno chiedendo cosa ne sarà dei bambini una volta giunti a destinazione. Si domanderanno se i loro figli sapranno vivere senza lo spettacolo cangiante del paesaggio in corsa visto dai finestrini. Se l’arrivo sarà complicato o doloroso come lo spuntare del primo dentino.
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Scritto da Mario Favini
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Giovedì 04 Febbraio 2010 00:00 |
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Sento un manganello che sbatte forte sulle sbarre e mi sveglio. È così ogni mattina: i secondini passano da una cella all’altra, picchiando i loro bastoni sul metallo freddo. I sogni si dissolvono in frammenti, sostituiti per un attimo dai ricordi dei giorni che ho passato qui dentro, dei giorni che ho passato in questo carcere. Poi penso alla giornata che mi aspetta, all’ennesima giornata da detenuto che sto per trascorrere, e alle quindici ore di fatica e sofferenza che mi attendono.
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Divieto di svolta a destra |
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Scritto da Luana Vergari
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Mercoledì 03 Febbraio 2010 00:00 |
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Bologna 18 dicembre 2012 Dicembre Mi ha chiamato mia madre e mi ha detto che a Roma fa caldo e che non sembra per niente dicembre. Ho pensato che questa storia qua, della Direzione Obbligata, mi ricorda quella di quel racconto che andava di moda qualche anno fa e che io avevo letto una volta che era dicembre ma c'era caldo. Nel racconto, a un certo punto, diventata vietato il marrone, qui a un certo punto è diventato vietato svoltare a destra. Dicono che sia una questione di ordine pubblico e che basti abituarsi per trarne giovamento, io non so. I Supermercati più vicini sono tutti alla destra uscendo dal portone e ora per raggiungerli devo fare il giro dell'isolato e per tornare a casa è un delirio. A Bologna non ci sono neanche nata e per me è difficilissimo. Oggi mi sono persa tre volte prima di tornare a casa con un pacco di pasta, sette mele rosse e delle lenticchie per la minestra. Tag: direzione obbligata
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Scritto da Mario Pischedda
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Giovedì 28 Gennaio 2010 00:00 |
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Leggo e scrivo. All'istante. Non ho ricordi, non so come fare, chi interpretare. Tutto è successo qualche mese fa. Le occhiaie sono vuote, il respiro lento e l'anima imbelle. È la memoria che mi manca, quella che mi sorreggeva bene agli esami dell'Università. Ora vacilla. Non so quale acqua raccogliere nè dove andare. Mi ritrovo assente, stoico, apatico, nullatenente.
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Scritto da Milvia Comastri
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Mercoledì 27 Gennaio 2010 00:00 |
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Era come essere nel palco di un teatro. Non che io fossi solito ad andare a teatro. Al paese c’era il cinema del prete, niente altro. E anche lì non è che ci andassi molto. Preferivo starmene da solo, la maggior parte del tempo. Ma fu proprio questo che pensai. Pensai: è come se fossi a teatro. E continuai a guardarla, la ragazza, e più la guardavo e ne seguivo i movimenti aggraziati, più mi sembrava di non potermi muovere da quella finestra. Lei indossava un tutù bianco e quando passava davanti alla porta finestra vedevo la sua figura tutta intera, i piedi sulle punte, le scarpette di raso che li racchiudevano, i volteggi, i saltelli. Mi venne in mente la riproduzione del quadro di Degas che stava nello studio del dottor Clerici. Glielo avevo chiesto, una volta, di quel quadro. “Degas”, aveva detto lui, “Degas ne ha dipinte, di ballerine…” Anche in quel quadro la ballerina aveva una finestra alle spalle, e sullo sfondo si scorgevano vecchi palazzi.
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Qualcosa d’altro su cui essere d’accordo |
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Scritto da Filippo Loro
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Giovedì 21 Gennaio 2010 00:00 |
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È un gioco, si sa, un passatempo che col tempo diventa più importante di tutto il resto, ma sempre un passatempo. Non credo che se ne possa parlare come di un’attività seria, no, si tratta proprio di un gioco, di una sottile pantomima a due che sembra non debba finire mai, anche se poi non è vero, e tutti, dico tutti, in questo gioco o passatempo o pantomima o altro, manifestano.
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Scritto da Fabrizio Gabrielli
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Giovedì 07 Gennaio 2010 00:00 |
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Gli elefanti te li sei lasciati alle spalle svariati anni prima, Georgie, gli elefanti e la fame, la polvere e gl'arbusti della savana dalle molte spine, per battere i denti in notti senza stelle e troppo lunghe. Ogni notte era appendice filamentosa di giornate grigie, private nell'intimo del grosso disco dorato che brucia l’erba africana. Indossavi le scarpe coi sedici tacchi e brucavi il verde sintetico, Georgie, sempre col cappello ed i guanti pure in primavera, che i tifosi da bordo campo ti schernivano dapprima con un brontolio sommesso, poi con gran roboare d’arrotate invettive.
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