|
Autore: Alessandro Turati Titolo: Le 13 cose Edizioni: Neo, Castel di Sangro (AQ) 2012 Pagine: 112
La cosa numero 1. Si chiama triscaidecafobia, parolavaligia contorta, a disfarla vi si trova la fobia e va bene, ma poi c'è triscaideca, lemma già più oscuro; tris è tre, deca è dieci, tre più dieci fa tredici, bravo, tu che leggi, se c'eri già arrivato, sette più: la triscaidecafobia è quel timore immotivato che t'assale davanti al numero tredici. Faresti meglio a non fartelo salire, ecco, quel timore, se t'appresti a spalancare le porte de Le Tredici Cose di Alessandro Turati, la nuova Iena di Neo Edizioni, fresca fresca d'uscita, fuori oggi: pènsa, stai leggendo la prima recènzia in assoluto.
La cosa numero 2. Céline di cosa avesse paura non lo sappiamo, forse possiamo immaginarlo: di divenire un reietto, della rappresaglia morale per il collaborazionismo, chiaro; con certezza invece sappiamo che cercava la bellezza delle donne nelle caviglie, e quella della lingua in costruzioni boriose, come la frase che Turati riporta in limine al suo romanzo, quella in cui per farsi un bel giro, il pensiero, dice, devono succederti un sacco di cose molto crudeli. Crudeli quanto?, ti vien da chiedere. Un bel po' crudeli, sembra ammiccare Turati.
La cosa numero 3. Che poi, diciamocelo, la prima cosa che t'arriva è che ha una bella lingua sfrontata, il Turati, cruda, esplicita, non te le manda a dire, il Turati. Una lingua che a leggerla a voce alta, poi, ti sembra la bocca ti si riempia di polvere, è una bella immagine questa che suggerisce l'autore, quando i temi da affrontare sono scomodi è proprio quello, che senti: ti sembra di masticare polvere, a parlare della morte, della guerra. La guerra, qua, impazza tra convenzionale e il suo contrario, accettabile e il suo opposto, canonicità e triplosaltocarpiatitùdine: barza, snasato e tutt'una pletora di commilitoni guidano un plotone d'assalto semantico e morfologico assetato di sangue, creano a colpi di mortaio immagini sensazionaliste, che quando arrivano al bersaglio fan male, anche se alle volte danno l'impressione d'essere bombe intelligenti nel loro senso più controverso, bombardamenti unti d'immotivatezza, come quelle cartonate, quegli sgamuffloni che t'appoggiano sulla schiena i celerini fuori dallo stadio quando tu stai mica caricandoli, gl'ultras avversari. Gratuite, ecco.
La cosa numero 4. Nella Smorfia, il numero 13 corrisponde a Sant'Antonio. Protettore degl'animali. Delle Iene. Anche dei cani. Ci sono molti cani, in Turati. Ci piacciano i cani, alla Neo, mi pare di poter dire. Di animalesco, in Le Tredici Cose, c'è l'approccio del personaggio principale, Alessio Valentino, alla vita, al cibo, ai rapporti interpersonali. Sbranamenti. Una bestia braccata, il Valentino, che s'agita tra le sbarre con passo inusitato, sbraita surrealismo, digrigna i denti in ruggiti situazionisti.
La cosa numero 5. Più nel profondo, nel romanzo di Turati irrompe anche La Bestia, quella che porta la maiuscola. Il Tredicesimo Arcangelo, d'altronde. Che ti pisipiglia all'orecchio l'affascinante nenia del turpiloquio (sessanta volte la parola cazzo, una ogni due pagine), dello smadonnamento à la page, dell'anticlericalismo a spicci nella saccoccia destra, quella dove infila la mano il fancazzista, il nichilista o l'estremamente deluso, quello per cui "ci sono poche cose al mondo come mettersi le mani in tasca, anzi, per me, mettersi le mani in tasca è la cosa più bella del mondo".
La cosa numero 6. Nei mazzi di carte francesi, per ogni seme ci sono tredici carte. Full. Scala Reale. Bluff. Il gioco di Turati, a guardarlo negl'occhi, lo capisci mica subito. Ora vi dico una cosa: secondo me è un buon giocatore, Turati. Nervoso, teso, alle volte. Sciolto e disinvolto, cert'altre. Però devo pure dire una cosa: sebbene ci sia tutt'una serie di lampi di genio e follia, nei continui cut-ups che ritaglia l'autore nella narrazione, sempre preceduti da richiami paratestuali, del tipo oh, lettore, devo dirti una cosa, stammi a sentire, senti qua, lo-sapevi-che?, è una tecnica che a lungo andare logora, stanca, sfianca, snerva: sembra l'atteggiamento di quei ragazzini, o di quegl'estremamente timidi, o di quei sfrontatamente insicuri, che reclamano attenzioni e temono ti defili di soppiatto.
La cosa numero 7. Perché poi di questo parliamo, quando parliamo di Alessio Valentino, il personaggio principale: un insicuro che vagabondeggia fino alle estremità paludose del nichilismo. Alessio ha perso tutto, ma soprattutto la donna che amava. Ha perso la voglia di ricominciare. Di provarci. Di vivere nella maniera che ci si aspetterebbe da lui. Si tuffa, dalla provincia comasca, in una Milano nichilista, grigia, inopportuna, puzzosa di birra stantia: una Nihilano punkabbestia e squatter. Stringe amicizie improbabili. Si muove orizzontalmente, a passo di granchio, tra borderliners come lui. Reietti. Casi umani. E in quell'asocialità, sgambetta felice.
La cosa numero 8. Non parla con nessuno, Alessio: non scrive a nessuno e nessuno gli scrive, eccezion fatta per la ragazzina adottata a distanza in Uganda. Legge, quello sì. Ma senza troppo trasporto. Senza troppa convinzione. L'unico contatto che riesce a stabilire è con la ragazzina figlia dei vicini. Che scava buche nel giardino. Mentre Alessio scava nei ricordi. Alla ricerca di una Barbie, la ragazzina. Di un motivo per proseguire, Alessio. Pensa alla fidanzata che se n'è andata. Stenta a tornare alla sua vita normale. Reagisce con fiotti di rabbia. Ma di quella rabbia inconcludente. Nichilista, appunto.
La cosa numero 9. Nei tarocchi, al numero tredici corrisponde La Morte. "Stava morendo. [...] Insomma, ero triste. E infatti per sdrammatizzare mi ha prescritto tredici cose da fare per sopportare la sua assenza; perché il dolore, si sa, col tempo diminuisce, ma la mancanza, invece, col tempo distrugge e schiaccia". Turati affronta con una certa dose di coraggio il tema d'un decesso prevedibile, anzi meglio programmato, ma non per questo meno angoscioso. La morte d'una fidanzata, che trascina con sé nell'Ade tutt'un costrutto di poteva essere. Cerca di sdrammatizzarlo, Turati, con l'invenzione di una lista di tredici prescrizioni approntate da Emilie, poco prima di spirare l'ultimo respiro. Una lista custodita gelosamente. Da rileggere per affrontare il quotidiano con il coltello tra i denti. Una lista di tredici ineluttabili Così Sarà.
La cosa numero 10. Alla quale fa da contrappunto, invece, nel mezzo della narrazione, una lista d'altrettanti punti, fatta di Così Poteva Essere. Tredici cose normali. Raccogliere la spazzatura. Pagare le bollette. Tredici normalissime prescrizioni da normalissima vita quotidiana. Alla quale Turati, per bocca d'Alessio, s'oppone con un forte senso di repulsione, di condanna per eccessiva banalità, se si può annoverare tra i reati plausibili. Anche se traspare un certo malinconico velo di rimpianto, per quella vita ordinaria, che mai sarà, che mai potrà concretizzarsi.
La cosa numero 11. in limine al capitolo tredici, coincidenza numerologica decisamente pregnante, quando cominci a nutrire una viva simpatia per Alessio, e la curiosità per quel che può ancora accadergli ti morde le caviglie, ecco, così come s'accomoda in tavola Giuda Iscariota, tredicesimo apostolo, allo stesso modo s'acuisce, s'impenna il naufragio stilistico. Turati, a quest'altitudine, sembra essere in preda a un attacco acuto di schettinismo: visibilmente sotto choc, sfrontato e borioso e confuso, dà come l'impressione che nessuno possa più riportarlo a bordo - lei Turati deve tornare a bordo ora, cazzo! - a bordo, dove il timone s'agita come impazzito, dove vige l'anarchia, dove c'è bisogno di sanare, proteggere, mettere in salvo il salvabile.
La cosa numero 12. Ma è al capitolo tredicesimo che la nave s'incaglia definitivamente. Dovrebbe essere lo zenit, il capitolo dedicato alle tredici prescrizioni, le tredici cose del titolo, e di fatto lo è, lo zenit. Un triscaidecalogo nelle intenzioni rabbioso, cattivo, che cercando di sdrammatizzare finisce però per ottiene il risultato opposto: impietosisce.
La cosa numero 13. A leggere Turati, ti sembra di sentire davvero con chiarezza una voce pisipigliarti all'orecchio un motto: morire, né più né meno, è nojoso. Come tutto, alla fine, è nojoso. Perché non si muore solo col corpo, ma anche coi pensieri: e quando muori nella testa diventi un po' come gli sfollati di New Orleans, che glielo leggi negl'occhi cosa significa perdere tutto. Quegli sfollati, così come Alessio Valentino, così come il Turati, te la racconterebbero così: quando sei morto dentro, anche respirare, e sentire il respiro di chi t'è vicino, non è che serva poi a molto.
|