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Autore: Luigi Davì Titolo: Gymkhana-Cross Edizioni: Hacca, Matelica (MC) 2011 Pagine: 320
Questa raccolta di racconti, a firma di Luigi Davì, apparve per la prima volta nel 1957 per Einaudi, nella collana dei “Gettoni” diretta da Elio Vittorini. Nel 2011 Hacca Edizioni la ripropone con una prefazione di Sergio Pent e una postfazione di Giuseppe Lupo, che aiutano a contestualizzare l’importanza di questi racconti negli anni ‘50 e che ci suggeriscono perché valga la pena riscoprirli oggi. All’epoca Luigi Davì era un operaio ventottenne che passava il tempo libero a scrivere, con l’intento e l’urgenza di raccontare la Torino di quegli anni dimenticati, tra la fine della seconda guerra mondiale e lo scoppio del boom economico, attraverso un linguaggio rubato alle bocche dei suoi colleghi e dei suoi compagni di bevute, un italiano sporcato di gergo dialettale, le cui sfaccettature sono andate perse negli anni. Sappiamo che non era uno scrittore di professione, ma aveva una genuina voglia di scrivere e raccontare, e lo faceva con uno stile impulsivo, spontaneo ed immediato, che oggi ci fa rivivere alla perfezione l’atmosfera, le preoccupazioni e le speranze di quegli anni, come la quotidianità dei giovani operai come lui, fatta di lavoro, fabbriche, campagne, balere, bevute all’osteria, il servizio militare, qualche scazzottata e la perenne ricerca di una ragazza (“Ma erano cose che facevano la fortuna di un giorno e poi morivano.” - pag.47). Questi racconti sono spesso brevissimi, fotografici e seguono uno stesso filo conduttore, donando al libro il gusto di un romanzo corale a più voci, un affresco dell’epoca rappresentato da più punti di vista. Davì ebbe la capacità, e anche la fortuna, di saper raccontare il mondo operaio e proletario senza parlare di scioperi e di lotta di classe su cui fecero abilmente leva altri esempi di letteratura industriale, semplicemente perché non facevano (ancora) parte della sua esperienza. Il suo mondo fuori dalla fabbrica è descritto nel racconto “All’argine del Reno” dove, come in un dipinto idilliaco, ci racconta di una gita in barca improvvisata, della conoscenza di nuove ragazze e della scusa di farsi prestare un libro per potersi rivedere, tutto con una leggerezza e un’innocenza sempre filtrate da un sottile velo malinconico, che solo dieci anni più tardi sarebbero risultato decisamente inusuale. Quello di Davì sembra essere un mondo perduto, dove anche nella miseria e nella fame, nella sconsolata ricerca di un lavoro, tra furberie e colpi bassi, gli uomini erano capaci di restare uomini e trovavano una soluzione per aiutarsi a vicenda. È anche in quest’ottica che io trovo utile e positiva la scelta di riproporre Gymkhana-Cross, pubblicato quasi sessant’anni fa in una collana che veniva già tacciata di essere più “testimoniale” che “letteraria”: un’esigenza che al giorno d’oggi assume una valenza necessaria.
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